in Vivere altrove

La linea di confine non ha bisogno del filo spinato per legare gli uomini

In questi tempi vischiosi, dove i muri cancellano la memoria e una paura feroce annebbia la vista della ragione fino a renderci ciechi, riprendo in mano in assoluto uno dei miei libri preferiti. Più di una volta “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano mi ha fatto da bussola, indicandomi il Nord quando neanche le stelle sembravano brillare più. C’è un capitolo, in questo libro, più consumato, spiegazzato e sottolineato degli altri. Racconta dell’inquietudine della frontiera, che è il luogo in cui i paesi e gli uomini che li abitano si incontrano. “È sulle frontiere che si misura tutta la terribile inquietudine che attraversa la storia degli uomini”, scrive Cassano. Questo “essere di fronte” può in effetti significare molte cose. Guardare l’altro, sorvegliare, acquisire conoscenza, confrontarsi o, ancora affrontarsi e fronteggiarsi. Le frontiere sono state e sono in primo luogo questo: luoghi della divisione e della contrapposizione, luoghi di uomini che stanno di fronte (o al fronte), che non si fidano a darsi le spalle, ognuno dei quali vigila sull’altro. Le frontiere sono in questi casi ferite, dove si accumulano macerie, si piantano bandiere e vige il tempo dell’attesa (…)

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