in Vivere altrove

Vickicito

Il Coppertone, il borotalco, il sigaro toscano, il cicatrene, il pongo e il Vicks Vaporub. I “miei” profumi d’infanzia – se mai dovessi metterli in una scatola – sarebbero senz’altro questi.

Il più indelebile, e l’unico in qualche modo ancora in circolo, è il Vicks Vaporub. Per chi non lo sapesse si tratta di un unguento bianchiccio, piuttosto unto e super-balsamico che si spalma sul petto e sulla schiena di bambini e adulti costipati e tossicolosi per regalare loro un po’ di sollievo.

Il marito scienziato, con la sua mania per i podcast d’oltreoceano, mi ha di recente sottoposto una puntata di una trasmissione della New York public radio, che ricostruisce la storia del balsamo, dall’inedito punto di vista di una nonna cubana.

La storia è bellissima e, di madeleine in madeleine, permette di viaggiare parecchio nel tempo e nello spazio.

Il Vicks fu inventato nel 1890 da un farmacista di Greensboro, nella Carolina del Nord. Quando Lunsford Richardson decise di commercializzare la nuova pomata anti-tosse scelse il nome dello suocero, Vicks. Le vendite decollarono davvero solo nel 1918, con l’epidemia spagnola, che si portò via proprio l’inventore, ma non intaccò il suo impero commerciale.

La storia ricomincia nel 1961, con la vittoria di Castro a Cuba e, dopo poco, lo sbarco dei guerriglieri anticastristi alla Baia dei Porci. Sconfitti e imprigionati, gli oltre mille mercenari verranno rilasciati dopo venti mesi, in cambio di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e farmaci. Tra questi, in quantità forse inaspettate, c’era proprio il Vicks Vaporub, che nel paese dei “barbudos”, sotto embargo, divenne presto il “Vickicito”, acquistando in breve nuove doti taumaturgiche e diventando, in mancanza di altro, la soluzione privilegiata per ammorbidire i calli, disinfettare le punture di insetto, seccare i funghi alle unghie e rinvigorire i capelli.

Qualità leggendarie che continuano ad alimentare pratiche non proprio ortodosse e ricordi olfattivi in giro per il mondo. Non so voi, ma per me i suffumigi non saranno mai più gli stessi.

Pubblicato su La Stampa il 31/3/2017

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