in Vivere altrove

Il Salone del Libro visto da lontano

Mentre scrivo, a Torino sta per chiudere i battenti il Salone del Libro. Mi consolo della tristezza di aver perso l’edizione numero trenta guardando, euforica e fiera, le foto della folla in coda agli ingressi, leggendo i racconti entusiasti dei lettori e degli scrittori, e sbavando davanti allo schermo del mio computer, che passa da giorni in loop gli streaming degli incontri. D’altronde, per quanto mi riguarda, senza “Saloon”, come lo ha chiamato Lagioia, l’estate non può iniziare. È una specie di rito di passaggio, un viatico, per l’anno successivo. Che se uno controlla la definizione della parola “viatico” sulla Treccani, vedrà che nella Roma antica era l’insieme delle cose che una persona portava con sé mettendosi in viaggio. Ecco, ogni anno i libri, le parole e gli incontri del Salone, foss’anche virtuali, mi aiutano ad affrontare il futuro. Sin da quando ancora si chiamava Fiera e facevo la “comunicatista” degli incontri secondari, quelli che si svolgevano negli angoli più rumorosi e peggio illuminati.

L’aver perso proprio l’edizione dedicata ai confini, – io che a cavalcioni di una frontiera ci vivo, proprio come sulla splendida locandina di Gipi – mi lascia poi un retrogusto amaro che non è facile mandare giù. Perché in tempi di muri e fili spinati, e fughe disperate, e odiose contrapposizioni tra un “noi” e un “loro”, il Salone mi avrebbe di certo aiutata a costruire una geografia del cuore e dell’animo, fatta di esili e ritorni e tracciati incrociati e fili che tengono insieme la Storia.

Anche a Ginevra esiste un Salone del libro. Ovvio. Con gli scrittori, i libri e gli incontri e i dibattiti. Si tratta di un crocevia altrettanto variopinto e vitale, – i libri e i lettori e gli autori sono a pieno titolo cittadini del mondo. Eppure, dopo undici anni di vita altrove, ancora fatico, malgrado l’appetito costante, a distinguerne i contorni e riconoscerne le voci. Entrarci è come navigare senza conoscere bene la rotta, sotto un cielo nuvoloso in cui solo di rado, come un’epifania, si intravedono le stelle.

Pubblicato su la Stampa il 26/5/2017

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