in Vivere altrove

Novantasette. Trilioni. Di. Dollari.

Novantasette. Trilioni. Di. Dollari.

La voce di Uzodinma Iweala è posata. Il discorso è lucido, articolato, provocatorio e maledettamente affilato, nel senso che affonda nella carne. Uzodinma è uno scrittore e medico di origine nigeriana, autore tra l’altro del libro da cui è stato tratto il film “Beasts of no nation”.

Sta parlando a Ginevra, in occasione dell’apertura di una conferenza.

La cifra, che Uzo scandisce guardando la platea serio ma senza particolare acrimonia, corrisponde a quanto le nazioni occidentali dovrebbero restituire al continente africano come riparazione per le predazioni dell’epoca coloniale. Al centro del suo intervento c’è l’appello a “ribaltare il discorso sull’Africa e il suo sviluppo”. Il continente – di cui Uzo non tace i numerosi problemi, strutturali e non – non ha bisogno di “essere salvato”. Non ha cioè bisogno di “aiuti donati da persone o nazioni o istituzioni di buon cuore” che pretendono poi anche di decidere come questi soldi debbano essere spesi. All’Africa si devono piuttosto delle riparazioni, 97 trilioni di dollari per essere pignoli, per i danni inflitti a un continente, alla sua terra, alla sua popolazione, alle sue risorse. E questi soldi non hanno nulla a che vedere con la generosità, ma con la giustizia.

Lo stereotipo di un continente descritto sempre e comunque come un buco nero di morte, guerra e malattia è, appunto, uno stereotipo, funzionale ad una narrazione in cui, ancora una volta, l’Occidente è il soggetto benevolo che salva e l’Africa l’oggetto, morto o morente, che riceve. E nessuno che in tutto ciò si prenda la briga di interrogarsi su chi o cosa l’abbia reso tale. (E sì, anche in Africa ci sono i ladri e i corrotti, ma guarda un po’ che sorpresa).

Non provo neanche a restituire la complessità, l’arguzia e l’infinita potenza di un discorso che mette in discussione non tanto il cosa o il come di un’azione (umanitaria, filantropica o sociale che sia), ma soprattutto il perché. Il mio unico augurio è che Uzo ci scriva il suo prossimo libro e che il mondo si sbrighi a leggerlo.

Pubblicato su la Stampa il 27/10/2017.

Scrivi un commento

Commento