in Vivere altrove

Quattro cose sono necessarie se vogliamo creare un mondo più giusto

L’altra sera rientrando con Giulia dalla scuola di danza siamo finite per caso in un angolo sperduto di Ginevra. Uno di quei sottopassi un po’ lugubri, affacciato su un giardinetto simile a piazza Govean negli anni Ottanta. Davanti alla sede dell’Esercito della Salvezza, una coda silenziosa di persone di ogni età attendeva un letto dove passare la notte. Giulia mi ha preso la mano e ha accelerato il passo, marciando a testa bassa, visibilmente a disagio.

Mentre cercavo di rassicurarla, spiegandole che non c’era pericolo, ma solo povertà, ho pensato a Bryan Stevenson e alla sua capacità di dire le cose. Bryan è un avvocato americano, attivista dei diritti umani nonché fondatore dell’Equal Justice Initiative, un’organizzazione che difende condannati a morte e detenuti incarcerati ingiustamente.

La scorsa settimana a Oxford, in occasione dello Skoll Forum sull’impresa sociale, ha pronunciato uno dei discorsi più ipnotici e appassionanti in cui mi sia mai imbattuta. Il tema era il potere della prossimità. In un soliloquio che pareva una preghiera ha spiegato che quattro cose sono necessarie, se vogliamo davvero creare un mondo più giusto.

La prima è farci vicini a chi soffre, a chi è escluso e abbandonato, perché da vicino si capisce ciò che è impossibile cogliere da lontano. Se ti dicono di stare alla larga da certi quartieri malfamati, da certi paesi in guerra, tu trova il modo di avvicinarti.

La seconda è resistere e cambiare la trama che sottende ormai la maggior parte dei discorsi della politica, e che fa della paura e della rabbia il motore di tutto, facendoci accettare l’inaccettabile.

La terza è non perdere la speranza, perché la giustizia prevale solo quando si continua a sperare che un altro mondo sia possibile. La speranza ti fa alzare in piedi quando tutti ti dicono di stare seduto.

La quarta è essere disposti a fare cose spiacevoli, a mettersi in condizioni scomode, perché solo dalla comune sofferenza scaturisce la compassione e la consapevolezza che l’umanità è una sola, che stia tornando da una lezione di danza o stia facendo la coda per un letto al caldo.

Pubblicato su La Stampa il 20/4/2018

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