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	<title>Stornelli d&#039;esilio &#187; A scuola con Oliver</title>
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	<description>Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)</description>
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  <title>Stornelli d&#039;esilio</title>
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		<title>No panic</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2003 21:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Niente tutù né coroncine né scarpette, ve l’assicuro. Al saggio, Oliver, era completamente nudo e nonostante ciò imperturbabile. Io invece indossavo un’orripilante pettorina marrone, tipo Stratori-no, con sopra il numero qurantatré. E sudavo come un bue, ammesso che i buoi sudino. L’esame finale del corso di addestramento è incominciato con una specie di presentazione rituale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Niente tutù né coroncine né scarpette, ve l’assicuro. Al saggio, Oliver, era completamente nudo e nonostante ciò imperturbabile. Io invece indossavo un’orripilante pettorina marrone, tipo Stratori-no, con sopra il numero qurantatré. E sudavo come un bue, ammesso che i buoi sudino. L’esame finale del corso di addestramento è incominciato con una specie di presentazione rituale. Sul mo-mento, anziché «conduttore» mi è venuto «conducente» e al posto di «concorrente» ho chiamato Oliver «garreggiante», ma hanno capito lo stesso. L’istruttore  mi ha stretto virogorosamente la mano, scuotendola a destra e a sinistra per verificare «l’indifferenza dell’animale verso gli estra-nei». La distrazione, per Oliver, non è mai stata un problema. Dunque congratulazioni, e via con il primo esercizio, la condotta al guinzaglio. A parte qualche imbarazzate giro iniziale e il solito commento contrariato di Oliver al comando «Dietro!» tutto è filato liscio. Il mio «partner» è stato statuario nel «seduto con ritorno» e nel «terra con richiamo e anche il salto sarebbe andato bene se non fosse stato cilindrato sul più bello da Luna, un husky che in quel momento aveva deciso di giocare a «cel’hai» con gli altri cani. I giudici di gara sono stati clementi e hanno ritenuto che Oliver non fosse responsabile dell’incidente. Anzi, hanno commentato benevoli e inspiegabilmente ottimisti che se non fosse stato interrotto avrebbe completato l’esercizio. Gli ho creduto sulla parola e ho proseguito. Anche «l’invio con terra libero» è riuscito, e così pure gli esercizi successivi. Insomma quando, tre giorni dopo la competizione, abbiamo telefonato al centro per conoscere la graduatoria, la signorina ci ha sgridato del ritardo: «Ma come, lei ha vinto la coppa e chiama solo oggi?» Snaturata. Per farla breve siamo arrivati sedicesimi su oltre un centinaio. Siamo eccellenti, a quanto pare. Potremo vantarci con gli amici. Oppure fondere il trofeo e farci una nuova splendente medaglietta. Non crediamo nell’agonismo, io e Oliver, e ovviamente sarebbe andata bene in ogni caso. La morale temo pertanto che questa volta non ci sia. Ho passato dodici settimane con il mio cane, a correre, saltare e assiderarmi in un campetto per lo più fangoso. Questa frequentazione dell’universo canino, tutt’altro che ordinaria, è stata appassionante.</p>
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		<title>Il muggito del cane da salotto</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2003 21:09:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
				<category><![CDATA[A scuola con Oliver]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>I cani, quando amano, amano in modo costante, inalterabile, fino all&#8217;ultimo respiro. E questo attaccamento viscerale, unito al fatto che non sono in grado di percepire il trascorrere del tempo, spiega un certo numero di cose. Per esempio mette nella giusta prospettiva gli attacchi epilettichi di entusiasmo che vengono ad Oliver quando riapro la porta di casa dopo essere scesa al piano terra a ritirare la posta. Per lui in effetti l’espressione «fare le feste» è un ingannevole eufemismo. L’accoglienza che mi riserva, per rendere l’idea, sarebbe la stessa se tornassi dall’Alaska  dopo otto anni. «Fingi indifferenza», mi hanno spiegato. «Cerca di fargli capire che il tuo andare e venire è una cosa normale. E, se esagera, digli con convinzione NO!». Tutto sta nella convinzione, suppongo&#8230;<br />
Ci voleva il corso di obbedienza di base, comunque, per introdurre in casa delle regole. Adesso la maschera di saliva – trattamento di bellezza quotidiano contro i punti neri – si è magicamente tramutata in qualche composto e sobrio ululato di apprezzamento.  Che dopo una dura giornata di lavoro tutto sommato fa pure piacere! Insomma diradata, almeno in parte, la nebbia che aleggiava sui misteri imperscrutabili della mente canina e corretti i principali  errori educativi commessi finora (in assoluta buona fede) il nostro duetto funziona ora come un ingranaggio appena oliato. Unto, più che altro. Non mi fraintendete.  Lessie rimane un eroe hollywodiano né più né meno di Tequila,  e non è che d’improvviso Oliver si è messo a salvare le persone che annegano nel Po, a dare la caccia agli spacciatori e a sporcare nel vasino. Lui, alla fine della fiera, non ha cambiato mestiere. Sempre cane da salotto è. Qualche passeggiata, un po’ di giochi, il solito insistente e languido muggito durante i pasti e tanti (troppi) peli dappertutto. Sono io che ho fatto progressi, forse. Adesso so come prenderlo, so cosa è giusto pretendere da lui e in che modo far sì che mi capisca. Lo conosco meglio di chiunque altro, insomma. Un po’ come quella signora, durante il saggio di fine corso, che ad un certo punto, prima di cominciare un esercizio, ha disteso una coperta sul prato scusandosi che nessuno meglio di lei sapeva «quanto a Tobia l’umidità faccia male alle ossa!».</p>
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		<title>La pappa c’è ma non si vede</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2003 21:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I cani tengono a mente, o come direbbe un etologo, hanno la capacità di concepire la permanenza di un oggetto. Se, poniamo, coprite la loro ciotola fumante con una bacinella, loro sono in grado di capire che il cibo che gli spetta sta lì sotto, anche se non lo vedono. Non è solo una questione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I cani tengono a mente, o come direbbe un etologo, hanno la capacità di concepire la permanenza di un oggetto. Se, poniamo, coprite la loro ciotola fumante con una bacinella, loro sono in grado di capire che il cibo che gli spetta sta lì sotto, anche se non lo vedono. Non è solo una questione di odore. Si tratta piuttosto di un’abilità di concettualizzazione e il fatto che sappiano riprodurre nella mente l’oggetto-pappa è un prezioso indicatore, pare, del loro stadio evolutivo. I gatti, ad esempio, questa cosa non la sanno fare. Avevo un gatto una volta, Plutone, che seguiva assiduamente in tv le partite di calcio e quando la palla usciva dall’inquadratura lui andava a cercarla dietro l’apparecchio. Oliver non guarda mai la tv, anzi per essere precisi la detesta e quando viene accessa lascia la stanza con un sonoro sbadiglio. Ciò non toglie che, se la guardasse, non cercherebbe il pallone per tutto il salotto come un cretino. Con questo non voglio dire che i cani siano più intelligenti o dotati dei gatti. Sono solo, come dire, più propensi all’astrazione. C’è un esercizo, al corso di obbedienza, che stiamo faticosamente cercando di imparare mettendo a frutto questa innata capacità canina. In gergo si chiama «terra libero». La procedura è, più o meno, questa: si prende uno di quei coni di plastica rossi e bianchi dell’Anas e si fa vedere al cane che ci mettiamo sotto qualcosa, la sua pallina preferita, il nodo, un lecca-lecca,  i bombi sbriciolati. Poi ci si allontana, a fatica perché il cane smanioso e sbavante stenta a capire quale ragione mai ci spinga ad allontanarlo dall’oggetto desiderato. A distanza di una decina o quindicina di metri si invia il cane nuovamente verso il cono, urlandogli «VAI!». Il quadrupede a questo punto dovrebbe raggiungere senza esitazione il segnale stradale e, al nostro comando, accucciarsi a terra. Io e Oliver non è che abbiamo proprio compreso il senso di tutto questo ambaradàn e l’esitazione che ne consegue compromette un tantino le nostre prestazioni. Io nascondo sotto il cono delle crocchette, poi trascino la mia belva lontana, quindi gli dico «cerca!» e lui prima mi guarda e strizza gli occhi come a dire «ma mi stai prendendo in giro?», poi, anoressico com’è, si fionda sul cono e incomincia a scavare tutt’intorno che nemmeno la talpa Valentina. Allora, sempre che non abbia già inghiottito plastica, terra e istruttore, lo raggiungo e gli faccio di nuovo vedere cosa c’è sotto il cono stradale, ripetendo il comando. Sarà che non ho il giubbotto fosforescente o che l’eccesso di salivazione ha ormai annegato tutti i neuroni del suo cervello, ma raramente Oliver «concettualizza». E ancor più rara-mente obbedisce. Tra una settimana c’è il saggio di fine corso. Chissà se i cani sanno arrossire?</p>
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		<title>Era una notte che pioveva&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2003 21:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pretendiamo una medaglia. Un premio, un riconoscimento, un gagliardetto, fate voi. Potremmo persino accontentarci di un vitalizio di crocchette, o di confezioni mensili di biscotti farciti al midollo. «Il tuo cane è bravo, non fosse che a volte c’ha le paturnie», ha detto l’addestratore l’ultima volta, durante un ripasso della semplice sequenza «seduto», «nanna-giù», «fermo», [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pretendiamo una medaglia. Un premio, un riconoscimento, un gagliardetto, fate voi. Potremmo persino accontentarci  di un vitalizio di crocchette, o di confezioni mensili di biscotti farciti al midollo. «Il tuo cane è bravo, non fosse che a volte c’ha le paturnie», ha detto l’addestratore l’ultima volta, durante un ripasso della semplice sequenza «seduto», «nanna-giù», «fermo», «vieni qui», «andiamo», «dietro», «destra», «sinistra», «salto», «torna», «piede» e ri-«seduto». Premesso che le paturnie di Oliver si chiamano essenzialmente Margot (lupa, giovane, pelo lucido, sguardo am-maliatore, giro vita snello e scodinzolamento provocante) avete, voi comuni mortali, la minima idea di cosa vuol dire seguire un corso di obbedienza per cani in novembre? Il campetto erboso del centro si è trasformato, nel giro di qualche settimana, in una putridissima e melmosa palude che i monsoni degli ultimi giorni stanno allargando a vista d’occhio. Noi, cani e padroni, ci sentiamo come reclute al Car, un po’ Platoon, un po’ Dottor Zivago, e tra un esercizio e l’altro, manca poco che intoniamo «Era una notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi che grande tormento per un alpino&#8230;.». Sta di fatto che mi sono venuti i geloni ai piedi e dopo il consueto sabato di fatiche autoinflitte, di regola torno a casa in un tale stato di prostrazione che, mentre mi spalmo le estremità con una crema all’olio di fegato di merluzzo, il mio fidanzato mi guarda e dice: «Quanto è già che hai pagato per frequentare ‘sto corso? Ma non potevi andarci d’estate?». Costanza, perserveranza, rapidità di riflessi, rigore, disciplina&#8230; recito tra me e me, come un mantra. E non è il codice d’onore dei marines, ma l’identikit del buon educatore che la scuola ha provveduto a fornire ad ogni iscritto. La sera dell’incontro con il nutrizionista, però, tutti noi, futuri cadetti del «bon ton a quattro zampe» siamo stati costretti a rinfoderare lo spadino e a metter giù la maschera. Soprattutto quando l’esperto di alimentazione ha insistito per vietare al proprietario di una boxer di grattuggiarle il parmigliano sulla pappa ogni sera, obbligando una signora a eliminare del tutto dalla dieta della cagnetta Greta ragù, ricotta e spinaci. Banditi pure, tra lo stupore generale, fusilli al tonno, broccoli e crêpe susette. Il grembiule, a quanto pare, ci garba più della mimetica</p>
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		<title>«Nanna giù», proposta indecente</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 20:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finora non ci avevo fatto caso. Eppure arrivati alla terza lezione del corso di obbedienza, è piutto-sto evidente. L’abilità di un addestratore, o per lo meno l’alone di indiscussa autorevolezza che lo circonda manco fosse una lampadina a risparmio energetico, è in gran parte una questione di lin-guaggio. «Le parole sono importanti» diceva qualcuno. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finora non ci avevo fatto caso. Eppure arrivati alla terza lezione del corso di obbedienza, è piutto-sto evidente. L’abilità di un addestratore, o per lo meno l’alone di indiscussa autorevolezza che lo circonda manco fosse una lampadina a risparmio energetico, è in gran parte una questione di lin-guaggio. «Le parole sono importanti» diceva qualcuno. In pratica, se si ha a che fare con un quadrupede, sono la chiave di tutto. Per intenderci: un cane si «educa» non si «addestra», è «nevrile» non «nervoso», «sporca» non «fa i bisogni», mangia «fioccati» e non del banale «riso soffiato», e – dato che ormai anche in etologia va il politically correct – risponde a «proposte» e non obbedisce ad «ordini». Ma soprattutto un cane di norma, se correttamente sollecitato, va a «terra».<br />
Solo Oliver fa «nanna giù» suscitando ilarità financo tra i suoi simili. Il guaio è che con i cani non è consentito sgarrare. Se una volta, in un momento di inspiegabile creatività, mi è venuto di dirgli «nanna giù» e lui si è accucciato a terra e  sull’onda del momento l’ho pure premiato con una «gratificazione palatale», allora non  c’è più scampo. Da quel momento l’unico modo per farlo andare pancia-terra sarà pronunciare quell’idiota, infantile, imbarazzante comando casalingo. Inuti-le tentare altre strade diciamo più presentabili, sarebbe fiato sprecato. E badate che non si tratta di sofismi. La psiche canina è una linea retta che richiede una coerenza ferrea e si basa essenzialmente su tre anelli. Gli addetti li chiamano «stimolo», «risposta» e «rinforzo». Uno:«Nanna giù». Due: Oliver si accuccia. Tre: wurstel. O bianco o nero, insomma, i cani sono manichei, oltreché daltonici, e non apprezzano, o meglio non colgono, le sfumature. O si sale sul divano o non si sale. Per sempre, come i diamanti. Assolutamente sconsigliato trasgredire, perché per il cane non esiste l’eccezione che conferma la regola. L’eccezione infrange la regola, punto e basta. Mettiamo che quando era ancora un minuscolo batuffolo di pelo abbiamo accolto il nostro cucciolo sul letto. Era una notte di tormenta, nevicava e ci siamo inteneriti. Il letto, il nostro letto, fino ad allora presidiato che neanche la zona rossa, per un solo attimo di cedimento, è diventato «negoziabile», e il nostro alano tenterà di infilarsi sotto le coperte ogni volta che ne avrà occasione. Con l’unica differenza che da adulto, chissà  mai perché, sembrerà provarci più gusto.</p>
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		<title>Complessi d’inferiorità</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2003 20:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’universo canino dischiude meraviglie insospettabili, non c’è che dire, e la prima lezione teorica del corso di addestramento me l’ha confermato. In sole due ore ho infatti scoperto che Oliver è uno sciacalloide-lupoide, clamorosamente miope e daltonico, con un udito da X-men e un naso milioni di volte più dotato del mio. Più sconcertante ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’universo canino dischiude meraviglie insospettabili, non c’è che dire, e la prima lezione teorica del corso di addestramento  me l’ha confermato. In sole due ore ho infatti scoperto che Oliver  è uno sciacalloide-lupoide, clamorosamente miope e daltonico, con un udito da X-men e un naso milioni di volte più dotato del mio. Più sconcertante ancora è stato apprendere che per lui sono un cane, né più né meno. Forse un po’ strano, visto che ho deciso di reggermi su due zampe, ma comunque un cane. Nessun dubbio al riguardo. «Homo cani canis», parafrasando. Forse, il suo capo-branco, ma non è detto. Dipende se sono stata brava. Per ora temo sia solo un lontano sospetto che gli vaga per il cervello (tipo la bollicina di sodio dell’acqua Lete).<br />
Che poi le passeggiate ai giardinetti fossero una specie di rituale con regole precise ripetute all’infinito me n’ero accorta da sola, ma di sicuro non sapevo che quando due cani si incontrano, mentre i loro accompagnatori  il più delle volte dissimulano il panico sotto una falsa cordialità, loro, i quadrupedi, ingaggiano subito, dal primo sguardo, una specie di confronto per stabilire chi è il più forte. A questo soltanto spetterà l’onore di annusare per primo il compare, scoprendone così, senza tante chiacchiere , vita, morte e miracoli . Per riassumere la sequenza: intravedo un simile alla distanza di un chilometro, lo raggiungo il più in fretta possibile, mi immobilizzo, drizzo la coda, gonfio il torace, inarco il pelo sulla schiena, se ce l’ho, sennò faccio finta, e lancio uno sguardo feroce mostrando la dentatura. Se non funziona, e l’altro non sembra per nulla sconvolto dai miei muscoli, faccio dietrofront lentamente, trattenendo il respiro abbasso le orecchie, metto la coda tra le gambe e con fare indifferente mi riavvicino al padrone. Magari la prossima volta incontro Bart il bassotto&#8230;<br />
Lo sapevate che i cani maschi marcano il territorio alzando la zampa perché così facendo lasciano un segno che li farà sembrare più grandi e alti di quanto non siano? Dalle contorsioni di Oliver sulle macchine  temo proprio che soffra di un grave complesso d’inferiorità.</p>
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		<title>(In)dietro non si torna</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2003 20:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I sette giorni che seguono la prima lezione hanno dell’incredibile. Come nelle telepromozioni che ti fanno vedere il prima e dopo la cura, i risultati dell’addestramento sono già visibili. Stento a crederlo io stessa, ma Oliver sembra più maturo, cammina composto, passeggia al mio fianco tutto giulivo, lanciandomi sguardi d’intesa, fa di tutto per compiacermi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sette giorni che seguono la prima lezione hanno dell’incredibile. Come nelle telepromozioni che ti fanno vedere il prima e dopo la cura, i risultati dell’addestramento sono già visibili. Stento a crederlo io stessa, ma Oliver sembra più maturo, cammina composto, passeggia al mio fianco tutto giulivo, lanciandomi sguardi d’intesa, fa di tutto per compiacermi,  è tranquillo, diligente, rispettoso. Un altro cane, insomma, con la stessa faccia da Chewbacca di sempre, ma un andi da monaco tibetano. Peccato per la cresta sulla testa. Il sabato lo racconto eccitata all’istruttore che mi riporta bruscamente con i piedi per terra: «Il fatto che non sembri più posseduto quando lo porti ai giardinetti,  che dia segno di aver compreso vagamente  cosa vuoi da lui quando lo richiami per tutto il parco (e quando lo fai lui resta lì dov’è, ma adesso si volta a guardarti), non vuol affatto dire che sia diventato obbediente». Capisco in effetti di aver commesso un grave errore di valutazione  quando arriviamo al comando «dietro». Al suo confronto non c’è «seduto», «andiamo», «vieni», «destra» o «sinistra» che tenga. Il «dietro» è una manovra piuttosto complicata che bisogna  imparare assolutamente per cambiare direzione. Non è che io e Oliver fino ad ora non abbiamo mai cambiato direzione, solo che non abbiamo mai pensato che si dovesse farlo in questo modo. Cioè: il guinzaglio passa dalla mano sinistra, alla destra e di nuovo alla sinistra, mentre il conduttore gira in senso orario facendo ruotare a mo’ di perno il cane attorno a sé, ma nella direzione opposta, ovvero in senso antiorario. Chiaro? Alla fine del reciproco avviluppamento il cane dovrebbe affiancarsi sulla  sinistra e, ovviamente, mettersi seduto. A Oliver invece è venuto il maldimare. E anche a me. Pare che la tattica migliore per confondere le idee dell’animale quando dà segni di insubordinazione e irrequietezza sia di fargli fare due o tre «dietro» uno di seguito all’altro. Prometto una cena al giapponese a chiunque si offra di farlo al mio posto.</p>
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		<title>Chi è il maleducato?</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2003 20:48:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato, ore 9 e 40. Siamo in ritardo per la prima lezione. Arrivamo al centro di addestramento affannatissimi. Davvero è come se fosse il nostro primo giorno di scuola. Ci presentiamo e l’istruttore domanda severo perché siamo lì, il motivo, i problemi, le aspettative. Non sarebbe male imparare un po’ di condotta, gli spiego, mentre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato, ore 9 e 40. Siamo in ritardo per la prima lezione. Arrivamo al centro di addestramento affannatissimi. Davvero è come se fosse il nostro primo giorno di scuola. Ci presentiamo e l’istruttore domanda severo perché siamo lì, il motivo, i problemi, le aspettative. Non sarebbe male imparare un po’ di condotta, gli spiego, mentre Oliver, al paletto, si sta strangolando da solo. Ab-biamo sempre invidiato, per esempio, quei cani che se gli dici «seduto!» si accucciano diligentemente anche se sono davanti al macellaio, oppure che mentre passeggiate si fermano al limite del marciapiede ad aspettarvi e danno un colpetto di tosse se per caso non vi siete accorti che il sema-foro è diventato rosso. Ecco, ci basterebbe una cosa del genere.<br />
Nel gruppo ci sono tre lupi, un dobberman, un husky, un bassotto, un rottweiler di nome Aaron, con la faccia da cartone animato e il fumetto sopra la testa che dice «ho sonno, lasciatemi in pace». Per rispetto all’ordine alfabetico, gli tocca esibirsi prima di tutti gli altri. La seduta di addestramento è faticosissima. Scopriamo che fino ad ora abbiamo sbagliato praticamente tutto quello che era possibile sbagliare. Il cane va tenuto a sinistra, e non a destra, la mano non va infilata nella apposita maniglia del guinzaglio e questo non va avviluppato al braccio in triplice  giro, ma dolcemente ripiegato a fisarmonica e lasciato sempre morbido morbido. Ogni volta che l’istruttore ci spiega un nuovo ordine a turno andiamo a prendere il nostro quadrupede e davanti a tutti proviamo l’esercizio. E’ piuttosto umiliante, e non solo per l’evidente stato confusionale in cui versano gli animali. Durante la dimostrazione noi padroni sudiamo copiosamente, non facciamo che sbriciolarci biscotti in mano per attirare i cuccioli nella direzione desiderata, procediamo ricurvi, strattoniamo, urliamo paonazzi l’ordine sbagliato o sussurriamo vocaboli incomprensibili. Risultato: i cani sbandano, si fermano, ci guardano con aria interrogativa, ci saltano al collo presi da inspiegabile entusiasmo. Ma poi, nelle mani dell’addestratore, eccoli diventare d’amblé modelli da competizione. Sfilano come in passerella, quasi fosse la cosa che avrebbero sempre desiderato fare. La verità, atroce, è davanti a tutti. I nostri cani non sono né stupidi né maleducati. Non quanto noi, almeno.</p>
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		<title>«Ai lov iu», l’ultimo saluto</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2003 20:46:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
				<category><![CDATA[A scuola con Oliver]]></category>

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		<description><![CDATA[Mica pizza e fichi, come dice un’amica contessa. Possedere un animale in questi tempi di caccia alle streghe, specie se peloso, quadrupede e con la coda, non è cosa da poco. Io e Oliver (dicesi Oliver salciccio meticcio vagamente punk di madre certa, una graziosa segugia, e padre incerto) avevamo già le nostre difficoltà a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mica pizza e fichi, come dice un’amica contessa. Possedere un animale in questi tempi di caccia alle streghe, specie se peloso, quadrupede  e con la coda, non è cosa da poco. Io e Oliver (dicesi Oliver salciccio meticcio vagamente punk di madre certa, una graziosa segugia, e padre incerto) avevamo già le nostre difficoltà a destreggiarci nella giungla metropolitana tra macchine, spazi recintati microbici, cagnette in calore da tenere a distanza, bambini in agguato da evitare con scrupolo, congeneri più o meno bellicosi da cui guardarsi, cacche da raccogliere, pipì da dosare equamente sull’intero percorso delle consuete tre passeggiate quotidiane.<br />
I ricorrenti allarmismi però, hanno complicato non poco una metodica routine. E così, visto che il mio ridicolo compagno di fatiche si è più di una volta ritrovato schedato come «soggetto pericoloso», abbiamo deciso di fare l’unica cosa utile alla comunità. Ci siamo iscritti a scuola. Un corso di addestramento-base, dodici lezioni pratiche con istruttore e cinque teoriche con un etologo da cui speriamo vivamente di capire la ra-gione di certi raptus di gioia scomposta che ci prendono ogni volta che ci troviamo di fronte a un tozzo di pan secco. Per tre mesi, il sabato mattina, «con qualunque tempo» – hanno sottolineato in tono perentorio – alle nove e mezza andremo poco fuori città a imparare da esperti allevatori come ci si comporta in società. Tengo a precisare che l’episodio più increscioso di cui il mio terribile compare si è reso responsabile, in quattro anni di vita, è stato scambiare la schiena di un vecchino per una roccia, lasciandoci, senza il minimo problema, il suo inevitabile spruzzino. Un gesto antipatico, lo ammetto. Ma avevamo entrambi la vista annebbiata dai 45 gradi estivi.<br />
Per formalizzare  l’iscrizione è d’obbligo passare al centro. Il personale deve vederci, conoscerci e capire se siamo all’altezza di frequentare un corso collettivo (con altre sei coppie cane-padrone) o se, invece, ab-biamo bisogno di un maestro d’appoggio. Tremiamo al solo pensiero, ma miracolosamente supe-riamo l’esame. Sarà stato lo sguardo bollito di Oliver di fronte a un’acrobatica esibizione di agility di una cagnetta Infostrada, oppure il teutonico contegno (occhio pallato, bava alla bocca e convulsioni) dimostrato dallo stesso di fronte alla barboncina dell’addestratrice. Sta di fatto che è andata bene. Siamo stati ammessi. E ci siamo pure meritati un kit, composto da guinzaglio a strozzo e nodo, uno straccetto multicolore che sembra un po’ la treccia di fili colorati della merceria, da moz-zicare con tutta la ferocia di cui saremo capaci, un gioco dal quale non dovremo mai più separarci (sempre il solito tono perentorio) anche se questo vorrà dire fare piazza pulita di tutti i pupazzetti accumulati negli anni, quei brandelli lerci, odorosi e masticati che riempiono il cestino di vimini accanto alla cuccia. Niente più «bodi-bodi», un orribile riportino borchiato di plastica rosa e azzurro che Oliver stesso ha scelto in negozio e che solo in un secondo momento abbiamo scoperto essere uguale a quello di Rex; niente più «ai lov iu», una specie di peluche trovato ai  giardinetti che, a morsicarlo, ripete insistentemente la sua dichiarazione&#8230; (anche se ora che le pile sono an-date sembra più un barrito che una languida confidenza). D’ora in poi in casa regneranno solo or-dine, disciplina, essenzialità  e articoli con bollino Lav.</p>
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