Archivio della categoria ‘Diario dal Mozambico’
Scampoli di terra e mare
Sono stata a Xai-Xai (che si pronuncia sciai-sciai), nella provincia di Gaza, dove gli alberi hanno il tronco dipinto di bianco, le case sono fatte di paglia e le donne, la domenica, vanno in giro con i bigodini in testa.
A tre ore di macchina e sette di machibombo da Xai-Xai c’è Inhambane. “Terra de boa gente” l’hanno battezzata i portoghesi, per la leggendaria ospitalità dei suoi abitanti. A Inhambane non ci sono i guarda e le persone passeggiano per le strade in costume da bagno. Se ti siedi sul lungomare al tavolino della pensione Pachiça sembra quasi di stare a Diano Marina. Solo, al posto delle macchine ci sono le acacie rosse, i marinai vestiti da Braccio di Ferro e tantissime palme da cocco. Con il cocco la gente fa il sapone, il liquore e il bolo di Sura, che per la precisione si ricava dal succo del frutto che fiorisce prima del cocco. Di giorno l’asfalto cinese ti si scioglie sotto i piedi e dai rubinetti esce acqua giallastra. Sulla strada c’è un fotografo. Se ne sta lì, all’ombra di un albero, in attesa di nuovi clienti, con la macchina montata sul cavalletto, un telone bianco e un poster con i ritratti di tre quarti. Sembra sbucato fuori da un film di Sergio Leone.
Appena fuori Inhambane, girato l’angolo, c’è Tofo: spiaggia infinita, mare a perdita d’occhio, onde, amache e surfisti biondo-cenere rigorosamente-tatuati-lingua-inglese-sguardo-da-baywatch. Della serie: lavorare stanca. A Tofo ci sono i bimbi che vanno in bicicletta quando c’è bassa marea e raccolgono conchiglie per farne bracciali, c’è il Fatima back-packers, dove avrei potuto giocare a dama se mi fossi ricordata le regole, e c’è un biologo marino neozelandese che ti porta a nuotare tra gli squali-balena e le mante, che, se devo proprio essere sincera, non lo so mica se sono pericolose.
In Mozambico solo l’1 per cento della popolazione compra il giornale e di solito una stessa copia viene letta da almeno 5 persone. Il giornale si passa, dunque, come le versioni di latino al liceo, o in alcuni casi, si noleggia, cosa che io ritengo semplicemente geniale. Ancora mi lascia perplessa, tuttavia, l’attenzione morbosa che Noticias dedica a Michael Jackson e a Phnong Yang.
Sabato ho ballato in pubblico Mapiko con il Milhoro nella prigione femminile di Maputo. Le detenute sembravano entusiaste. Certo più di quanto non lo fossi io che, infilata in un mini gonnellino rosso fuoco a frange e in un top a palloncino con mono-spallina mi sentivo sexy come super-Pippo. Fortuna che non ho una consulente d’immagine. Le recluse, poche centinaia, sono quasi tutte dentro perché hanno ucciso il marito. Il che fa pensare, soprattutto se si tiene conto che il Codice penale del Paese non prevede la legittima difesa.
O verão amarelo
Maputo a volte mi fa venire in mente quelle bolle di vetro che se le giri poi nevica. E’ per molti versi una città giocattolo: sulle strade circolano macchine cinesi degne dei playmobil e sul lungomare ci sono ville con piscina che farebbero invidia a Barbie e Ken. A Maputo si spendono i soldi del Monopoli con la miope avventatezza di chi spera di non capitare mai sulla casella degli “Imprevisti” e si vince solo seguendo (o aggirando) regole assurde inventate da un ubriaco afflitto da un complesso di persecuzione all’ultimo stadio. E scusate l’acidità. La migliore, a mio avviso, è la cosiddetta regola del per diem che prevede il pagamento di un’indennità giornaliera a chiunque partecipi a un’attività formativa (in veste di studente, sia chiaro, e non di professore). Non importa a nessuno qualche sia l’argomento del corso, il livello, la quantità di nozioni eventualmente trasmesse, la loro utilità o futilità, se nell’aula c’è l’aria condizionata o la lavagna. L’unica cosa davvero imprescindibile, la sola in cima alla lista delle priorità dei “giocatori” è il pagamento della fatidica diaria che ovviamente, essendo stata stabilita a tavolino dall’ubriaco paranoico di cui sopra, in genere è del tutto sovradimensionata rispetto al costo della vita di chiunque non si chiami Aga di nome e Khan di cognome. Sospendo prudentemente il giudizio sulla ragionevolezza di un tale meccanismo che, nella teoria originaria, avrebbe dovuto coprire le spese di trasporto e mantenimento di zelanti e motivati ancorché poverissimi aspiranti alunni. Preferisco invece soffermarmi sulle conseguenze oggettivamente perverse che esso induce qui in Africa. Un individuo normale, anche il più innocuo, ucciderebbe il cugino se questo gli assicurasse un banco in prima fila a un corso, mettiamo, di arti bianche, anche se lui, l’individuo innocuo che ucciderebbe il cugino, nella vita di tutti i giorni fa l’idraulico o il sarto. Tanto l’importante non è il corso, ma il per diem. La cosa che più mi fa imbestialire è l’idea malefica che finisce per prevalere, e cioè che la cultura non solo non vale di per sé, non solo non costa (soldi, fatica, concentrazione, studio) ma, per essere anche solo minimamente appetibile, va “devoluta”, meglio svenduta “due al prezzo di uno” perché altrimenti l’aula rimane vuota. E daglie, con slavinate di panini, bevande e gadget. Da qui ad Alfieri che si lega alla sedia c’è qualcosa di più di una semplice distanza.
Tornando alle regole del gioco ne esiste un’altra che ha il sapore demodé delle fotografie virate seppia. “O vidro, o vidro, cuidada meã senhora, não esquece o vidro”, ti ripetono, con le pupille dilatate e il respiro affannoso, i gestori delle numerose baracche da marciapiede quando ti vendono una Coca-cola, una Fanta Ananas (esiste pure la Fanta Uva) o una birra, per convincerti che, una volta consumato il contenuto, è praticamente vitale che tu restituisca il vuoto. Rassicurarli è impresa impossibile. A nulla vale giurare sull’Olimpo al completo, volgersi verso La Mecca o rilasciare la fotocopia autenticata del codice fiscale. Não há maneira!
Se chiedete in giro qual è il colore del Mozambico la risposta sarà, senza esitazione alcuna, il giallo. Credo non esista nell’intero Paese un solo luogo da cui non sia intercettabile, fosse pure con la coda dell’occhio, un cartellone pubblicitario della Mcell, la compagnia telefonica nazionale, il cui colore è, appunto, il giallo. Il tormentone, “O verão amarelo”, alias “L’estate gialla” campeggia su muri, pareti, magliette, cappellini che neanche il cornetto Algida d’estate a Rimini. Risposta, orgogulhosamente moçambicana, alla Vodacom sudafricana, Mcell ha superato quest’anno il milione di abbonati: niente male davvero per un Paese di 18 milioni di persone, il 70 per cento delle quali vive al di sotto della soglia della povertà.
Nel paese si è appena conclusa la campagna di vaccinazioni contro la polio e il morbillo. Mi hanno raccontato una cosa: quando non sai quanti anni ha un bambino devi fargli passare il braccio intorno alla testa. Se con la mano destra riesce a toccarsi l’orecchio sinistro vuol dire che ne ha più di cinque.
All’angolo tra la Lenine e la XXV de Setembro c’è un negozio che di chiama “Protoner tzunami”. Sotto il logo di un’onda che si increspa, la scritta recita “Wave of tecnology”. Il cattivo gusto non ha davvero limiti.
A Pemba, Nampula e Ilha
Liege è una giornalista di Beira, provincia di Sofala. Scrive per Domingo, Caleidoscopio fiscal e Noticias. Ha quattro figli, è separata, pizzica la “erre”, schiocca la “esse” e adora la Sprite e lo sciroppo di rosa. Liege dice sempre “sim senhora”, anche ai maschi. Non lo so perché. Ha i peli sulle gambe e mi chiama “filha”. Qualunque incontro, con lei, diventa una storia. Così abbiamo scoperto che il direttore del Sycamore Services di Pemba, il centro dove abbiamo organizzato un corso di formazione, è un rifugiato politico burundese. Che ha studiato economia, ha lavorato con la Cooperazione francese, ha fondato un giornale di nome Horizonte, e, poco alla volta, è riuscito a mettere su un’impresa tutta sua. Adesso sogna un Internet Cafè wireless, con biblioteca, caffetteria, giardino, tipografia e bottega artigiana. Mentre ripercorreva la sua vita a ritroso, Joseph Amissy si è commosso. La paura, la fatica, la nostalgia. Posso solo indovinare.
A Pemba alcune persone dormono in strada sulle stuoie di foglie di banano, altre fanno diving e prendono il sole nella bella spiaggia di Wimby. Paquitequete è un quartiere musulmano in riva al mare, con i dhow, le capanne, i baobab e una grande moschea. Nel corso della settimana è finito il “Jejum”, il ramadam. Che siccome termina secondo calcoli lunari nessuno sapeva bene se si poteva festeggiare già giovedì o bisognava aspettare venerdì. A Pemba c’è pure un “toma-e-vai”, versione locale del take away e la gastronomia di Carlo e Susanna dove si trova persino il prosciutto di Parma.
Nampula invece sembra Madras. Una Madras africana, piena di indiani indu’ e di mozambicani musulmani. E nessuno che abbia mai il resto da darti. Un mistero del Nord che nessuno si è ancora deciso a decifrare. Nicola, che lavora lì per l’Aifo, mi ha invitato ad Anchilo alla festa di chiusura di un work-shop dedicato agli ex malati di lebbra. Izilda, brasiliana e psicologa, mi raccontava di come la lebbra si nutra dell’identità delle persone. “Quello è un lebbroso, si dice”. E non quello è Mario e ha la lebbra. Le parole sono importanti. I malati nel solo Mozambico sono oltre 5000. Alla domanda come stai, ti rispondono: sono morto. Morto dentro e fuori, morto per la famiglia, lo Stato e la società. Nonostante la lebbra sia curabile e il trattamento sia distribuito gratuitamente in tutti i centri di salute del Paese. La cerimonia si è conclusa con un coro, un discorso e una candela. Per un controcanto perfetto, a quanto pare, non c’è alcun bisogno di avere tutte e cinque le dita delle mani.
A circa 200 chilometri da Nampula c’è Ilha de Moçambique. Antica fortezza portoghese, porto commerciale, centro di smistamento degli schiavi, capitale, rifugio notturno delle popolazioni in fuga dal continente durante la guerra. Ilha adesso è un incanto in rovina. Divisa a metà da una linea invisibile ma reale che separa il makuti dal cimento, la città informale da quel che resta della capitale di uno scalcinato impero coloniale. Gli intonaci delle case lacrimano l’umidità di ieri, gli abitanti squattano in abitazioni cadenti che non parlano la loro stessa lingua e bruciano i portoni di legno intarsiato per cucinare. Le case color ambra, bianche, rosa e azzurre vanno a pezzi. I vicoli sono inghiottiti dalla sabbia, dal vento, dalla salsedine, ma nonostante tutto continuano ad essere un mondo. La gente se ne sta seduta fuori a chiacchierare e quando ti incrocia ti saluta. Bom dia, boa tarde, boa noite, salaam. Cortesia, curiosità, passatempo. Le donne si spalmano il musiro sulla pelle, i bambini inanellano collane fatte con pezzetti di vetro colorati che si arenano sulla spiaggia. Narra la leggenda che provengano dai galeoni affondati al largo ai tempi d’oro dei traffici marittimi. I pescatori trascinano le reti a mano quando c’è bassa marea. Dalla terrazza di Gabriele vedo la moschea e sento le preghiere del muezim. La voce è piu’ calda e la melodia piu’ delicata di quelle di rua de Alegria. Gabriele è un architetto milanese che sull’isola ha fatto un bambino, ha aperto una guest house incredibile e adesso sta ristrutturando una manciata di palazzi per ricchi stranieri interessati a comprarsi un angolo di paradiso. Un po’ come accade ai nostri cascinali in Toscana. E’ ristrutturazione, questa? – e a chi serve? – mi domando. E ancora: si può fare un’architettura corretta per una società squilibrata?
Chapa mon amour (II parte)
Lo chapa per un motorista è un po’ come lo scooter per un liceale. Uno status, una moda, un’occasione per far vedere quanto sei ‘gggiusto. E quanto lo sei dipende, in maniera direttamente proporzionale, dal numero di adesivi colorati che campeggiano sul ciclomotore e dai decibel emessi dalla marmitta. Per gli chapa vale la stessa regola.
Uno chapa non sarà mai uguale preciso a un altro chapa. Se si eccettua il fumo nero dello scarico. Le collanine appese agli specchietti retrovisori, le bottiglie di Coca-Cola o di Sprite attaccate al tetto, le fodere plastificate dei sedili, le scritte ad effetto sulla fiancata, sommate alle pittoresche imperfezioni della carrozzeria mi richiamano alla memoria “La corsa piu’ pazza del mondo”. Intendo il cartone di Hanna & Barbera (ma sono uno o due? Mai capito), quello con Dick Dasturdly, Penelope Pitstop, e l’immancabile “Mutley fa qualcoooosa!”. Quando mi fermo alla bomba di Plaça OMM nella mia testa parte la telecronaca: “No lift” supera “A passião de Cristo” sterzando pericolosamente davanti a “Doctor”, mentre “Pescador” e “Caçador” inseguono “Pink”. “Good luck” è in panne dopo essersi scontrato contro “One day”. “Superbus” arranca a fatica mentre “Folgado” (che poi è l’esatta riproduzione della Macigno Mobile) se la prende con “Touro Trans”. Ma ecco che “Vovô Mathe” (che poi significa nonno Matteo!) taglia il traguardo. La folla è in visibilio. Prima o poi, ne sono certa, dalla Kim il Sung sbucherà sulla Karl Marx, in una nuvola di fumo, il diabolico coupé.
Prima di avventurarsi su uno chapa leggere attentamente il foglietto illustrativo : mai eccedere in eleganza, riporre sempre i propri averi in un luogo giudicato sicuro (nella hit reggiseno, scarpe e slip), sorridere di tanto in tanto al cobrador, partecipare con sincero interesse alla conversazione, canticchiare i motivetti delle canzoni trasmesse dalla radio, respirare, se possibile con regolarità. Esercizi di yoga caldamente consigliati.
Nel negozio di elettrodomestici sulla Lenine c’è un grande televisore e la gente, di sera, se ne sta seduta lì davanti, sul marciapiede, a guardare il calcio e fare commenti come fosse al cinema.
Le sedie dei guardia meriterebbero un servizio fotografico. Anche le grate di ferro alle finestre: ce n’è di tutti i tipi e di tutte le forme.
Ieri per la prima volta non ho sentito il rumore della pioggia sui tetti di alluminio. Sarà abitudine?
I parcheggiatori, se glielo lasci fare, lavano le ruote delle macchine anche sotto il diluvio. Non so pensare a una cosa piu’ inutile.
E’ iniziato il conto alla rovescia. Porr’e’pa. Nell’arco del prossimo mese e mezzo la comunità internazionale dei “cooperanti randagi” si disperderà ai quattro angoli del mondo, nell’attesa di ricomporsi, con leve fresche di zecca, all’inizio del nuovo anno. Partono gli stagisti, i fellow, le internship e i volontari internazionali, partono i ragazzi in servizio civile internazionale, i missionari e i borsisti universitari. Lavoratori che solo gli imbecilli o i politicanti in cattiva fede continuano a chiamare “atipici”. Di contratti a tempo indeterminato a Maputo ce n’è meno che in Italia. Se possibile.
Chapa mon amour (I parte)
Maputo va girata in chapa. Su questo non si transige. Daniele, cardiologo siciliano afro-entusiasta in prestito all’ospedale di Maputo, dello chapa è diventato, nel giro di pochi mesi, un autentico filosofo. I pulmini Hiace che sfrecciano impazziti nelle principali arterie della capitale più che un mezzo di trasporto sono a suo dire una condizione esistenziale, una dimensione umana, uno spaccato sociale, un micro-universo che incarna relazioni, ruoli e dinamiche culturali meglio di un qualunque manuale di Carlos Serra. Ecco allora un distillato di chapa-pensiero.
Gli attori. Innanzitutto c’è il motorista, che poi sarebbe l’autista. L’unico depositario di quella precisa e unica sequenza mistico-gestuale in grado di metter in moto lo chapa. Suo il controllo meccanico del mezzo, suo il dominio, imprescindibile, della radio, suo, più che tutto, il piede a spasso tra il freno e l’acceleratore e dunque, in definitiva, il diritto di vita e di morte sui passeggeri. Al motorista, in genere, si guarda con un misto di timore reverenziale. Al suo fianco, in un catulliano odi et amo, c’è sempre un cobrador, un po’ marketing manager, un po’ ruffiano, un po’ dittatore dello chapa. Appeso alla portiera del furgoncino che neanche un equilibrista cinese, il cobrador recita a mo’ di litania la destinazione finale incoraggiando i pedoni con sguardi ora seducenti ora minacciosi, a seconda dell’ora. Museu-Museu, Xipamanine-Xipamanine, Zimpeto-Zimpeto, Baixa-Baixa, Costa do Sol-Costa do Sol. Che poi distorti e biascicati assumono tutt’ altro suono. Qualcosa come M’su-M’su, Xipane-Xipane, Bschhhha-Bschhhha. Il cobrador ha il compito, meglio la missione, di individuare i clienti in strada, convincerli che nell’abitacolo c’è ancora posto nonostante le apparenze, pigiarli dentro con determinazione sfidando le comuni leggi della fisica, trovare il modo di estrarre chi deve scendere e, infine, intascare il denaro. Una volta lo chapa costava 100 meticais. Adesso è salito a 5000, 7000 per le tratte lunghe. Ma, come tutto, anche il costo del biglietto è negoziabile. Un sacco di patate, infatti, può costare, a seconda, 1000, 2000, o 3000 meticais.
Motorista e cobrador sono, rigorosamente, di sesso maschile e guadagnano a percentuale sugli incassi, spesso arrotondando lo stipendio in combutta con i vari ladrões, alias gli scippatori, categoria nella quale, da quanto mi risulta, vige invece la perfetta parità di genere. Il vero spauracchio del magico duo motorista-cobrador è la PT, la Policia de Transito, nelle tasche della quale finisce ogni giorno almeno il 10 per cento degli incassi di ogni chapa. La scusa ufficiale per farsi allungare una mancia è sempre la stessa: “Eppa, motorista, este chapa não tem condições!”. Esclamazione che, ammettiamolo, in genere descrive perfettamente la realtà.
Un semplice algoritmo costi-benefici-tempo-tragitto-numero di clienti basta da sé a spiegare il fare piuttosto sbrigativo che caratterizza i modi del personale di bordo di uno chapa. I passeggeri, per parte loro, affrontano i quotidiani viaggi in chapa con un’imperturbabilità quasi britannica. E malgrado l’esperienza multi-sensoriale ricordi il più delle volte uno stupro di gruppo o un rito dionisiaco (“Oggi ho sfiorato il concepimento” ha commentato un giorno un’amica) spesso ci si accorge che in questo spazio privilegiato di socializzazione si manifesta, non senza una certa baldanza, quella saggezza popolare di cui molti nella capitale lamentano la scomparsa. Essendo lo chapa, inequivocabilmente, un soggetto collettivo quasi organico, è chiaro che, insieme a odori e sapori, anche la conversazione viene debitamente condivisa. Come se al posto del cartello “Vietato parlare con il conduttore” ce ne fosse uno che recita “Obbligatorio scambiare almeno due parole con il motorista”. Ed è così che a Maputo le “chiacchiere da bar” si trasformano in “chiacchiere da chapa”. Spesa, famiglia, chiesa, calcio, tempo, piove governo ladro, tele-novelas e via dicendo sono scanditi, ma mai interrotti, dalle insistenti richieste di sosta: “Cobrador! Paragem!”. “Ainda tenho muitos projectos a realizar” lamenta il pessimista all’ennesima sterzata su due ruote. “Queria patrocinar um refrigerante” è invece l’approccio vellutato del galantuomo alla compagna di viaggio. “Você tem que ser homem” strilla incoraggiante la mamam al bambino che fatica a sguasciare fuori dalla porta-carnivora del mezzo. “Motorista, musica!”, l’invito amichevole del giovane che, guadagnato il posto, spera di approfittare del tragitto per ascoltare le nuove hit. Questo perché, manco a dirlo, esiste una precisa “musica da chapa” da cui origina il cosiddetto “chapa ballerino” che anziché limitarsi ad avanzare, ballonzola sculettante tra un burraco e l’altro dell’asfalto lasciandosi dietro una scia di gridolini compiaciuti.
