Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

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Il palazzo a testa in giù. I dodici mesi che sconvolsero il mondo

cv032134cover32gralarge.gif Capita, a volte, che la diplomazia si diverta a sorprendere, mischiando le carte del mondo con esiti a dir poco imprevedibili. Certo non avviene spesso. La realpolitik insegna che i giochi, specie di corridoio, tendono, il più delle volte, ad essere già decisi in partenza.

Ebbene, non è sempre vero. Il Consiglio dei Diritti dell’Uomo, per esempio, che a fine giugno ha celebrato in sordina il suo primo anno di vita, sembra provare un certo gusto a smentire equilibri che altrove si direbbero assodati e incontestabili.

Organo sussidiario dell’Assemble Generale dell’Onu, nato dalle ceneri della defunta e screditata Commissione, questo forum di dialogo e cooperazione internazionale ancora in garanzia ha sede a Ginevra ed è composto da 47 Stati eletti a maggioranza assoluta. L’Italia, che ne aveva finora seguito i lavori in veste di osservatore semplice e discreto, è diventata un membro effettivo il 19 giugno scorso, quando il Consiglio ha spento la sua prima candelina. «Una nuova, formidabile occasione» l’aveva chiamata Kofi Annan nel 2006, lui che più di chiunque altro ha sostenuto il cosiddetto «terzo pilastro» onusiano, quello che accanto alla sicurezza e allo sviluppo assegna un posto di riguardo anche ai diritti dell’uomo.

In dodici mesi, nelle stanze del Palais des Nations, affacciate sulle placide acque del Lemano, il presidente Luis Alfonso De Alba ha pazientemente passato in rassegna le peggiori tragedie planetarie. Darfur, Somalia, Libano e Palestina. Un pelo e contropelo piuttosto rigoroso che, per bocca di relatori speciali, ha denunciato violazioni, detenzioni, crimini e irregolarità.
In giugno il Consiglio ha approvato la Dichiarazione sui diritti dei Popoli autoctoni e la Convenzione contro le sparizioni forzate (535 nel 2005, 41mila casi non risolti dal 1980).
In ottobre si è espresso per l’annullamento del processo contro Saddam Hussein, affinché, per usare le parole di Leandro Despouy, già rapporteur speciale per l’Onu a Guantanamo, «la sentenza contro l’ex dittatore fosse a tutti gli effetti irreprensibile e non si trasformasse in un semplice atto di vendetta».

È stata poi la volta di Adrien Séverin che ha descritto per filo e per segno, in 25 pagine di relazione, le derive totalitarie del presidente bielorusso Loukachenko, raccontando di dissidenti internati in ospedali psichiatrici, giornalisti assassinati, torture e censure, seguito a ruota dall’Alto Commissario Louise Arbour, cui è spettato il macabro bilancio dei primi quattro anni di governo di Alvaro Uribe in Colombia: 11mila tra morti e desaparecidos e una legge che garantisce l’impunità a 40 mila paramilitari. A marzo Jodie William, inviata in Darfur, ha addirittura avuto l’ardire di sollecitare la pubblicazione di una «lista nera aggiornata delle compagnie che commerciano con il Sudan» per mettere il bastone tra le ruote al pericoloso duetto cino-sudanese.
Fin qui normale amministrazione.

Sessione dopo sessione, però, l’anima del Consiglio è venuta fuori, tra silenzi, dichiarazioni a mezza voce, schieramenti plateali e, ovviamente, votazioni e bocciature. Lo scenario geopolitico emerso non è dei più tradizionali.
Il classico confronto Nord e Sud prende infatti, a Ginevra, la forma di un violento e vendicativo braccio di ferro tra uno schieramento maggioritario, costituito dai cosiddetti paesi non allineati (il gruppo africano, Algeria in testa, l’organizzazione della Conferenza Islamica, Cuba, Cina e Russia) e uno, minoritario, composto dagli Stati Occidentali, una parte dell’America Latina e il Canada. Un mondo alla rovescia, in un ribaltamento dei rapporti di forza che sarebbe senz’altro auspicabile, se non finisse per tradursi, spesso e volentieri, in un’occasione di rivalsa e di puro e semplice contro-potere rispetto alle ben più note – e non meno deteriori – dinamiche del Consiglio di Sicurezza. Ginevra versus New York, per intenderci.

Questa specie di simulazione huntingtoniana della cartina di Peters fa talmente paura e sembra talmente incontrollabile che il Dipartimento di Stato americano anche quest’anno ha fatto sapere che intende restarne fuori. Un’assenza assordante, non c’è che dire. Ma almeno così la partita ha qualche speranza di rimanere aperta.

Pubblicato su “Diario della settimana“, venerdì 31 agosto 2007.

Scritto da Irene

il 31 agosto 2007 alle 8:30 am

Tutto il mondo ne parla… Dei frontalieri in Svizzera

dogane-cartello-stradale.jpgÈ sufficiente passare una mattina dal Col-des-Roches, dalle dogane di Ferney-Voltaire, Saint Genis e Bardonnex o fare un giro sul battello delle sette del mattino che attraversa il lago Lemano in direzione di Ginevra per capire che il flusso di persone che, quotidianamente, si riversa dalla Francia sul territorio svizzero negli ultimi tempi è diventato enorme. E non accenna a diminuire.

Qualcuno, incuriosito dall’aumento sulle strade di vetture con targa 74 (Alta Savoia) e 01 (Ain) ad un certo punto ha deciso di fare i conti. È venuto fuori che i cosiddetti frontaliers, quelli che abitano in Francia ma lavorano in Svizzera Romanda, sono, in effetti, 190mila. Che, rispetto al 2000, significa un aumento del 74%. 47mila solo a Ginevra – in pratica un lavoratore su cinque – 13.500 nel cantone del Vaud, 31mila a Bâle, 6.700 nel territorio neuchâtelois. La Svizzera tedesca non sembra interessata dal fenomeno, forse perché lì una delle condizioni per ottenere un permesso di lavoro come frontalier è quella di rientrare a casa soltanto una volta a settimana. Nella Svizzera Romanda, invece, gli accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone hanno amplificato una tendenza antica. I francesi «pendolano» da sempre sulla confederazione, ammaliati dalle sirene dell’economia, dalla qualità della vita e, soprattutto, dai salari più alti (tra il 30 e il 40% in più, ma senza le 35 ore). Una recente indagine dell’economista Frédéric Quiquerez ha fotografato il tipico frontalier: uomo (70%), sposato (75%), per lo più impiegato in campo sanitario e nell’orologeria. Entrambi i settori, del resto, proliferano proprio grazie all’apporto, decisivo, della manodopera proveniente dall’Esagono. Per gli uni, dunque, impieghi di lusso ben remunerati, per gli altri manodopera indispensabile alla tanto agognata crescita. Una sinergia apparentemente virtuosa. Tutti felici e contenti? Macchè.

In Francia a lamentarsi sono i comuni, che, pur registrando dei budget annuali al di sopra della media – Morteau, 6800 anime, fa 9 milioni di euro l’anno – deplorano il costante drenagggio dei cervelli. «Noi formiamo i giovani, e loro, appena possono, vanno a lavorare in Svizzera!». Oltre frontiera, invece, il malessere si esprime di solito apostrofando i frontaliers come «ladri di lavoro». E questo malgrado il tasso di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno si sia abbassato dal 4,5 al 3,7 %. Nel novembre 2006 un disoccupato di 51 anni, Eric Delfosse, ha addirittura creato un «Collettivo locale per il diritto al lavoro e alla dignità» che propone, tra le misure più radicali, l’obbligo di dare, a parità di qualifica, la preferenza ai cittadini svizzeri e l’introduzione, nelle imprese, di una «quota frontaliers».
La frontiera fisica tra i due paesi scompare ogni giorno di più, ma la linea di confine, sul piano dell’armonizzazione sociale e politica, a quanto pare separe ancora più di quanto non unisca.

Pubblicato su «Diario», 4 maggio 2007

Scritto da Irene

il 12 maggio 2007 alle 6:08 pm

Tutto il mondo ne parla…Delle prostitute di Neuchâtel

toulouse-prostitute.jpgUn tempo erano le tabaccherie. Adesso sono i night club, i bar à champagne e soprattutto i saloni di massaggio. A Neuchâtel il mercato del sesso non ha mai popolato le strade, i vicoli o i parchi cittadini. Del resto in Svizzera, anche in quella italiana, fare la «lavoratrice del sesso» è un’attività assolutamente legale, il cui esercizio è garantito nel pieno rispetto della libertà economica. L’inquadramento legislativo varia però da cantone a cantone, quando non da comune a comune. Il cantone di Neuchâtel ha deciso recentemente per «ordine, decoro, controllo e protezione», un compromesso tra abolizionismo e regolamentazione, tra assistenza e repressione.

Questo, più o meno, il senso della nuova legge sulla prostituzione e la pornografia votata qualche mese fa. Ginevra ne ha una simile dal 1994 e Neuchâtel, che deteneva il non proprio ambito record confederale per tasso di prostituzione, ha deciso, dopo infinite discussioni, di prendere esempio dal cosiddetto «modello svizzero di gestione pubblica della prostituzione». D’ora in avanti le prostitute dovranno presentarsi alle autorità cantonali, ottenere un regolare permesso di lavoro, denunciare guadagni e pagare debitamente tasse ed assicurazione. Come un qualunque architetto libero professionista. Se lavorano in casa, sarà sufficiente una lettera all’amministratore di condominio. La regolarizzazione dà diritto a visite mediche e alla protezione della polizia.

Risultato: in pochi mesi un terzo dei saloni di massaggio della città, vale a dire 17 su 60, ha chiuso i battenti. In base alle nuove disposizioni, infatti, anche i proprietari dei locali sono tenuti a registrarsi alle autorità, ma spesso preferiscono fare armi e bagagli. Il provvedimento, va detto, fa discutere e molto. Per il suo pragmatismo, soprattutto. Per la difficoltà di valutarne l’efficacia. Per lo strisciante antifemminismo che lo ispira. Secondo la buonconstume, rendere tutto il sistema più trasparente è un’assicurazione contro abusi, violenze, sfruttamento, e un buon punto di partenza per combattere la tratta delle persone e le nuove forme di schiavitù. Delle circa 14.000 prostitute che, secondo le stime, lavorerebbero in Svizzera, la metà sarebbe ancora illegale. Le attiviste di Aspasie, associazione di sostegno alle «lavoratrici del sesso» fedele alla teoria della riduzione del danno, difendono il pacchetto di diritti fondamentali che la legge riconosce: uno statuto, la possibilità di avere una famiglia senza che il proprio compagno sia accusato di sfruttamento, la gestione, nei locali, dell’orario di lavoro. Resta il problema dei cabaret. Le artiste che ci lavorano, nella quasi totalità straniere, possono ottenere facilmente un permesso di lavoro mensile, detto C. Che si tratti di sfruttamento della prostituzione è cosa nota a tutti. E, per ora, non c’è legge federale che tenga.

Pubblicato su «Diario», 30 marzo 2007

Scritto da Irene

il 2 aprile 2007 alle 1:08 pm

Tutto il mondo ne parla… di Saint Moritz in Cina

cv031931cover05picmedium.jpgAppena dieci anni fa erano le città cinesi a spedire i loro sindaci in giro per il mondo perché attirassero in patria capitali stranieri. Adesso che i ruoli si sono rovesciati, sono le metropoli europee e statunitensi a far la corte alla Cina, offrendo incentivi e trattamenti di favore alle multinazionali cinesi disposte ad insediarsi in casa loro e ad assumere, creando posti di lavoro.

E se i vip riuniti a Davos al Forum mondiale dell’economia ancora s’interrogano sulla «Shifting Power Equation» ovvero sull’evoluzione nei rapporti di forza di un mondo «sempre più schizofrenico», a meno di 50 chilometri, Saint Moritz, la celebre stazione sciistica dei Grigioni, dimostra di aver già imparato la lezione.

Qualche settimana fa l’esclusiva località svizzera si è letteralmente “venduta” a Shenzen. Vada per il nuovo volto della globalizzazione, ma l’idea che un’intera cittadina di montagna ai piedi delle Alpi possa venir riprodotta, mattone dopo mattone, rinascendo a nuova vita o quasi nel Distretto del lago di Miele – la zona residenziale made in China che i promotori immobiliari hanno previsto di costruire nel giro di due anni intorno a Shenzen (10 milioni di abitanti), nella provincia di Guangdong – ha qualcosa di sbalorditivo ed eccentrico anche per chi si pretende aggiornato rispetto ai recenti equilibri geopolitici.

Circondata dalle colline (gli spostamenti della zolla terrestre non essendo ancora a misura d’uomo) e ricoperta da foreste verdeggianti, la Saint Moritz cinese, che prenderà il nome di Saint Moritz Gardens, ospiterà nei sui chalets subtropicali 5000 abitanti e verrà dotata di due piscine, un centro termale e di benessere, un cinema e due scuole di musica e di danza. Un padiglione di 300 metri quadri chiamato «Switzerland Hall» cercherà di stimolare l’appetito dei ricchi residenti, invogliandoli, forse, ad una visitina all’originale svizzero dove, recita l’insegna, «il sole splende in media 322 giorni all’anno». La licenza per l’impiego del marchio Saint Moritz, ultimamente già ceduta ad alcune società che fabbricano orologi e champagne, è stata offerta gratuitamente alla Repubblica Cinese, che si è per parte sua impegnata al rispetto di alcuni standard di qualità. Hans Peter Danuser, direttore dell’ente turistico di Saint Moritz, si aspetta che, a seguito di quest’alleanza strategica, «nel 2007 i visitatori passeranno da 180 mila a 300 mila» e che «i cinesi saranno i secondi in classifica, preceduti solo dai giapponesi». Una brochure, «Hello China», è stata appositamente compilata affinché l’accoglienza turistica sia all’altezza delle attese: «mai accennare a temi caldi come la politica, i diritti umani, il Tibet o Taiwan» e «mai offrire ad un cinese la camera numero 4 o una stanza al quarto piano: è considerato di cattivo auspicio».

Pubblicato su «Diario», 9 febbario 2007

Scritto da Irene

il 9 febbraio 2007 alle 4:59 pm

Si rivota sugli immigrati: possibile giro di vite

Gli animi si scaldano, le dichiarazioni incalzano, gli opposti schieramenti si alternano sul palco contendendosi la  platea. La campagna in vista del doppio referendum che il 24 settembre chiamerà la Svizzera alle urne è decisamente entrata nel vivo. Sul piatto le due leggi approvate dal Parlamento federale lo scorso dicembre in materia di diritto d’asilo e immigrazione, tema piuttosto cruciale in un paese che, su 7 milioni di abitanti, conta oltre un milione e mezzo di stranieri, il 40 per cento dei quali provenienti dall’Africa.

Del resto il pesante «giro di vite» che le due leggi introducono merita attenzione. La revisione della legge sul diritto d’asilo prevede infatti la soppressione dell’aiuto sociale ai richiedenti, la riduzione a 5 giorni delle possibilità di ricorso in caso di rifiuto, il prolungamento fino a due anni del periodo di detenzione che precede il rinvio forzato (anche per i minori), la qualifica di NEM (non entrata in materia), e dunque l’impossibilità di accedere alla procedura di asilo, per i richiedenti che entro 48 ore non siano in grado di documentare la propria identità. Quanto alla legge sugli stranieri, oltre a inasprire pesantemente le disposizioni e le concessioni dei permessi di lavoro, del ricongiungimento familiare e persino dei matrimoni misti (autorizzando indagini sui futuri coniugi), crea un fossato tra immigrati di prima classe, di provenienza europea, e immigrati di seconda classe, originari di paesi terzi.

Per il sì si sono espressi i radicali, l’Unione democratica di centro e il Partito democratico-cristiano, per il no la Coalizione per una Svizzera umanitaria – che riunisce 36 organizzazioni, da Amnesty International all’Organizzazione d’aiuto ai rifugiati, da Terre des Hommes alle federazioni professionali e confessionali – e il Comitato 2xNON, sostenuto dal Partito socialista e composto da Verdi, Solidarité sans Frontières, Forum per l’Integrazione dei migranti e sindacati. Ordine, legalità e taglio alle spese sociali contro difesa della dignità umana, dell’accoglienza e delle politiche d’integrazione? Insomma, destra contro sinistra? Anche, ma non solo. In gioco c’è pure una cosa alla quale gli Svizzeri tengono molto: la reputazione. In questo caso quella di baricentro del diritto internazionale umanitario, custode da sempre designato per produrre, perfezionare e aggiornare nel tempo le diverse carte, trattati, convenzioni di cui l’umanità a geometria variabile ha di volta in volta ritenuto di doversi dotare. Alcuni arrivano a chiamare questo imperativo filantropico il «capitale Croce Rossa», facendone una specie di marchio di fabbrica, esibito con orgoglio e ormai istituzionalmente inscritto nel Dna nazionale. Fino a prova contraria.

Pubblicato su «Diario della settimana» il 1° settembre 2006

Scritto da Irene

il 1 settembre 2006 alle 9:23 pm