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Le vere isole dei famosi
Boom del settore: magnati e star a caccia di atolli dove trovare privacy e natura 
All’epoca in cui Aristotele Onassis e Jacqueline Kennedy elessero Skorpios, nell’arcipelago di Lefkada, loro oasi trasformandola nell’epicentro del jet set internazionale, possedere un’isola era un privilegio esclusivo. Sogno di pochi e appannaggio di ancora meno. Multimillionari o naufraghi. Erano gli anni Sessanta.
Le agenzie
A constatarlo, con non poca soddisfazione, è Farhad Vladi, storico broker specializzato in atolli, che da trentasette anni scova, vende e affitta le più belle isole del pianeta. Dal suo primo affare – Cousine Island, nelle Seychelles, dove nel 2002 hanno deciso di trascorrere la luna di miele Paul McCartney ed Heather Mills – Mister Vladi ha venduto circa 2100 proprietà, spaziando dalle Fiji alla Polinesia, dal Centro America all’Australia, dal Brasile alla Scozia. A fargli concorrenza solo l’americano Kevin Cross del Bahamas Realty e Cheyenne Morrison che gestisce la Coldwell Banker a Queensland in Australia.
Ma chi è il cliente tipo? In genere si tratta di uomini d’affari, manager o finanzieri, maschi, sulla cinquantina, americani o, secondo una tendenza più recente, russi ed arabi. «E tutti vogliono la stessa cosa», commentano dall’agenzia Vladi Private Island, che ha sedi in Canada, Germania e Nuova Zelanda «un posto dove poter ricaricare le batterie». Dove staccare la spina. Non è un caso allora se una fetta consistente dei clienti della Vladi Private Islands e delle agenzie specializzate, come la britannica «Knight Frank» (www.knightfrank.com) o la Luxury Homes – che vende lotti in Honduras, Uganda, Croazia, Nicaragua e Florida – è rappresentata dalle celebrità del mondo del cinema o della musica.
A parte Marlon Brando, che acquistò l’isola di Tetiaroa, 60 chilometri a Nord di Tahiti, ai tempi del film «Gli ammutinati del Bounty», è stato Richard Branson, patron della Virgin Record, uno dei primi a comprarsi 74 acri di spiaggia incontaminata, mare cristallino, palme di cocco e lussureggiante vegetazione. Nel 1979 diventò proprietario di Necker Island, nei Caraibi e vi costruì un resort che adesso ospita i suoi clienti e amici – recentemente anche i fondatori di Google – per più di 329 mila dollari a settimana.
Attori già proprietari
Negli anni sono in molti ad averne seguito l’esempio (e l’investimento). Mel Gibson nel 2005 ha acquistato dalla giapponese Mago Island, nelle Fiji, dove sin dagli anni Settanta anche l’editore Malcolm Forbes possiede l’isola di Laucala. Nel 2006 il mago David Copperfield, si è comprato, per 50 milioni di dollari, un atollo di 11 isole, Mucha Cay, nelle Bahamas. Poi Nicolas Cage, per non essere da meno, è diventato proprietario di Leaf Cay, un’isoletta nello stesso arcipelago. Johnny Depp, da bravo pirata, lo aveva preceduto nel 2005 comprando per circa 3 milioni di dollari i 35 acri di Little Hall’s Pond, sempre nelle Bahamas. Da allora pare la stia equipaggiando con sistemi energetici ecocompatibili. Ultimo in ordine di tempo Leonardo DiCaprio, che ha acquistato i 3,2 chilometri di Blackadore Caye, nel Belize, con l’intenzione di costruirci un hotel a 5 stelle. E se una recente indiscrezione del “Ireland Daily Mirror”, rivela che Michael Jackson sarebbe in trattativa per l’acquisto di Inishkeel Island in Irlanda, la lista del gran mondo a caccia di arcipelaghi comprende anche chi un’isola magari non arriva a comprarsela, ma decide comunque di affittarla, come Brooke Shields, Ted Turner, Tony Curtis e Claudia Shiffer.
Insomma, il solo a non essersi accorto del business delle isole sembra essere Mohamed Nasheed, neopresidente delle Maldive, che recentemente si è detto pronto a fare esattamente il contrario, ovvero ad acquistare della terra ferma sul continente, così da garantire al suo popolo un posto dove andare quando il livello del mare salirà.
Se il malato diventa globale. Il boom del turismo medico
Ginevra. Madhan Balasubramanian, Assistant Professor all’Apollo Hospital Group di Nuova Delhi, sembra il responsabile di un hotel a cinque stelle, più che uno stimato chirurgo toracico. Il suo intervento al recente Geneva Health Forum ha ben poco della classica presentazione medica, e si colora dei toni iperbolici di una brochure pubblicitaria quando indugia sulla descrizione dei servizi e dei costi dell’Health City di Hyderabad, una struttura futuristica poco distante dalla capitale, dove si concentrano, tra gli altri, un modernissimo Istituto per la cura dei Tumori, uno per le Malattie Cardiache, un Centro per Disfunzioni Renali, uno per la Chirurgia dell’Occhio e un altro per quella estetica. 6000 dollari per un’operazione al cuore, contro i 30 mila che sarebbero necessari per lo stesso intervento negli Stati Uniti. 69 mila dollari per un trapianto di fegato contro i «normali» 300 mila. 26 mila dollari per un trapianto di midollo spinale invece di 250 mila. 850 dollari per una rinoplastica che altrove ne varrebbe 4500.
L’entusiasmo di Mister Balasubramanian non è poi, a pensarci bene, così fuori luogo. Né i dati paiono smentirlo, se è vero che 500 mila pazienti arrivano in India ogni anno dai quattro angoli del globo per usufruire degli esclusivi ed economici trattamenti offerti. Gli inglesi tagliano così gli infiniti tempi d’attesa. Gli americani, che rappresentano il bacino più consistente per questo tipo di mercato, riducono a volte anche della metà il costo di operazioni spesso non coperte dall’assicurazione. I canadesi sfuggono ad un sistema che non prevede la possibilità di rivolgersi al privato «locale» laddove il servizio sia contemplato dal sistema sanitario pubblico.
Stesso ritornello per il Bumrungrad di Bangkok, tra i 10 migliori ospedali del mondo. Quasi 400 mila pazienti stranieri all’anno, provenienti da 189 paesi, più di 600 medici formati in Europa e negli Stati Uniti (ma pagati il 65% in meno), un personale che è in grado di parlare 17 lingue. Senza dimenticare la certificazione della Joint Commission International, che è la principale agenzia di accreditamento ospedaliero esistente, a garanzia dell’affidabilità della struttura.
In gergo, questo via vai di pazienti ed ospedali viene definito «turismo medico». Il fenomeno non è recente: nel 1997 Singapore, una delle mete tuttora in cima alla lista delle preferenze e al sesto posto nella classifica dell’OMS per qualità dei servizi sanitari, stimava già a 370 mila i turisti che ogni anno si recavano nel paese per ragioni mediche.
Eppure, su scala globale e in un’ottica di lungo periodo, l’inversione di tendenza è palese. Se in passato erano i (pochi) ricchi dei paesi poveri a muoversi nel “Primo” Mondo alla ricerca di cure appropriate, adesso sono i (molti) poveri dei paesi ricchi a recarsi nel “Terzo” Mondo per farsi operare a basso costo. A fronte di sistemi sanitari sull’orlo del collasso, il turismo medico, – di cui quello estetico o procreativo non sono che specifiche declinazioni – negli ultimi tempi sta letteralmente esplodendo. Il giro di affari complessivo è calcolato intorno ai 60 miliardi di dollari (era di 40 miliardi nel 2004) e la McKinsey & Company prevede che salirà a 100 miliardi entro il 2012 (di cui 2,3 miliardi soltanto in India).
Quali le destinazioni più accreditate? Nel 2005, secondo un rapporto dell’ECOSOC, l’India, la Malesia, Singapore e la Tailandia hanno attirato oltre 2 milioni e mezzo di pazienti. Panama, Brasile, Costa Rica, Colombia, Tunisia e Sudafrica sono la mecca della chirurgia plastica e ricostruttiva e degli interventi per la perdita di peso e, ad eccezione dell’ultimo, consentono un notevole risparmio sul prezzo del volo. Ma la vera avanguardia è rappresentata dall’Est Europeo, in particolare Ungheria, Polonia e Bulgaria dove si riversano soprattutto i pazienti bisognosi di cure odontoiatriche. 25 mila inglesi, nel 2007, sono volati oltrecortina per capsule, corone e impianti che in patria avrebbero facilmente richiesto lunghi piani di ammortamento (un trattamento da 1800 sterline, ne costa a Budapest solo 400). Un austriaco su tre preferisce farsi curare da un dentista ungherese.
Società intermediarie, come le americane Medretreat, PlanetHospital o Medical Tours International, aiutano il paziente a scegliere da un menu che comprende quasi 200 procedure mediche in quindici differenti paesi, si occupano degli accertamenti (valutando le condizioni di salute del cliente, le ore di viaggio da prevedere, la qualità dell’assistenza) e agiscono come veri e propri tour operator. Talvolta, come nel caso di tre note agenzie sudafricane – Afrisurge, Mediscapes e Surgeon and safari – arrivano ad offrire, oltre all’intervento, una settimana di relax in un parco naturale o sulla spiaggia.
E’ dunque tutto oro quel che luccica? Il low cost sanitario decongestiona, certo, i paesi «emissari» dall’eccedenza di domanda, e arricchisce, inevitabilmente, gli «immissari» riducendo, tra l’altro, la fuga di manodopera qualificata. Resta tuttavia un enorme limite: gli Eldorado del bisturi sono cattedrali per lo più inaccessibili alla popolazione locale. Il muro che il sistema «sanitario» globale ha abbattuto tra le frontiere, si ricrea, insomma, internamente. Più spesso e pericoloso che mai.
Pubblicato su “La Stampa”, giovedì 31 luglio 2008.
Business & sangue: le due facce del ritorno dell’oro
Sadiola, 74 chilometri a sud di Kayes, regione di Bambouk, Mali, non lontano dalla frontiera con il Senegal. È in quest’angolo sperduto del pianeta che si trova uno dei giacimenti d’oro più promettenti al mondo. In mano al gigante sudafricano AngloGold e a quello canadese IamGold, vi si estraggono 5 milioni di tonnellate di minerale all’anno. Ogni giovedì l’oro viene caricato nella stiva di un aereo della Société des Transports Malienne, fa tappa a Bamako, e prende il volo per Accra, in Ghana, dove la AngloGlold possiede altre miniere. Qual è la destinazione finale? Difficile a dirsi.
Quello dell’oro è infatti un commercio internazionale opaco e sotterraneo, un sistema predatorio complesso che collega ad uno stesso filo potentissime società minerarie, capi di Stato corrotti o deboli, mercenari dei paesi dell’Est, grandi banche, commercianti di materie prime, società svizzere di raffineria e oreficerie, molte delle quali italiane.
Ripercorrere la rotta del metallo giallo è lavoro da professionisti degni dell’ultimo Le Carré, quando non da iniziati. Le società d’estrazione sono roccaforti mute e impenetrabili. Fornitori, commercianti e intermediari si coprono le spalle a vicenda, e sui volumi d’esportazione e importazione nazionale la «discrezione» e il «segreto d’affari» sono moneta corrente.
Dopo oltre un anno di ricerche, viaggi e indagini, la caccia al tesoro di Gilles Labarthe, giornalista e corrispondente presso l’Onu di Ginevra, (che ha preso le mosse dal lavoro iniziato da François-Xavier Vershave, morto nel 2006), ha scalfito di qualche millimetro soltanto la superficie del muro di gomma. Ma tanto basta. Il suo «L’or africain. Pillages, trafics & commerce international», edito in Francia da Agone, è un’inchiesta che ha ben pochi precedenti.
In pepite o lingotti, dichiarato o no, l’oro è al centro dell’economia mondiale (con un «peso» stimato intorno ai 65 miliardi di dollari l’anno), simbolo di ricchezza, sistema universale di scambio, valore rifugio per eccellenza. «Con gli attentati dell’11 settembre, la guerra in Iraq e l’instabilità in Medio-Oriente», spiega Labarthe «la domanda d’oro continua a crescere, come sempre avviene in tempo di crisi. Oggi l’oro è arrivato a valere quasi 16.000 euro al chilo, ossia 800 dollari l’oncia. È un record storico». Ma «chi lo produce non lo possiede», continua Labarthe, lapidario. Da oltre un decennio, più di un quarto della produzione mondiale d’oro arriva dal continente africano, che nasconderebbe nelle sue viscere la metà delle riserve del pianeta. Il Ghana ne produce da solo oltre 70 tonnellate l’anno, e nonostante questo è, secondo l’UNDP, uno dei tre paesi più poveri del mondo. In Mali nel ’91, alla caduta del dittatore Moussa Traoré, l’oro rappresentava il 12,3% delle esportazioni totali del Paese, ma contribuiva solo all’1,5% del PIL. Oggi il Mali, come la Tanzania e la Guinea, ne producono in media 50 tonnellate l’anno. «Più di 34 paesi africani producono oro, per un totale di oltre 600 tonnellate annue, ma l’80% dei giacimenti è sotto il controllo di compagnie private che fanno il buono e il cattivo tempo, versando ai vari governi cifre irrisorie, ritardando i pagamenti e soprattutto negando il diritto alla ri-negoziazione delle royalties a seconda del corso della materia prima».
L’oro estratto industrialmente da poche multinazionali, onnipresenti e ingorde, sostenute dall’alta finanza internazionale (ivi compresa la Banca Mondiale) e a loro volta sponsor di compagnie juniors incaricate delle prospezioni e delle acquisizioni più aggressive, vola alla volta delle società di raffineria sudafricane o svizzere. «Su dodici grandi società mondiali europee riconosciute dalla London Bullion Market Association per la vendita dei lingotti sul mercato, cinque sono basate in Svizzera, e di queste tre sono nel Ticinese », racconta Labarthe. Gli esperti stimano che ogni anno nel Paese di Guglielmo Tell entrino più di 1000 tonnellate d’oro. Una parte dei lingotti sonnecchia nei sottosuoli blindati delle banche svizzere o dei porti franchi, in attesa di un rialzo del prezzo. Un’altra è rivenduta sulle piazze di Londra, Parigi, Zurigo o Dubai, per soddisfare i bisogni del mercato arabo o asiatico. Un’altra ancora fa tappa dagli orafi italiani prima di ripartire per l’India, il Maghreb e l’America latina.
La Svizzera – in virtù dell’assoluta libertà di circolazione del metallo, dei bassi tassi d’interesse e di un fisco praticamente inesistente – è anche tappa obbligata dell’oro proveniente da un altro circuito. Quello, spesso insanguinato, del contrabbando. «Un terzo dell’oro estratto in maniera artigianale sul continente nero, per un valore di 8 miliardi di euro, alimenta il mercato illegale» afferma Labarthe, passando clandestinamente le frontiere porose di Stati alla deriva come la Repubblica Democratica del Congo o il Centroafrica, per essere venduto in Rwanda, Burundi o in Uganda ad intermediari senegalesi, pachistani, nigeriani, libanesi o greci, in attesa di prendere il volo per l’Occidente. «In mancanza di un sistema di certificazione come quello di Kimberley valido per i diamanti, l’oro ‘sporco’ non lascia traccia. Senza passaporto, raffinato e ripulito, diviene un utilissimo strumento di riciclaggio di denaro prima di trasformarsi in gioielli da regalare a Natale».
Pubblicato su “La Stampa”, giovedì 6 dicembre 2007.
Vivere altrove… figli o fratelli?
Annuncio. O, giusto per citare l’immemore sketch di Lello Arena ai gloriosi tempi della Smorfia, «Annunciazio’! annunciazio’!». Far nascere una bimba di nazionalità italiana, ma residente in Francia, in una clinica svizzera è impresa piuttosto complessa. E malgrado complesso sia meglio di complicato, per ammortizzare l’urto ti dici che è forse opportuno giocare d’anticipo. Così inizi a contattare i consolati italiani, rispettivamente a Lione e a Ginevra, cercando al contempo – e, ça va sans dire, senza successo – di raggiungere telefonicamente l’anagrafe torinese per inoltrare la richiesta degli appositi certificati. Perché se è vero che Torino è diventata “contemporary”, come commentava orgoglioso questo stesso giornale qualche settimana fa, ebbene di certo lo ha fatto all’insaputa dei servizi anagrafici. Le Luci d’Artista, a quanto pare, non aiutano a rispondere al telefono in orario d’ufficio. Non parliamo della possibilità di ottenere la documentazione on line. Per un passo simile bisogna, probabilmente, attendere la fase “post-comtemporary”. Dunque per un estratto di matrimonio e un estratto di atto di nascita dei due futuri-genitori con allegata esplicita menzione dei rispettivi futuri-nonni si è costretti a sfoderare l’artiglieria pesante. Vite di carta, è proprio il caso di dirlo, sospese al filo, fragile e sottile, delle procedure amministrative di due (o nel mio caso tre) differenti nazioni.
Che poi, a pensarci bene, questo trionfo di timbri, bolli e traduzioni autenticate non è che l’anticamera. Asettica ed inospitale. Qualcuno una volta mi ha spiegato la differenza tra i figli e i fratelli d’Italia, dove i figli sarebbero i figli di padri che la terra dei padri hanno lasciata da tempo immemorabile e per sempre, e i fratelli coloro che, nati in Italia, continuano a ritenersi italiani anche se espatriati. Tra una pratica e l’altra, non riesco a fare a meno di domandarmi: la mia bambina, regolarizzata in triplice copia, alla fine sarà un figlio o un fratello d’Italia?
Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 23 novembre 2007.
Vivere altrove… Giocare d’anticipo
E dire che Laurence Pernoud lo scrive e lo riscrive, sottolineandolo a caratteri cubitali. Laurence Pernoud, in Francia, ha la stessa popolarità ed autorevolezza di Suor Germana oltralpe, salvo che la sua specialità non è la cucina degli angeli, ma la gravidanza. Il suo «J’attends un enfant», aspetto un bimbo, cui è seguito, negli anni, «J’élève mon enfant», allevo un bimbo, è una pietra miliare della puericultura che fa impallidire persino il celeberrimo dottor Spock.
Sicché la Pernoud mi aveva avvertita. Ma quando sei alla terza pagina di un volume di 300 e alla quinta settimana di gravidanza non ti senti pronta e dici a te stessa che è, quantomeno, prematuro iniziare a cercare asili, micro-nidi, materne, baby-sitter o, come le chiamano qui, nounous. Insomma non hai neanche ancora bisogno di un pantalone pre-maman, come diavolo fai ad attaccarti al telefono e sembrare minimamente credibile? Eppure dovevo capirlo, dato che l’allarme non veniva solo dalla Pernoud. Alcuni segnali di fumo me li avevano mandati, al di là del Monte Bianco, anche alcune amiche torinesi. Come quella, in attesa del terzo figlio, che ha cercato di convincere i dottori che la sua gravidanza non potrà assolutamente durare più di otto mesi, perché lei, a fine aprile, deve, cascasse il mondo, fare la pre-iscrizione al nido.
Li avevo presi per isterismi femminili, esagerate apprensioni o scompensi ormonali. Povera ingenua. La quantità di risate incredule e «Oh, no-no- no-no» che sono stata in grado di collezionare come risposta alle oltre trenta, esitanti, telefonate non lascia spazio a molti equivoci. Contro ogni scaramanzia e al di là di qualsiasi ragionevole legge naturale, a certe cose è meglio pensarci in anticipo. Direi, se posso azzardare, prima ancora del concepimento. Tanto per star sicuri. E se hai la sfrontatezza di vivere in Francia o in Svizzera, dove fare bambini (meglio più di due) entro i trentacinque anni non è ancora passato di moda, sarà probabilmente sufficiente attivarsi al secondo appuntamento. Massimo terzo.
Pubblicato su “La Stampa“, venerdì10 novembre 2007.
