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Vivere altrove… Senza caffeina
Se ti sei trasferito in Portogallo, forse non ne senti il bisogno. Ma in qualsiasi altra parte del mondo, è sicuramente diventato un accessorio obbligato della tua nuova casa. Tra la voce «bollette» e la voce «dentista», inamovibile e lamentoso, giace, tra gli scaffali della libreria, il fascicolo dedicato al «caffé». Perché, se c’è una cosa di cui gli italiani emigrati si lagnano senza tregua, oltre al tempo meteorologico, è la nostalgia per l’espresso del bar sotto casa. «’Na tazzulella e’ cafè», da bere al volo, in piedi, a garanzia di un po’ di lucidità.
«Paese che vai, caffé che trovi», dice Marco affranto, quando, dopo l’ennesimo tentativo di ordinare un «espressò ristrettò bien serré à l’italien» («one-shot mocha» o «Espresso double shot»), si trova di fronte «acqua marrone», un beverone tiepido e annacquato servito in una specie di mug per tisane naturali. E dire che fa sempre il gesto con il pollice e l’indice, cercando di spiegare che «espressò ristrettò» vuol dire, appunto, che ce ne deve essere poco, giusto due dita. Amaro e concentrato. Ma evidentemente gli manca il fascino brizzolato alla George Clooney. Approfondite indagini sono, poi, in corso sul mistero che impedisce la produzione dell’amata bevanda anche in presenza di una normalissima macchina espresso. Sarà l’acqua, la temperatura, la pulizia degli ingranaggi. E chi lo sa. Non stupisce che, per reazione uguale e contraria, l’espresso italiano sia diventato nel mondo una specie di stereotipo del Made in Italy. Brigitte, una collega franco-olandese assidua frequentatrice del «Paese dove fioriscono i limoni», non riesce a capacitarsi del fatto che persino il caffé dell’autogrill sia più buono di quello che normalmente le rifilano nei locali chic ginevrini. Per quanto mi riguarda, tendo a snobbare la crociata, ritenendomi più una fan del cappuccino («cap-uh-chee’-nò») che del ristretto. E questo forse facilita le cose, visto che a quanto pare una schiumetta decorosa son bravi tutti a farla, persino da Starbuck.
Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 26 ottobre 2007.
Vivere altrove… Pendolari volanti (II)
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via», scriveva, magistralmente Pavese. E ancora. «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti». Lo san bene tutti gli emigrati, e, ancora meglio, lo sanno i trasfertisti dell’era globale: i pendolari volanti. Una vita festiva in Italia e una feriale a Monaco, Praga, Mumbai, Dublino.
Sempre col disco orario poggiato sul cruscotto. Sempre a cavallo della linea di confine. L’estero vissuto non come parentesi, ma come normalità, in quella stabile instabilità, doppio coinvolgimento e tormentata spaccatura che è la cifra del vivere altrove. Con gli anni, questa specie dal naso fino, l’occhio lucido e lo stomaco dilatato dalle noccioline degli aerei e dai pasti on the road, impara a piantare radici lunghe una spanna. Un modo come un altro per non avere troppa zavorra da trasportare sulle spalle quando, un ora, un giorno o una settimana dopo, l’orizzonte cittadino cambierà, liquido più ancora di un aperitivo.
È come se avessero preso un virus, mi spiega un membro più che onorario di una categoria che non va in pensione. Il virus del viaggio. Perché, anche se di lavoro spesso si tratta, è il viaggio, la scoperta, la curiosità, la necessità di adattarsi, il vero, autentico motore di una vita forse faticosa e un tantino surreale, ma fortissimamente scelta e quasi mai subita o lamentata.
Viaggio, dunque, non solo spostamento, dislocazione, distacco. E se, siamo d’accordo tutti, il viaggio è archetipo di tutto quanto parte, procede, giunge e, a volte, ritorna, questi eretici erranti e vagabondi del jet-leg, molto più inclini a filosofare tra le nubi di quanto il classico cliché del manager o dell’ingegnere porterebbe a sospettare, sono lo specchio di un mondo che rifiuta i tempi morti e sposta in continuazione l’orizzonte. Terrestre, mentale o spirituale che sia.
Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 12 ottobre 2007.
Vivere altrove… Pendolari volanti (I)
A contarli sono più di quanti ci si immagina. Sono i pendolari volanti, che vivono all’estero durante la settimana e rientrano in Italia il venerdì sera, per restarci fino alla domenica pomeriggio. E questo per undici mesi all’anno. Altro che Torino-Milano con l’Intercity delle 6 e 50 e l’interregionale delle 18 e 30. Con tutto il rispetto.
Già, perché se il pendolarismo-pendolante verso la madrepatria è un denominatore comune a tutti coloro che lavorano e vivono all’estero, sono loro, i pendolari volanti, emigranti part-time, i veri maestri jedi, i super-pippo della trans-frontalità. E dell’attesa. Di una telefonata, di una coincidenza, della settimanale cena in famiglia.
I pendolari volanti danno del tu agli aeroporti, riconoscono ad occhi chiusi il motore della navetta Caselle-Porta Nuova, hanno in tasca il numero di cellulare del signor O´Leary, sulle guance un colorito perfettamente intonato all’uniforme delle hostess e nella giacca almeno una decina di tessere Millemiglia, una per ogni sky-team esistente sul pianeta.
Un poeta sconosciuto ha scritto di loro: “Già prima di partire/cominciano a ritornare,/e ogni volta che tornano/si preparano per la partenza”.
La vita li costringe a macinare chilometri in scatole pressurizzate a diecimila metri di altitudine, otto volte al mese. Il mondo sotto i piedi. Attraverso il finestrino.
Inutile dire che per sopravvivere a questa eterna trasferta o sono scaltri come un personaggio di Le Carré o lo diventano, per una questione di sopravvivenza. E così, la quarta volta che l’omino del controllo antiterroristico butta via la loro schiuma da barba perché supera i 100ml, si arrendono all’evidenza del doppio-beauty. Che poi è solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie ci sono una doppia casa, una doppia signora delle pulizie, una doppia carta SIM, un doppio, a volte triplo, mazzo di chiavi. L’unica cosa pesante di un bagaglio a mano che si assottiglia ogni mese di più.
Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 5 ottobre 2007
Il viaggio dei fiori senza odore
Cantati dai poeti, dipinti dagli artisti, regalati ad amati, malati e defunti, i fiori di oggi non profumano più. Selezionati per colore, dimensione e, più che tutto, deperibilità e resistenza, hanno perduto per strada ogni odore, per quanto la gente si ostini ad avvicinare le narici ai boccioli fingendo di riempire i polmoni con un’essenza ormai quasi del tutto immaginaria.
Per ritrovare antiche fragranze e visitare i 60 mila ettari di terra dedicati, nel mondo, alla coltivazione di fiori, Amy Stewart, californiana con la passione del giardinaggio, ha viaggiato in lungo e in largo per il pianeta. Da Bangkok a Bogotà, da Miami a Tokyo.
Ad Eureka, dove abita, non ha riportato il fiore perfetto, ma una puntigliosa testimonianza dei meccanismi di funzionamento e disfunzionamento dell’industria globale, frenetica e anonima dei fiori recisi. Ne è nato un libro, «Flower Confidential» (Algonquin Books 2007), nel quale la Stewart ripercorre una filiera un tempo prettamente locale, e oggi al contrario animata da grandi operatori, centri di ricerca, venditori specializzati, aste internazionali e nodi di smistamento. Un traffico influenzato da quotazioni in borsa, fluttuazioni monetarie, costo del petrolio, variazioni climatiche, accordi macro-economici, gusti e festività. Un affare da 40 miliardi di dollari (10 miliardi in più dell’industria musicale) che prospera grazie ad un ambiguo e assolutamente unico «miscuglio di natura e tecnologia, passione e commercio».
Le rose ecuadoregne
Un centinaio di anni fa la quasi totalità dei fiori recisi venduti negli Stati Uniti era made in Usa. Oggi i tre quarti sono importati, per lo più dall’America Latina. È il caso della rosa «Impulse», una varietà dal brillante color arancio e dallo stelo lunghissimo, che viene dall’Equador, paese che rifornisce 22.750 negozi di fiori e 23.000 supermercati nel mondo, soprattutto americani e russi (dove rappresenta un quarto delle importazioni floreali).
Una «Impulse» raccolta in un serra vicino a Quito il lunedì mattina, viene ripulita, controllata, misurata, classificata e imballata nel pomeriggio, stoccata in una cella frigorifera nella notte (dove beve una soluzione appositamente designata per ritardarne l’appassimento); caricata su un tir, sempre frigorifero, infilata in una scatola di cartone (senz’acqua), e condotta in aeroporto attraverso una tortuosa strada di montagna. Da lì passa nella stiva del primo aereo in partenza e poche ore dopo atterra. O ad Amsterdam, in Olanda, diretta a Bloemenveiling Aalsmeer o a FloraHolland, i due più grandi centri di scambio al mondo, che hanno in progetto di fondersi nel 2008 e dove, ogni giorno, si vendono, ordinano e smerciano 20 milioni di fiori, per un totale di 37.360 transazioni quotidiane. O a Miami, dove viene nuovamente ispezionata alla ricerca di parassiti o malattie, prima di finire su un ennesimo camion per la distribuzione all’ingrosso.
Un traffico mondiale per un prodotto di massa
A un destino non dissimile vanno incontro i 60 millioni di orichidee thailandesi venduti ogni anno ai quattro angoli del pianeta, gli oltre 5 milioni di gigli-calla neozelandesi esportati annualmente (soprattutto in Giappone), le rose colombiane (per l’84% dirette in Nordamerica), e i tulipani olandesi (300 milioni di steli venduti ogni mese).
La Polonia è attualmente il maggior produttore europeo di fiori tagliati, esportando 8 milioni di dollari di fiori ogni anno, mentre un terzo dei fiori europei arriva dal Kenya. La Germania è invece il principale importatore Ue.
I nuovi concorrenti
Ma il settore è evidentemente troppo appetibile per non solleticare le ambizioni di mercati emergenti. Come la Cina, che, a seguito dei poderosi investimenti infrastrutturali nella provincia dello Yunnan, conta di aumentare le esportazioni floreali passando da 27 a 200 milioni di dollari all’anno entro la fine del decennio.
Dubai e Mumbai, per canto loro, stanno guadagnando terreno come nuove piazze di scambio. «Per paesi in cui il costo del lavoro è molto basso», spiega la Stewart, «il grosso limite rimane il trasporto». Per non parlare dell’insondabile peso della tradizione. I grossisti, vien da scommettere, riusciranno a fidarsi e ad abbandonare le rose colombiane o i tulipani olandesi in favore di un prodotto meno costoso proveniente dall’India o dalla Cina?
Pubblicato su «la Stampa» il 17 agosto 2007.
Vivere altrove… Ricorrenze
Ho avuto l’occasione di trascorrere un anno in Mozambico. Su un taccuino, alla fine dell’avventura, avevo annotato: «Non mi sono mai abituata ai neri con i capelli bianchi; ai crateri profondi che si aprono sotto i piedi mentre cammino tranquilla per le strade di Maputo; agli scarafaggi che incontro per le scale; all’aria condizionata nel cinema, che ci vorrebbe il maglione di lana; al carbone venduto per le strade e all’olio in sacchetti mono-dose; all’elettricità che si compra dal benzinaio; alla quantità di macchine che riescono a far entrare sul traghetto che attraversa la baia; ai gechi che scivolano sul pavimento come avessero i pattini; all’alba che arriva d’improvviso in camera e non ci sono né tende né finestre per farla stare fuori».
Fa un anno e sette mesi che abito all’estero, con un piede in Francia e l’altro in Svizzera.
Questa non è più un’avventura, una parentesi esotica da raccontare ai nipotini davanti al fuoco. Se ci sono gli scarafaggi significa che non ho pulito abbastanza. Alla finestra ci sono, per legge, i doppi vetri e per la strada quel poco che ti vendono in genere è illegale. Nonostante questo, e fatti i dovuti distinguo, ancora non mi sono abituata: ai torinesi che quando parlo delle cose di qui mi danno dell’esterofila, dimostrando di non aver capito niente di quello che ho detto; alle tagliatelle come contorno; al taccuino con la matita che ti mettono a disposizione nei parcheggi sotterranei per segnarti dove hai messo la macchina; all’imbarazzante bruttezza delle scarpe; a dire «Halò» al telefono invece di «Pronto»; alle rotonde, sempre e dovunque, anche quando davvero non ce n’è bisogno; ai benzinai della Coop; ai belgi che in visita in Svizzera hanno il coraggio di regalarti il cioccolato; al tigì che, in Francia, fa sempre precedere i servizi da una cartina che ti segnala con una freccia dove sta il paesino in cui hanno finalmente asfaltato la piazza principale o quello dove una cavalla ha appena partorito.
E solo dopo si parla dell’Iraq.
Ma questa volta senza cartina.
Pubblicato su «La Stampa», venerdì 13 luglio 2007.
