Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

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Biopirati in camice bianco

copertina.jpgLa biodiversità è diventata un affare di prim’ordine. I ricercatori, spesso al soldo delle multinazionali, carpiscono i segreti delle popolazioni indigene su piante medicinali, funghi e semi. Scoperte poi brevettate. Un business da 5 miliardi di dollari.

L’hoodia è un cactus alto circa un metro e mezzo. Dalla notte dei tempi i kung del Kalahari e i san (boscimani) del Botswana se ne servono per combattere la fame durante le lunghe battute di caccia nel deserto. Nel gambo, dalle dimensioni di un cocomero, è infatti presente un principio attivo capace, se ingerito, di dare un prolungato senso di sazietà.


Il gene spezza-fame, battezzato P-57 dal sudafricano Council for Scientific and Industrial Research (Csir), viene isolato, brevettato e commercializzato all’inizio del 2000 da una piccola azienda farmaceutica inglese, la Phytopharm, la quale ne cede prontamente la licenza esclusiva, per 21 milioni di dollari, all’americana Pfizer (la stessa che ha fatto fortuna con il Viagra). Il “cactus dietetico in pillole” si rivela, manco a dirlo, una vera e propria gallina dalle uova d’oro in un mondo in cui, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), 1,6 miliardi di adulti sono sovrappeso e 400 milioni soffrono di obesità.

Altro scenario. Nell’estate del 1998 gli Abbot Laboratories di Chicago brevettano il principio attivo dell’epibatidina, per sperimentare un analgesico 200 volte più efficace della morfina. La sostanza era stata isolata da John Daly, allora ricercatore del National Institute of Health, dopo lunghi test su un ricco campione di rane ecuadoriane della specie epipedobates tricolor, selezionate e importate illegalmente negli Stati Uniti negli anni Settanta. Grazie alle scoperte di Daly, la Abbott lancia con successo sul mercato il «re degli analgesici».


Spogliati e derubati


In gergo tecnico, il furto delle conoscenze tradizionali dei san (e, analogamente, degli ecuadoriani), e il loro egoistico sfruttamento economico prendono il nome – coniato per la prima volta da Pat Mooney della Rural Advancement Foundation International nel 1993 – di “biopirateria”. O, a scelta, “biocolonialismo”.


Niente uncino, né bende sull’occhio o pendagli pacchiani. Il biopirata non ha il fascino ribelle e anticonformista di un corsaro salgariano a caccia di tesori e forzieri, ma l’aspetto, il più delle volte, un po’ asettico del ricercatore occhialuto in camice bianco. Al soldo di università, fondazioni, industrie agro-alimentari, chimiche, farmaceutiche o biotecnologiche, il biopirata non esita a travestirsi da antropologo per entrare in contatto con le popolazioni più remote del pianeta, allo scopo di carpirne i segreti, siano essi piante medicinali, funghi, semi, principi attivi o vere e proprie risorse genetiche. Quasi inutile puntualizzare che la suddetta spoliazione assai di rado prevede un qualche tipo di compensazione o risarcimento (le royalty essendo, astutamente, vincolate al prodotto derivato).


Ancora una volta, e spesso senza neanche averne il sospetto, la povertà si ritrova, suo malgrado, a sussidiare la ricchezza. Accade così che la Eli Lilly & Co. di Indianapolis metta a punto due farmaci di successo – la vincrastina e la vinblastina – a partire dalla vinca rosea, una pianta del Madagascar, senza che nessuno, al di fuori della ditta, partecipi dei profitti.

Che i ricercatori dell’Università del Wisconsin, seguendo la stessa strategia, brevettino una proteina tratta dalla bacca africana “j’oublie” (pentadiplandra brazzeana), per farne un dolcificante. Che l’industria olandese Quest International e l’Università del Minnesota ottengano una patente, la numero 5919695, su un batterio del pozol, la bevanda che i campesinos messicani preparano diluendo con acqua una pasta di mais fermentata, e che ha la proprietà di impedire la decomposizione degli alimenti. In pratica, un conservante naturale.


La biodiversità è, insomma e a tutti gli effetti, diventata un affare di prim’ordine. Qualche cifra in ordine sparso, giusto per dare l’idea: circa 43 miliardi di dollari il valore corrente del mercato mondiale delle piante medicinali; 147 milioni di dollari il valore commerciale dei prodotti farmaceutici elaborati a partire da piante tropicali; 3 miliardi di dollari le vendite annue di prodotti cosmetici che utilizzano risorse genetiche basate sulle conoscenze tradizionali; circa 5 miliardi di dollari il giro d’affari complessivo, secondo solo a quello legato al traffico d’armi e droga.

La rivincita dei nativi


Il meccanismo è connesso al controverso e attualissimo tema dei patent right (o diritti di brevetto), uno dei cardini della moderna geometria del capitale e tra i responsabili delle feroci gerarchie tra centro e periferie economiche del pianeta. La china della “brevettabilità del vivente” è dietro l’angolo ed è cosa troppo concreta per lasciarla nelle mani dei giuristi.


La mostarda indiana, il pepe nero, il riso paraboiled, addirittura il codice genetico di un indigeno hagai della Papua Nuova Guinea. «Tutto è potenzialmente brevettabile in natura – commenta Debra Harry, del Consiglio dei popoli sul biocolonialismo, con sede in Nevada – e non c’è modo di fermare le bioprospezioni, ovvero le ricerche di organismi biologici potenzialmente redditizi».


Qualcuno, però, ci prova. Nel caso dell’ayahuasca, ad esempio, un estratto vegetale tradizionale dell’Amazzonia, utilizzato sotto forma di bevanda dai contadini colombiani a scopo rituale, la disputa tra popoli indios e multinazionali ha avuto un esito imprevisto (anche se, malauguratamente, solo temporaneo). “Rubata” per brevetto medico una decina di anni fa da Loren Miller, dell’International Plant Medicine Corporation, che si era aggiudicata gli annessi diritti esclusivi di produzione e commercializzazione, la pianta è stata oggetto di una vera e propria causa legale. Il processo intentato a Washington con il sostegno del Coica (Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica) e del Cultural Survival Canada, si è inaspettatamente concluso nel 1999 con la revoca del brevetto (poi, però, riottenuto da Miller nel 2001).

Il fortunato episodio ha stabilito un precedente, convincendo, nel 2000, i 16mila indios waphisana, a cavallo tra il Brasile e la Guiana, che valeva la pena intentare una causa contro i brevetti ottenuti dal chimico britannico Conrad Gorinsky per alcune sostanze isolate dal tipir, la noce dell’ocotea rodiati, usata dai locali come contraccettivo, antiemorragico e disinfettante, e dal cunami (clibadium sylvestre), una pianta usata per pescare.

Nello stesso anno, oltre mezzo milione di persone, mobilitate da una coalizione internazionale di organizzazioni ambientaliste, hanno manifestato a Bangalore, riuscendo a far ritirare il brevetto sul Margosan-O, un principio attivo estratto dall’albero sacro del nim, impiegato nell’India contadina come pesticida naturale. L’estratto era stato “scoperto” e brevettato nel ’94 dal trafficante di legname Robert Larson e subito venduto alla Wr Grace. Altri 80 brevetti pendono su altrettanti componenti della pianta, ma la “battaglia del nim” ha segnato una svolta importante. Davide aveva sfidato Golia e l’aveva vinto.


A Ginevra il braccio di ferro tra nativi e corporation assume i contorni sfumati e i ritmi lenti della diplomazia. In febbraio, al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, prima sede dell’Onu, si è riunito per la prima volta un gruppo di lavoro, impegnato nella negoziazione e stesura di un Protocollo internazionale che intende assicurare alle popolazioni indigene una parte dei benefici derivati dalla commercializzazione delle risorse genetiche. Un obiettivo ambizioso, già contemplato nella Convenzione sulla biodiversità del ’92, che riconosce la sovranità degli stati sulle risorse genetiche presenti nel proprio territorio, chiede un’equa distribuzione dei profitti tra società straniere e paese d’origine e accorda – all’articolo 8J – grande importanza al sapere indigeno, esigendo il previo consenso informato dei partner interessati, prima di procedere allo sfruttamento.


«Codificando un regime internazionale di accesso alle risorse e ripartizione dei benefici, il Protocollo metterà fine allo scandalo della biopirateria», sentenziano i diplomatici dalle rive del lago ginevrino. D’accordo. Ma sarà sufficiente? «Tutto dipende da come s’interpreta il concetto di biopirateria», sottolineano i militanti di Grain, una organizzazione non governativa che si batte contro l’“erosione genetica”. «Biopirateria significa essenzialmente che si prende qualcosa che appartiene a qualcun altro, senza avere il permesso e senza pagarlo. Implicitamente, ciò significa che, se ci si accorda su un qualche tipo di licenza e corrispondente compensazione – che poi è il senso del Protocollo internazionale e della stessa Convenzione –, il reato non sussiste più. Per noi, tuttavia, una simile transazione non risolve il vero problema, che è invece legato al concetto di appartenenza. Chi ha deciso che la biodiversità appartiene a qualcuno?
».


La soluzione “legalista”, in altre parole, benché studiata per favorire e difendere i governi del Sud, le loro ricchezze naturali e i loro saperi antichi, finirebbe solo con il facilitare l’appropriazione delle risorse genetiche, limitandosi a fissare il prezzo e a scegliere il miglior offerente
. Per schierarsi nella querelle, non resta che decidere se (ed eventualmente quanto) il mondo è in vendita.

Pubblicato su «Nigrizia», 1 aprile 2008.

Scritto da Irene

il 2 aprile 2008 alle 7:53 am

Dietro del quinte del Darfur. Cronistoria dai corridoi del Consiglio dei Diritti dell’Uomo

copertinamaggio2007.jpgStarsene dietro le quinte, a volte, è meglio che avere un posto in prima fila. Assistere allo spettacolo di sbieco, a lato del sipario, nella penombra, tra tecnici e costumisti, dà all’osservazione un’angolazione inedita e in molti casi illuminante. Dal backstage si notano le sfumature, s’intuisce meglio la posta in gioco, la tensione degli attori, le attese che accompagnano la rappresentazione, le alleanze, i bluff.

Uno dei possibili «camerini» da cui osservare la tragedia che si sta consumando in Darfur è il Consiglio dei Diritti dell’Uomo, organo sussidiario dell’Assemblea Generale dell’Onu, nato, poco più di un anno fa, dalle ceneri della defunta e screditata Commissione.
Forum di dialogo e cooperazione internazionale sui diritti umani, il Consiglio ha sede a Ginevra ed è composto da 47 membri, eletti a maggioranza assoluta dai 191 Stati dell’Assemblea Generale.

Esclusi Zimbabwe, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Vietnam, Nepal, Eritrea ed Etiopia – a suo tempo membri dell’antica Commissione – il Consiglio accoglie tra le sue fila Cuba, Cina, Arabia Saudita, Pakistan e Russia. Gli Stati Uniti, come ha confermato il Dipartimento di Stato a inizio marzo, sono determinati, almeno per ora, a rimanerne fuori. La loro assenza è assordante: se da un lato spiega la scarsa credibilità di cui l’organo ha sinora goduto, dall’altro svela la feroce diffidenza statunitense verso un’assemblea ritenuta troppo incontrollabile e dominata da equilibri non propriamente tradizionali, almeno negli esiti: il classico confronto tra Nord e Sud prende infatti, a Ginevra, la forma di un violento braccio di ferro tra uno schieramento maggioritario, costituito dai cosiddetti paesi non allineati (il gruppo africano, Algeria in testa, l’organizzazione della Conferenza Islamica, Cuba, Cina e Russia), e uno, minoritario, composto dagli Stati Occidentali, parte dell’America Latina e il Canada. Un ribaltamento dei rapporti di forza che sarebbe senz’altro auspicabile, se non si traducesse, spesso e volentieri, in un’occasione di rivalsa e di puro e semplice contro-potere rispetto alle ben più note dinamiche del Consiglio di Sicurezza. Ginevra versus New York, per intenderci. A vederli sfilare, questi austeri e paludati mandarini, non viene il sospetto. Ma la diplomazia sa essere, talvolta, sorprendentemente rissosa e vendicativa.

L’Odissea del Darfur al Consiglio inizia il 19 giugno 2006, con il discorso inaugurale del presidente, l’ambasciatore messicano Luis Alfonso De Alba. È lui il primo a mettere all’ordine del giorno una tragedia che il mondo pare aver dimenticato dopo la sigla degli Accordi di Pace tra il governo di Khartoum e la fazione del Sudan’s liberation movement, del maggio precedente.

Ancora a dicembre, dopo tre sessioni speciali virate sul conflitto israelo-palestinese e sulla nuova emergenza in Libano, è lo stesso Kofi Annan a richiedere che la questione mediorientale non «monopolizzi l’attenzione del Consiglio a scapito di altre questioni che costituiscono violazioni altrettanto gravi, se non di più». Si arriva dunque, dopo qualche tira e molla, alla sessione speciale sul Darfur, che terrà banco il 12 e il 13 dicembre. Quarantotto ore filate per ascoltare e discutere, soprattutto, il rapporto presentato dall’Alto Commissario per i Diritti Umani Louise Arbour. Passata in rassegna la nuova ondata di violenze che, nelle precedenti sei settimane, aveva causato oltre 80mila sfollati, la Arbour non fa sconti e accusa il Governo sudanese, responsabile di attacchi alla popolazione civile, bombardamenti, operazioni di sabotaggio degli aiuti umanitari e copertura di azioni criminali. La due giorni si chiude con l’approvazione di una «missione d’inchiesta di alto livello in Darfur», su proposta dell’Unione Europea. E mentre le anticamere del Palazzo si svuotano, e nell’aria echeggiano ancora le ipotesi su chi sarà chiamato a guidare la spedizione, – meglio sarebbe un africano, si sussurra – Oxfam, Concern, Goal, International Rescue Committee, il Norwegian Refugee Council e World Vision annunciano il rimpatrio temporaneo dal Sudan di oltre 250 operatori umanitari e dal Chad di oltre 400. Non c’è più molto tempo.

Dopo un giro di consultazioni, De Alba decide di dare l’incarico al Premio Nobel per la Pace Jodie Williams, 56 enne americana del Vermont. Non tutti sembrano approvare e difatti i membri della spedizione non ottengono neanche il permesso di entrare in Sudan, limitandosi ad interrogare i rifugiati in Ciad orientale, ad Addis Abeba, N’Djamena e Abeche.
La Williams riferirà al Consiglio durante la quarta sessione ordinaria, per la precisione il 16 marzo. Il Rapporto ripropone, suffragandole, le argomentazioni della Arbour, denuncia «crimini internazionali su larga scala» e si rifà al principio della responsabilità di proteggere: in numerose circostanze tanto il Governo sudanese quanto la comunità internazionale avrebbero avuto l’«obbligo vincolante di tutelare la popolazione della regione». E se l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea Javier Solana diffonde un comunicato stampa in cui invita «i Membri del Consiglio a dare seguito alle numerose raccomandazioni contenute nel Rapporto» – un modo elegante per dire: «datevi da fare» – Khartoum contesta l’accuratezza e l’indipendenza della relazione, mettendo addirittura in causa il ruolo e la nomina dei relatori dell’Onu, che molti preferirebbero di indicazione regionale e non indipendenti. «Ci opponiamo fermamente e risolutamente a qualsiasi conclusione venga da questa missione», commenta furioso il ministro della Giustizia, Mohamed Ali El Mardi. È l’inizio della guerra dei fronti anche a Ginevra.

Il governo di Beshir continua ad avere il sostegno della Cina – non è un caso che il Sudan fornisca il 10 per cento dell’import petrolifero cinese – ma il gruppo africano sembra, per la prima volta in dieci mesi, più sfilacciato e meno solidale che mai. Una frangia di otto ambasciatori (Ciad, Ghana, Camerun, Nigeria, Gabon, Senegal, Zambia e Mauricius) si dice disposta a trattare, ma rimane categorica su tre punti: non intende «prendere atto del Rapporto della Williams», né accettare che il Sudan venga citato per violazioni dei diritti umani, alla stregua delle milizie ribelli, e rifiuta su tutta la linea che il relatore sul razzismo faccia parte del gruppo di esperti che sarà incaricato di seguire il dossier Darfur. Almeno si dà per scontato che un simile dossier esista, ed è già un passo avanti.

Dopo una settimana di febbrili negoziazioni in merito a sottigliezze terminologiche solo in apparenza vacue, si arriva, increduli, all’intesa. Il rapporto della Williams è accettato l’ultimo giorno della sessione, il 30 marzo, come «documento da cui partire per prendere delle misure concrete». Che, tradotto, vuol dire che non si potrà far finta che non esista. Di fronte a 200mila morti in 4 anni, sembra, a dire il vero, un po’ pochino. Ma solo a chi ignora le sottili regole e geometrie che governano gli ambienti diplomatici. In realtà si tratta della prima risoluzione comune che il Consiglio riesce prendere. Il segno di un micro-scisma che, per una volta, è riuscito a forzare blocchi e lobbies altrimenti cristallizzate. La prova generale di una «massa critica» che in un futuro prossimo potrebbe rivelarsi decisiva.

Articolo pubblicato su «Nigrizia», maggio 2007

Scritto da Irene

il 1 maggio 2007 alle 5:36 pm

Kimberley affonda a Ginevra

copertinaaprile2007jpg.jpgRue du Grand Lancy 6, La Praille. Siamo nella zona industriale di Ginevra. Da un lato l’aerogare, dall’altro il piccolo quartiere residenziale di Carouge. In un imponente palazzone grigio-bianco di quattro piani ha sede la Società anonima dei porti franchi e depositi di Ginevra. Sulla sinistra, 140mila metri quadri di magazzini, casseforti, container, cantine, uffici. Una superficie pari a circa 22 campi da calcio.

Una vera e propria base off-shore nel bel mezzo dell’Europa, un’enclave magicamente al di sopra – o al di sotto – delle leggi, da cui transitano ogni anno, indisturbati, diamanti grezzi per un valore che supera i 3 miliardi di franchi svizzeri (circa 2 miliardi di euro).

Districare la fitta ragnatela di agenzie intermediarie abitualmente incaricate di seguire le formalità doganali e vigilare sulle operazioni di import-export per conto di clienti, nella totalità dei casi protetti dalla discrezione più assoluta, è impresa ardua, quando non del tutto impossibile. Le parole d’ordine della casa sono “riservatezza”, “discrezione”, “anonimato”, “fiducia”, privacy.

Di recente, perfino Anversa, capitale mondiale della lavorazione e del commercio di diamanti, ha criticato le maglie larghe dei porti franchi di Ginevra e Zurigo. Dal Belgio passano, infatti, l’80% dei diamanti grezzi e il 50% di quelli tagliati sul pianeta, per un giro di 26 miliardi di euro l’anno.

Molti vengono dalla Svizzera e dai suoi porti. In base all’articolo 42 della legge federale sulle dogane, si tratta, a tutti gli effetti, di zone extra-territoriali in cui le merci, per lo più beni di lusso, possono essere stoccate indefinitamente, disimballate, divise, riconfezionate e spedite a piacimento, sfuggendo, di fatto, a qualsiasi ispezione.

«Temporanea sospensione di leggi e tasse», la chiamano i dirigenti della società. No man’s land, per intenderci. Il diamante che passa per il porto franco acquista una sorta di “passaporto svizzero”, perdendo, quindi, la memoria: i documenti che ne attestano la provenienza vengono annullati e nuovi colli, contenenti diamanti di diversa origine, ripartono oltre confine, principalmente verso Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Libano o Israele. Nessuno si domanderà più da dove arrivano.

Oasi intoccabili
L’esistenza di simili “oasi” sovra o extra doganali, che neanche gli accordi bilaterali hanno per ora avuto il potere di scalfire, ha sollevato nel tempo più di un’obiezione. Che reali possibilità di applicazione ha, di fronte ai porti franchi, il sistema di certificazione e controllo di gemme grezze, noto come Processo di Kimberley? Processo approvato nel gennaio del 2003 dal World Diamond Council e da circa 71 governi per ostacolare la vendita dei “diamanti insanguinati”, cioè estratti in zone di guerra.

Le opinioni discordano. La direzione dei porti franchi sembra piuttosto soddisfatta del sistema. «Tanto l’ingresso quanto l’uscita dei diamanti grezzi dai depositi è strettamente vincolata alla presentazione di un certificato d’origine, numerato e debitamente rilasciato dalla Segreteria di stato (Seco)», spiega Yves Bonnier, direttore della Valimpex S.A. e cliente dei porti franchi di Ginevra.

Il movimento (in gergo, il transito) delle gemme grezze verso e dall’esterno viene, dunque, scrupolosamente monitorato. Eppure, a Berna i funzionari dell’Amministrazione federale delle dogane (Afd), che avrebbero il potere di sequestrare eventuali lotti di diamanti non in regola, ammettono che i “controlli”, a causa della cronica carenza di personale, sono, in realtà, «assai sporadici».

Tanto che non risulta alcuna anomalia dal 2003. Il fatto è che, se un occhio al numero del certificato di Kimberley è ormai routine, assai più rara è, invece, la verifica che il peso in carati dichiarato sul certificato corrisponda effettivamente a quello del collo in uscita, o che, a parità di carati, il valore di ciò che esce sia lo stesso di quello entrato. Insomma, spesso i conti non tornano.

«Nel 2004 e 2005», spiega il giornalista Gilles Labarthe, che sul transito di diamanti nei porti franchi ha recentemente svolto un’indagine approfondita, «a parità di carati, il valore dei diamanti grezzi dichiarati all’ingresso dei porti franchi è, inspiegabilmente, raddoppiato all’uscita, passando da 880 milioni di dollari a 1,6 miliardi nel 2004 e da 1,5 miliardi a 2,2 miliardi nel 2005».

Le denunce
Organizzazioni come Global Witness, Human Rights Watch e Amnesty International, che hanno ripetutamente sollevato il problema del contrabbando e del riciclaggio nel circuito legale di diamanti grezzi provenienti da paesi sotto embargo, considerano, per parte loro, i porti franchi svizzeri «un pericoloso e tendenzialmente incontrollato centro di smistamento di diamanti di dubbia origine», che, tuttavia, non fa che aggiungersi alle altre possibili vie d’accesso al mercato diamantifero.

Sempre più spesso, infatti, paesi come il Sudafrica e la Svizzera eludono le sanzioni internazionali, facendo transitare il grosso delle partite di gemme grezze attraverso paradisi fiscali come Panama, le Bahamas o le Isole Vergini.

«Il Processo di Kimberley ha introdotto alcuni miglioramenti», nota il portavoce di Amnesty, senza troppi entusiasmi, «ma gli stati coinvolti nel commercio mondiale dei diamanti e l’industria del settore non fanno ancora abbastanza per sradicare completamente questo traffico».

Il 65% dei 130 milioni di carati che ogni anno girano il mondo proviene dall’Africa, dove i confini nazionali sono, per così dire, piuttosto porosi ed episodi di corruzione e favoreggiamento non infrequenti. L’ultimo in ordine di tempo è stato denunciato lo scorso ottobre in un rapporto delle Nazioni Unite, che ha accusato il Ghana – per altro firmatario del Processo di Kimberley – di essere attivo sul mercato dei diamanti provenienti dalla Costa d’Avorio, alimentando la guerra civile che, dal 2002, spacca il paese in due.

Né va dimenticato che, quando si parla delle regole e certificazioni introdotte con gli accordi siglati a Kimberley, s’intende, in realtà, un meccanismo di autocontrollo volontario e interno, facilmente falsificabile e che lascia spazio a numerose scappatoie. Come, del resto, dimostra l’ultimo rapporto di Global Witness sulle gioiellerie americane e inglesi, intitolato Déjà vu: la metà delle case interpellate dall’organizzazione, a proposito delle garanzie adottate per controllare l’origine dei diamanti venduti, ha preferito non rilasciare dichiarazioni; il 56% ha ammesso di non aver alcuna politica.

Potere del consumatore
La palla passa, a questo punto, al consumatore, il solo ad avere il potere di esercitare una massa critica capace di fare pressione sull’offerta. Organizzazioni internazionali come Amnesty International e Global Witness ne sono convinte e hanno persino ideato una Guida all’acquisto per chi si appresta a comperare un diamante: una semplice lista di domande da porre all’orefice, tanto per togliersi il dubbio. Si va dalla richiesta della certificazione alla sottoscrizione di un codice di condotta conflict-free.

«Sulla 47ª, a New York, tuttavia, è ancora possibile presentarsi con i diamanti in tasca e venderli senza che nessuno faccia domande sulla loro provenienza», racconta Kadir Van Lohuizen, un fotografo olandese che per due anni ha seguito la rotta dei diamanti, dalle miniere di Bakwa Bowa in Congo o di Bula in Angola alle città indiane, come Surat, uno dei più importanti centri al mondo per il taglio e la pulizia delle pietre, fino alle scintillanti vetrine della Grande Mela.

L’industria dei diamanti sta cambiando, spiegano gli esperti. I grandi cartelli degli anni Novanta (la De Beers davanti a tutti) lasciano il posto ai piccoli produttori – il Kimberley Diamond Group, la Trans Hex e la Gem Diamond – e il settore si fa più competitivo, agguerrito e dinamico, dunque, per certi versi, più sano. Buono a sapersi.

Ma la cautela è d’obbligo. La comparsa sul mercato di produttori più piccoli non è, infatti, necessariamente una garanzia di una gestione più trasparente. E il fatto che i diamanti siano sempre meno “insanguinati” non vuole automaticamente dire che siano più “etici”.

Reportage pubblicato sul numero 4 (2007) di «Nigrizia»

www.nigrizia.it/doc.asp?id=9325

Scritto da Irene

il 30 marzo 2007 alle 9:57 am