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Il mio Emil, invisibile salvato dalla fantasia
Non ha per niente l’aria dell’intellettuale perso nell’iperuranio, Fabio Geda. Il lavoro che fa, educatore in una comunità per minori torinese, non glielo permetterebbe. I piedi ben piantati per terra, l’orecchio teso all’ascolto, le parole sempre, o quasi, da scegliere, da dosare. Perché con l’uso non perdano di efficacia, e conservino, nel tempo, il potere del consiglio e del conforto. Da poco più di un mese Fabio Geda, 34 anni, ha pubblicato un romanzo. La sua prima incursione nella letteratura s’intitola Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani ed è edita dalla Instar. Il libro è stato ufficialmente presentato a Caserta al LXI Premio Strega da Valeria Parella e Diego De Silva. Non male per un esordio. «Perché l’editoria è fatta anche di gesti belli e generosi, non scordiamolo», commenta Geda con uno sguardo ancora esitante tra l’incredulo e l’entusiasta.
Vita: Partiamo dal protagonista, Emil Costantin Sabau, col «vento nei capelli e il mare negli occhi».
Fabio Geda: Emil è il tassello di un puzzle molto più grosso di lui. Un disegno così complesso che molti suoi coetanei ne vengono sopraffatti. Emil inserisce la sua storia personale all’interno di un contesto sociale, politico, famigliare che non lo facilita affatto. Anzi. Per venirne fuori deve inventarsi delle strategie, «facendo fuoco» con i mezzi che ha a disposizione. Questi mezzi – nel suo caso, forse, poveri per quantità più che per qualità – sono la curiosità, la fantasia, la capacità di entrare in contatto e di comunicare con chi gli sta attorno. Emil è un vincente. È il ragazzino che chi fa un lavoro come il mio si augura di incontrare un giorno lungo la strada. Scrivendone, e facendolo parlare in prima persona, ho cercato semplicemente di osservarlo, tentando di astenermi da qualunque giudizio. Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani in fondo non è che un romanzo. Contiene un nucleo di verità forte che però, poi, ho trattato con gli strumenti della letteratura. Non intendevo insegnare nulla. Volevo, prima di tutto, che la lettura della storia fosse un’esperienza coinvolgente.
Vita: Emil cerca il nonno per ritrovare, grazie a lui, il padre disperso in una prigione rumena. Cosa è, per lui, la famiglia?
Geda: Anzitutto un luogo di relazioni. Certo non un contratto. Forse un vincolo di sangue. Potremmo dire che, tra le relazioni, vince di norma quella che porta con sé anche un patrimonio genetico comune, oltre che culturale e affettivo. Ma non solo. Emil è in grado di fare famiglia con chiunque incontra. Tutti i ragazzini hanno bisogno di una famiglia, di essere protetti, di essere accuditi.
Vita: Affamato di radici, di identità, di legami solidi,verrebbe da dire di appartenenza, Emil scappa. Da che cosa?
Geda: Dall’anonimato, dall’invisibilità. Un minore straniero in terra straniera rischia di scomparire, di perdere fiducia in se stesso, di percepirsi come un soggetto sfocato in una foto di gruppo: non del tutto italiano ma neanche più soltanto rumeno, e comunque, volente o nolente, nell’impossibilità di ritornare a casa. Allora non resta che fare della strada la propria casa, e di chi la abita dei fratelli, degli zii, dei genitori a tempo determinato. Emil scappa anche da alcuni pericoli contingenti: nel suo caso un adulto italiano, benestante, un architetto, che lo accoglie con intenzioni, diciamo, non proprio limpide. Perché, tra le altre cose, conquistare la fiducia di un ragazzino, lo dico per esperienza, non è poi così difficile. Il problema è non tradirla. Donarsi a lui senza chiedere nulla in cambio. E non dico una sciocchezza affermando che è una delle cause principali del turn-over degli educatori all’interno delle cooperative sociali. Proprio ieri un’amica mi ha detto: lavoro con l’handicap, perché ti danno indietro tantissimo. I minori invece, spesso, non riescono ad articolare nemmeno le due sillabe della parola «grazie». Come se gli si annodasse la lingua in bocca appena cercano di pronunciarla. Forse perché grazie significa: senza di te non ce l’avrei fatta. Ed è vero. Ma è troppo doloroso ammetterlo. Perché, per loro, equivale a confessare una dipendenza e accettare la possibilità di soffrire in caso di un nuovo abbandono. Per cui la soluzione è piuttosto quella di dirsi: ho bisogno di te, ti uso, ma non mi affeziono.
Vita: Quella di Emil è anche una fuga clandestina attraverso le frontiere di un’Europa a tratti incantevole e poetica e a tratti violenta, caotica, inospitale. La sua vicenda ha le stesse coordinate di quella di migliaia di migranti nel mondo, eppure il suo nomadismo non è mai solitario e quasi mai disperato, per quanto le premesse non manchino…
Geda: Esatto. E con questo non voglio certo dire che non esistano esperienze di solitudine e disperazione nelle storie dei migranti. Ma il mio Emil riesce a tenere testa alla sofferenza, giocando le carte della fantasia e dell’ironia. Molti minori hanno accesso a risorse che noi adulti abbiamo perduto o dimenticato con il trascorrere del tempo, con il maturare della vita, e che pure, di tanto in tanto, continuerebbero a farci comodo. Penso, ad esempio, alla possibilità, magica per certi versi, di sfuggire la realtà aggrappandosi ad un mondo immaginario. Che poi Emil abbia questa capacità, lo deve anche al mio desiderio di scrivere una storia di speranza. Non consolatoria, ma capace di dare al lettore energia, voglia di provare a cambiare le cose, pur nella consapevolezza della fatica che tutto questo comporta. Mi spiego meglio. In comunità cerchiamo in continuazione famiglie disponibili a prendere in affidamento uno dei nostri ragazzi. Vorrei trovare in più persone lo slancio generoso di Raul. Chi è Raul? Beh, questo non ve lo posso dire, dovete leggere il libro…
Info: www.fabiogeda.it
Pubblicato su «Vita», sabato 23 giugno 2007.
Rifugiati: più politica, meno assistenza
Sono quaranta milioni i migranti forzati sul pianeta. Vite di scarto, esiliate nel tempo e scacciate dallo spazio. Una ferita etica, un paradosso giuridico, un cortocircuito squisitamente politico che il mondo intero – complice molto più di quanto non sia disposto ad ammettere – si limita a «contabilizzare» e ad «amministrare», erogando un’assistenza che genera dipendenza, esige controllo assoluto, deresponsabilizza e nega qualsiasi forma di autodeterminazione e rispetto.
La lettura che Chiara Marchetti propone del fenomeno dei rifugiati nel suo libro «Un mondo di rifugiati. Migrazioni forzate e campi profughi» (EMI, pp. 287, 15 euro) è radicale, affilata, spiazzante, lucida, scomodamente critica e per nulla accomodante. I profughi di oggi, titolari o meno che siano di status definitori e «identità burocratiche», sono l’eccedenza di cui il mercato globale e il sistema politico non ha più bisogno se non nel ruolo loro assegnato di vittime. Un potente arsenale ideologico, spiega l’autrice, viene messo in opera affinché i campi, ovvero il perno attorno al quale ruota l’intero sistema internazionale incaricato della protezione e dell’assistenza, si trasformino in entità di lunga durata, in zone «definitivamente temporanee», non soluzioni, bensì obiettivo finale di una politica che, ossessionata dalla sicurezza, mira a «proteggersi dai rifugiati» più che a «proteggere i rifugiati».
La Marchetti ha il coraggio di sottrarsi all’ambigua retorica universalista dei diritti umani e alla spesso illusoria virtualità degli aiuti umanitari (mai neutri e sempre più condizionati), riportando l’attenzione sul principio di cittadinanza e rinsaldando fermamente il nesso tra uomo e comunità politica: «Gli uomini, gli individui, possono anche essere titolari di diritti in quanto uomini e non in quanto cittadini» chiarisce ad un certo punto l’autrice, «ma il riconoscimento e l’applicazione di tali diritti continueranno a passare per gli Stati nazionali, che sceglieranno quali e quante carte o convenzioni sottoscrivere e, soprattutto, se e come renderle effettive».
Lo sforzo che sottende tutto il volume è dichiaratamente quello di trasformare la questione dei rifugiati da tema marginale, specialistico e depoliticizzato in una «categoria centrale dei nostri interrogativi su appartenenza, diritti e cittadinanza», di spingere la descrizione e comprensione del fenomeno oltre le frontiere, al di là dei mandati e dei ruoli codificati, riportandola alla complessità del suo contesto originario, a quella che Giorgio Agamben ha chiamato la «matrice nascosta dello spazio politico in cui viviamo».
Mentre il mondo corre a tappare i buchi dell’emergenza, spiega la Marchetti, mentre si affanna a tamponare ferite senza neanche chiedersi come siano state procurate, il sistema continua a girare incessantemente per il verso contrario e a riprodurre le stesse condizioni.
Pubblicato su «Vita», 16 marzo 2007
Le risorse umane
ANGELO FERRACUTI, Le risorse umane, Feltrinelli, Milano 2006, 223 pp., 12 euro.
«Per quindici lunghi anni» Angelo Ferracuti, classe ’60, ha «consegnato lettere e raccolto chiacchiere», «archiviato volti, voci, luoghi, paesaggi», «brandelli di storie alle quali dare un senso». Prima di diventare professione, infatti, la scrittura è stata, per lui, un’attività sotterranea e in prevalenza notturna, come racconta in Poste vita, vera bussola autobiografica di questo volume che assembla, in maniera non proprio casuale, tredici piccoli reportage in presa diretta, alcuni dei quali già apparsi su «Diario della settimana», «Nuovi Argomenti» e «Rassegna sindacale». Ferracuti vi disegna un’umanità indignata e dignitosa, carica di rammarico, umile, paziente, testarda, eccentrica e fiera, a volte addirittura spavalda, sempre tenacemente ironica con la vita. Un’umanità fatta di persone e non di gente, di saperi e non di merci, di mestieri e non lavori, tutti indagati con la puntigliosità descrittiva e l’empatia malinconica e commossa di un portalettere di Fermo.
Un catalogo, alla maniera dei classici, in cui sfilano, novelli eroi di guerre esistenziali, le tute blu e bianche del villaggio operaio di Panzano e le morti d’amianto a Monfalcone, i minatori italiani emigrati in Belgio, le badanti polacche, i calzolai pakistani di Civitanova Marche. E ancora i cinesi delle fabbriche tessili di Prato e la loro invisibile schiavitù; Leo, attore «perenne ma precario» di Bologna, un po’ Buster Keaton, un po’ Antonin Artaud; Franco Arminio, maestro deamicisiano di Lacedonia e gli spassosissimi acrostici dei suoi scolari. Vite ora recluse, come in ostaggio di una routine assordante e spasmodica, ora liberate dal tempo, rallentate, bucoliche, lontane, indolenti. Il Nord e il Sud. Da un lato le convinzioni di un manager malato di cancro e le assemblee sindacali degli operai della Tod’s, dall’altro le acrobazie di un trombettista anarchico liberale di Verona e gli ingranaggi dell’azienda agricola umbra “Terra e vita”, che impiega nelle coltivazioni lavoratori disabili e psichiatrici.
In una miscela di arcaismo (sembra preistoria) e post-modernità lo scrittore marchigiano passa sapientemente dalla spietata descrizione di filosofie e mistiche aziendali meschine, oltraggiose, ipocrite e cannibali, abituate a venderti diritti come fossero favori, alla benevola registrazione di storie antiche, fatte di fatica fisica, sudori, miserie e quotidiane tragedie affrontate con toccante e saggia compostezza.
Al centro di questo mosaico neorealista c’è il Lavoro, odiato ma difeso a tutti i costi, anche quando non esiste più, anche quando separa, uccide, umilia, sfianca. Il Lavoro vissuto come un dovere da svolgere nel miglior modo possibile, come vocazione e mandato, come privilegio e riscatto.
Di questo Lavoro Ferracuti raccoglie ed evoca una memoria che non fa sconti, vivida, sacra, militante, dove la classe operaia è, in un modo caparbiamente epico (a tratti fin ossequioso), «la stessa di sempre»: alienata, distrutta, abbrutita, orgogliosa e custode di un’identità che si pretende scomparsa. Un Quarto Stato da copione, con tanto di «padroni», scioperi, licenziamenti, manifestazioni (come quella del 23 marzo 2002 in difesa dell’art. 18) e, ovviamente, «compagni» e bandiere.
Sullo sfondo una geografia italiana familiare e minimalista, con i fiumi, i ponti, i cavalcavia, le piazze, i parchi, l’asfalto. E nell’aria i poeti, i romanzieri, i Maestri di penna, i registi. Nell’atmosfera spettrale di certe pagine, nel grigio dei sobborghi industriali, riecheggiano, foto d’epoca non lontane, soprattutto Volponi, Bianciardi, Mastronardi. «Capita, a volte, che un fatto della vita ti porti dentro un libro», languisce l’autore a un certo punto.
Non è tipo da nascondersi dietro le parole, il postino-scrittore Ferracuti. Descrive le malattie del lavoro senza remore o esitazioni, quelle vecchie, l’asbestosi, il mesotelioma, la silicosi, e quelle nuove, il declassamento, la precarietà, la minaccia della sostituibilità, lo stress, l’ansia da risultato. Ha il vezzo dei lemmi virato seppia, come «tramvai» o «lapis», e dei neologismi, come «mucillaginoso» o «mobbizzato», dell’accostamento ossimorico, della citazione esibita, forse perché, rivelandole sulla carta, certe parole, si ha l’impressione di possederle.
Un libro scritto letteralmente «con i piedi». Con i piedi Ferracuti prende treni, autobus, camion e metropolitane, imbocca strade, corsi e controviali, valica fiumi, costeggia mari. Con i piedi entra negli appartamenti, dove beve e mangia con gusto tutto ciò che gli viene offerto, chiacchiera, domanda, annusa con cortesia e complicità. Non si ferma mai al salotto, lui, ma, con i piedi, penetra nelle camere, nei bagni e negli armadi dei suoi interlocutori. Con i piedi infine e «le orecchie prensili» e una infaticabile e scrupolosa dedizione ne ricompone le storie, per sottrazione, respirandone l’anima.
Pubblicato su “L’indice dei libri del mese” di Settembre 2006
Dosi di relativismo per aprire la mente
Ha i modi accalorati e il ritmo incalzante di un pamphlet d’altri tempi l’ultimo saggio di Marco Aime, professione antropologo, appena uscito da Bollati Boringhieri con il titolo “Gli specchi di Gulliver. In difesa del relativismo”. Una perorazione lucida ed erudita in favore del dubbio, dell’interrogazione costante e implacabile, della molteplicità di prospettive e scelte che esprimano preferenze e non dettino priorità o presunte ortodossie, di un dialogo mai semplicistico e semplificatorio, ma consapevole, attento, dinamico, umile, curioso, critico. Pungolato e provocato dall’attualità e dalle derive del dibattito politico italiano – in particolare dalle recenti dichiarazioni di Benedetto XVI e dell’ex presidente del Senato Marcello Pera, paladini di un pensiero rigorosamente anti-relativista – Aime ribatte, precisa, integra, affina, smonta, spiega. Che la critica alla democrazia per i suoi caratteri relativistici equivale al rigetto stesso della democrazia; che la libertà non è assenza di regole e leggi; che i diritti non sono dati ascritti e le culture, tutte le culture, sono di per sé multiculturali; che lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia e il relativista non è un fanatico della diversità. Facendo ricorso a puntuali casistiche etnografiche (dai tanga del Benin settentrionale agli azane del Sudan, dagli tsembaga della Nuova Guinea ai lugbara dell’Uganda ai !kung-san del Botswana) e ad abbondanti citazioni letterarie, giuridiche, storiche e filosofiche, (molte delle quali, a quasi cinque secoli di distanza suonano ancora necessarie) Aime invita alla riflessione e alla cautela. Contro l’arroganza e la presunzione di un pensiero unico che si spaccia come innato, superiore e giusto, l’autore suggerisce «una sana dose di autocritica»,se non di ironia, ingrediente indispensabile per poter « analizzare le diversità del panorama umano, senza collocarle forzatamente su una scala gerarchica assoluta». Paradigma di un relativismo non facile perché non dogmatico né fideistico è Lemuel Gulliver. Il protagonista del romanzo di Jonathan Swift infatti «nel venire a contatto con gli altri, nello specchiarsi dentro la loro diversità, ridefinisce la sua stessa immagine e si accorge dell’assoluta parzialità dei suoi giudizi». Navigante, naufrago per costrizione, ma pur sempre viaggiatore, Gulliver, gigante tra i lillipuziani e lillipuziano tra i giganti, è conscio di non avere il monopolio della verità e, forte di questa prospettiva, osserva il mondo, libero, lui sì, dalla pretesa di colonizzarlo o convincerlo.
Pubblicato su «Vita non profit» il 4 agosto 2006
