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Immersi nel materiale grezzo della vita
Ritrovo, tra vecchi scritti e racconti, appunti di un viaggio incantato, sull’orlo del mondo. Destinazione: l’isola dei fiori, estremo avamposto occidentale d’Europa, Atlantico del Nord. Un minuscolo, lussureggiante giardino botanico che gli abitanti curano con premura a dir poco maniacale, ripulendo i bordi delle strade, strappando le erbacce dalle aiuole, raccogliendo i rami secchi spezzati dal vento. Visitato a cadenze regolari da naufraghi, corsari e mercanti, racconta Tabucchi nel suo «Donna di Porto Pim» che nell’aprile del 1839 due cittadini britannici sbarcarono sull’isolotto e, tra paurosi abissi e scoscese falesie, scoprirono un villaggio interamente costruito con i resti di navi e vascelli finiti alla deriva: oblò al posto di finestre, piante triangolari, muri a forma di prua di battello. Joseph e Henry Bullar «trovarono ospitalità in una casa sulla cui facciata spiccavano in bianco le lettere The Plymouth Baltimore, e forse ciò li aiutò a sentirsi a casa».
Da tempo però gli uomini hanno abbandonato il mare per la terra, sostituendo le mucche alle balene. Vivaddio. Molti, moltissimi sono partiti. Non ha città, l’isola, ma villaggi e mucchi di casette bianche appoggiate alla costa. È percorsa da strade che sarebbe troppo chiamare asfaltate e ritagliata di pascoli che ricorderebbero l’Irlanda, non fosse che qui la terra è rossa, nera e argillosa, ricoperta da un muschio spesso e umido che sa di Tropici assai più che di mari del Nord. Per uno scherzo di latitudini, cedri, aranci, viti e platani vivono accanto ad ananas, banani e maracujà, ibiscus gialli e rossi intrecciano le proprie radici a grasse siepi di ortensie blu.
Magari gli uomini fossero capaci di copiare e replicare una simile mescolanza, in cui sembra ci sia posto per tutti, basta stare stretti. Immersi nel «materiale grezzo della vita» ci si sente lontani da tutto. La Natura urla e all’uomo non resta che scomparire in silenzio.
Siamo tutti immigrati africani
Bionda, riccioli lunghi e grandi occhi marroni, la ragazza americana beve una birra in un pub di Bruxelles. E parla di «Europa». Sono qui in Europa, dice, sto viaggiando per l’Europa, vado in vacanza in Europa. Rientrerò dall’Europa. Parla anche, tanto, ininterrottamente, di Europei. Lo fa con leggerezza, senza troppo riflettere, senza filtri di sorta, dando per scontato che l’Europa sia un solo Paese e gli Europei un unico popolo. Non deve aver intercettato le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia lei, o il braccio di ferro a Modane tra Sarkozy e Maroni sul transito di migranti. Ma scusa – le domanda la ragazza spagnola, quasi risentita – davvero per te non c’è nessuna differenza tra un Irlandese e un Greco o tra uno Svedese e un Portoghese? No! – Risponde lei, candida. La ragazza giapponese ascolta in silenzio. Non che parli mai tanto, lei. Sicuramente sta pensando che neanche la Spagnola, in fondo, saprebbe mai distinguere tra un giapponese e un coreano, un cinese e un vietnamita.
Europa, Europei, extra-europei. Come già negli Anni Trenta, quando un biologo, un sociologo, uno storico della scienza e un antropologo ebbero il coraggio scientifico di confutare per la prima volta il concetto di razza, forse anche oggi solo la genetica ha la lucidità per fare un po’ di ordine e contraddire chi, dentro e fuori l’Europa, continua a innalzare muri. Siamo in Europa da circa 30 mila anni, prima eravamo in Africa ed eravamo quello che oggi è chiamato l’uomo di Cro Magnon. Da 300 mila a 30 mila anni fa in Europa c’era l’uomo di Neanderthal: in parte simile a noi (cucinava e aveva una famiglia, ad esempio)ma con una struttura fisica molto diversa. Loro erano i veri Europei fino a 40 mila anni fa. Poi sono arrivati gli Africani, cioè noi, e in 10 mila anni i neanderthaliani sono scomparsi e siamo rimasti solo noi. Noi che abbiamo la fronte verticale, il cranio poco sviluppato all’indietro, il mento: tratti «africani» che oggi ha tutta l’umanità. Siamo tutti immigrati africani. E abbastanza recenti.
Uno scrittore in gita
Uno scrittore in gita di classe. Non nei panni di cicerone, ma di osservatore silenzioso. Andrea Bajani lo scorso anno ha avuto quest’idea: salire sui pullman di tre classi liceali (rispettivamente di Palermo, Firenze e Torino), per gettare uno sguardo ravvicinato e insolito sulla scuola italiana. Ne è nato un libro (Domani niente scuola, Einaudi, 10 euro), sincero. E disincantato. Molto utile per farsi un’idea in queste settimane di tempesta e confusione.
Oggi, la scuola italiana, è in prima pagina. Tu che hai avuto il coraggio (e il privilegio) di osservarla dal di dentro cos’hai visto?
BAJANI: Nella scuola ho visto tanta fatica, sia nel corpo insegnante sia tra i ragazzi. La scuola vive un momento di delegittimazione grande, e non mi riferisco alle riforme attuali. Gli insegnanti devono vincere tutta questa delegittimazione (che gli arriva direttamente da un mondo di genitori iperprotettivi) per riprendersi il loro ruolo. E i ragazzi, secondo me, non aspettano altro.
Cosa c’è da cambiare in questo modo di guardare alla scuola?
BAJANI: L’atteggiamento nei confronti delle nuove generazioni, sempre a metà tra lo scandalistico e il commiserativo, finisce per essere dannoso per tutti. È il segno di una mancanza di fiducia nell’Italia, letta come una nazione lanciata su un binario morto. Ecco, io non credo che sia così.
A quella che tu chiami l’“Italia del disincanto” riservi uno sguardo affettuoso, comprensivo, a tratti complice. È di questo che han bisogno i ragazzi?
BAJANI: Lo sguardo complice lo riservo ai figli dell’Italia del disincanto. Ai genitori, ovvero all’Italia del disincanto vero e proprio, direi che riservo un trattaU mento un po’ più scettico. Il mondo degli adulti lascia ogni giorno ai figli un’eredità di disillusione, di impotenza di fronte al mondo esterno, che mi intristisce. Quando mi sento ripetere dai ragazzi «È tutto marcio», oppure «È tutta una casta» non riesco a non pensare ai loro genitori, e al disincanto con cui guardano al mondo. Il che è un po’ il segno di una rinuncia.
Nel libro punti il dito contro i genitori. Assenti, iperprotettivi, competitivi, arroganti, infantili… Quanto sono responsabili di quello che i loro figli sono diventati?
BAJANI: Non voglio parlare di responsabilità, perché altrimenti tutto assume i toni di un’istruttoria. I genitori, noi adulti, respiriamo un’aria di dismissione, di remi in barca, che poi arriva dritta dritta ai ragazzi. È come se il mondo degli adulti vivesse costantemente in allarme, tentasse giorno dopo giorno di disinnescare le bombe che gli ticchettano addosso. È come se si fossero invertiti i ruoli, e ai figli ora si chiedessero rassicurazioni. Credo che gli adulti debbano tornare a fare gli adulti e i ragazzi ad assumersi anche loro le proprie responsabilità.
Ti è capitato di vedere La classe? In cosa le nostre classi sono differenti da quella del film?
BAJANI: Il film di Cantet mette in scena una grande difficoltà nel comunicare. È impressionante, e molto interessante, che in un film come quello, che vive dei dialoghi sia proprio il dialogo a finire in scacco matto. Come dire che per quanto si provi a parlare, comunque c’è un fossato aperto. Credo che la situazione francese sia differente da quella italiana. Là c’è una complessità sociale e culturale molto maggiore della nostra. In generale, devo dire, io mi sento un po’ più fiducioso di quanto non lo sia Cantet.
Intervista raccolta da Irene Amodei e pubblica su “Vita non profit magazine”, venerdì 7 novembre 2008.
Ritorno al Big Bang. Il mondo all’inizio del mondo
Pochi giorni ancora e il conto alla rovescia sarà esaurito. Il prossimo 9 agosto, l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare (Cern), con sede in Svizzera, a pochi passi da Ginevra e dal confine francese, metterà finalmente in funzione il Large Hadron Collider (LHC), ovvero il più grande acceleratore di particelle del mondo: 27 chilometri di tunnel sotterraneo, 1232 magneti super-coduttori da 32 tonnellate l’uno, raffreddati a meno 271 gradi, cento miliardi di protoni “sparati” in due fasci dentro un condotto “ultra-vuoto”, 15 milioni di gigabyte di dati all’anno.
La notizia che l’esperimento è ormai ai blocchi di partenza sarebbe a stento trapelata al di fuori della stretta cerchia degli specialisti, se non fosse stato per le fantasiose digressioni di «Angeli e Demoni» di Dan Brown sulle presunte bottigliette di antimateria nascoste nei sotterranei del laboratorio e, soprattutto, per il sensazionalistico (e, va da sé, del tutto infondato) allarme lanciato da Walter Wagner e Luis Sancho, due illustri sconosciuti che hanno depositato al tribunale delle Hawaii un atto d’accusa per arrestare l’entrata in funzione di LHC, onde evitare la produzione di “buchi neri” destinati ad inghiottire l’intero pianeta. Entrambe le boutades hanno avuto, se non altro, il merito di fare da cassa di risonanza, ricordando che qualcosa di mai tentato prima sta per essere realizzato al Cern. A ennesima riprova che la scienza sfonda il muro dell’indifferenza mediatica solo quando riesce a far paura. Poco importa se a ragione o torto.
Che poi il Cern di Meyrin sia, dal 1954, il più importante laboratorio di fisica delle particelle del mondo, e soprattutto uno dei primi centri di ricerca collettivi made in Europe mai creati – sul suo modello sono poi sorti altri istituti come lo European Southern Observatory per la ricerca astronomica, o il Molecular Biology Laboratory per la materia vivente – rischia di sfuggire a quanti preferiscono indugiare su epocali fini del mondo ed apocalissi imminenti. E dire che il «popolo», quando gliene si dà l’occasione, tende a dimostrarsi molto meno bue di quanto in genere non lo si immagini, se è vero che all’ultimo open-day del Cern, lo scorso aprile, ben 55 mila persone sono accorse dai quattro angoli del mondo al solo scopo di visitare il nuovo acceleratore.
Attualmente il Cern vanta 20 Stati membri europei e circa 60 di tutto il mondo, 3000 studiosi impegnati con 500 università in 8 paesi e in media, ogni anno, oltre 6000 associati di ricerca. Gli scienziati che vi lavorano, per lo più fisici e ingegneri, studiano cose che si chiamano bosoni di Iggs, plasma di quark e gluoni, antimateria o energia nera, e per farlo costruiscono potenti acceleratori di protoni e sofisticati rivelatori di particelle. LHC è l’ultimo in ordine di tempo. Le spese di costruzione dell’acceleratore e degli esperimenti collegati sono stimate a 5 miliardi di franchi svizzeri (circa 3 miliardi e 300 mila euro).
Quando LHC entrerà in funzione, a fine mese, si scoprirà, forse, com’era il mondo, appena prima che il mondo cominciasse. Ovvero un decimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, perché quelle sono le condizioni che verranno ricreate. «Il momento è storico», dichiarano senza sosta dall’istituto. Gli ottimisti credono infatti alla possibilità di far luce sull’origine della materia oscura che costituisce il 25% dell’universo. (Per i profani, la cosiddetta materia ordinaria di cui ogni oggetto sulla Terra è costituito non rappresenta che il 6% della materia e dell’energia dell’universo).
A questo scopo nelle zone di collisione delle particelle sono stati collocati quattro rivelatori – Atlas, CMS, Alice e LHC-b – che funzioneranno come degli enormi microscopi costruiti per riuscire a «vedere» e misurare le particelle subnucleari.
«Il Cern serve a comprendere il nostro universo. Di che cosa è fatto, da dove viene e anche un po’ dove va», sottolinea il portavoce James Gillies. Origini e destino del cosmo nelle mani di una comunità di talenti che lavora per produrre sapere, o, prendendo in prestito l’espressione di J.J. Thomson, lo scopritore dell’elettrone, per una «ricerca compiuta senza alcuna idea dell’applicazione industriale, ma solamente con lo scopo di estendere la nostra conoscenza delle Leggi della Natura». Perché questa, è, in fin dei conti, la vera posta in gioco: la libertà di far avanzare una ricerca sostanzialmente speculativa, che non sa anticipare se e quando sarà in grado di generare delle applicazioni spendibili sul terreno industriale. Una «conoscenza inutile» insomma. Mentre in Italia da anni si fa di tutto per trasformare gli enti di ricerca in semplici agenzie per l’innovazione, subordinandone le scelte, la direzione e gli obiettivi alla politica e al mercato, il Cern, che muove ogni anno 1000 milioni di franchi svizzeri (circa 650 milioni di euro), si può dire abbia fatto della ricerca pura la sua vocazione.
Che poi la fisica delle alte energie si traduca, nel concreto, in un’importante ricaduta in termini di tecnologie strumentali (dal World Wide Web alla camera a fili, dalla criogenia alle tecniche per la cura dei tumori con irraggiamento di protoni, dai programmi di calcolo per il riconoscimento di forme alla superconduttività) è, per così dire, un effetto collaterale risaputo, finanche incoraggiato, ma mai condizionato dai dettami della competitività internazionale e dalle esigenze del commercio. «Macchine e apparati sperimentali hanno raggiunto dimensioni colossali», spiega Federico Faccio, ingegnere in microelettronica al Cern «e questo impone una massiccia partecipazione industriale, con lo sviluppo e l’uso su grande scala di tecnologie di frontiera». Delle due l’una: o l’industria che lavora con il Cern sviluppa delle conoscenze di base che utilizzerà poi per gli scopi che le sono propri, o dai mega esperimenti si estrae tout-court un sottoinsieme di tecnologie e lo si trasferisce in un altro campo, con un evidente effetto moltiplicatore. È recente la riorganizzazione del Servizio di trasferimento tecnologico, che dovrebbe gestire la proprietà intellettuale, favorire accordi di collaborazione e aggiornare il catalogo delle offerte, fermo restando che il Cern regala e non vende.
La missione dell’ente resta comunque ostinatamente scientifica. Perché? «Perché la conoscenza, scientifica o tecnica che sia, non va misurata sulla portata delle singole scoperte» risponde Fabiola Gianotti, coordinatrice di Atlas recentissimamente nominata spokeperson. «Un ragionamento che vincoli la ricerca al semplice impatto delle sue applicazioni è limitativo, perché non ne considera il respiro intellettuale o, se si vuole, spirituale». Ma non è tutto. «Oltre ad essere un polo di eccellenza per ricerca e formazione, e un motore che forza continuamente la tecnologia a superare i propri limiti, costringendo il più delle volte l’industria a tenere il passo» continua la Gianotti «il Cern è anche uno dei rari casi in cui si dimostra che, in nome della scienza, individui e Stati possono lavorare insieme al di là di ogni patto sociale, interesse politico o appartenenza religiosa». Pakistani, Indiani, Israeliani, Palestinesi, Americani, Europei, Giapponesi, Russi.
Alla vigilia dell’inizio della presa dati, non rimane dunque che tenere il fiato. Nell’attesa di avere qualche risposta e sollecitare, di certo, nuove domande.
Pubblicato su «Vita», 1 agosto 2008.
Blogger a Baghdah: una finestra sull’inferno
“Nabil”, nick name dietro cui si cela uno studente sedicenne di Bagdad, è emigrato in Giordania. «Riverbend», una ragazza di 24 anni, in Siria. «Rose», ingegnere civile di 28 anni, adesso lavora a Dubai. «Raed», uno dei fratelli Jarrar, padre giordano-palestinese e madre irachena, blogger di A Family in Baghdad, da quattro anni vive in esilio negli Stati Uniti. Molti dei più seguiti e accreditati siti che, negli anni dell’ultima guerra in Iraq, hanno raccontato al mondo, dal di dentro, l’orrore delle bombe, la ferocia degli scontri e il caos seguito alla caduta di Saddam Hussein, hanno chiuso i battenti e interrotto per sempre le comunicazioni. Nessuna sorpresa. La fuga è stata, del resto, una scelta pressoché obbligata per oltre 4 milioni di profughi. Alcuni testimoni oculari, tuttavia, resistono. E continuano ad aggiornare i loro diari di guerra: quasi un imperativo categorico, uno sforzo estremo per rimanere a galla, continuare a riflettere e non arrendersi alla paura e alla fatica.Tra questi Layla Anwar, che in quarant’anni ha assistito a sette conflitti. Su An Arab Woman Blues dice di sé: «Non sono un politico, non un poeta e neanche una scrittrice… giusto una sopravvissuta». I post di Layla sono intensi, arrabbiati, malinconici ed intimisti, come quello in cui si sforza di descrivere la vita quotidiana a Bagdad in questi tempi bui. «Stress è quando vivi da cinque anni senz’acqua e senza elettricità. Quando corri da una corsia all’altra di un ospedale, da una prigione all’altra, da una milizia all’altra, cercando il tuo compagno e alla fine lo riconosci in qualche obitorio dalle otturazioni. Quando fai armi e bagagli in fretta e furia, ti precipiti al confine più vicino, e vieni rispedita indietro da qualcuno che nel frattempo ha ridotto la tua casa ad un ammasso di macerie. [...] Quando ti abitui a dormire vestita perché non vuoi che ti sorprendano nuda nel momento in cui butteranno giù la porta di casa nel cuore della notte, ti trascineranno fuori tirandoti per i capelli o per la maglietta, e ti spareranno in testa. Stress è essere prigionieri nel tuo stesso Paese».
Birra fresca sotto gli spari
A volte i commenti politici (in genere sia anti americani che anti governativi) e la macabra conta dei morti – «153 civili iracheni nella sola settimana dal 10 al 16 febbraio 2008», come riferito dall’Iraqi Bloggers Central Iraqi Bloggers Central – lasciano il posto a scampoli di vita vissuta solo apparentemente più frivoli. Com’è il caso della guida ai posti dov’è ancora possibile farsi una birra fresca a Bagdad, compilata da «Al-Rasheed», un giornalista e traduttore di 33 anni, sul blog Great Baghdad Great Baghdad: tra check point, zone ultrasicurizzate, barriere per dividere i quartieri sciiti da quelli sunniti, la città, un tempo nota per la vivacità dei suoi bar e night club, sopravvive a fatica sotto un ininterrotto coprifuoco, ostaggio di gruppi estremisti «capaci di massacrare di botte chiunque sia colto in possesso di alcool, malgrado l’acquisto, il possesso e il consumo sia assicurato dalla legge».La guerra invade gli spazi privati delle persone e ruba loro il tempo. «Sunshine» è una studentessa sedicenne che spera di diventare ingegnere o farmacista. Sul blog Day of my life Days of My Life confessa di avere «una bella stanza in cui non posso dormire e una comoda scrivania su cui non posso studiare, perché la finestra si affaccia sulla strada e i proiettili volanti hanno già crivellato tutti i muri».E «Najma», un’insegnante delle superiori, descrive così, su Baghdad Chronicles Baghdad Chonicles una notte insonne, come molte. «Mi sono svegliata ad un certo punto della notte a causa di uno strano boato. O era mattino presto? Faceva ancora buio. I miei sensi hanno cominciato a realizzare lentamente che fuori c’era la guerra! Rumore di spari. Colpi di rpg, pistole, fucili. Intervallati da un orribile rimbombo. Non ero ancora del tutto sveglia, ma durante questi tre anni noi iracheni siamo tutti diventati degli esperti balistici. Era un’autobomba, potevo sentirne l’eco e immaginare le enormi fiammate salire al cielo. Un’altra raffica di spari. “Allah, ti prego, fammi riaddormentare”. Ho recitato qualche verso del Corano, gli occhi ancora aperti. Qualche secondo dopo, c’era di nuovo silenzio, come se si fosse trattato di un incubo. Ma non era così».
Pubblicato su «Vita», 21 marzo 2008.

