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	<title>Stornelli d&#039;esilio &#187; Vivere altrove</title>
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	<description>Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)</description>
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  <title>Stornelli d&#039;esilio</title>
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		<title>Tornare in Africa</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:33:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché eravamo stremati e un po’ perduti. Perché spezzare l&#8217;inverno con una parentesi marina ti salva da mille malanni, dicono. Ma poi, chi lo sa se è solo una magnifica scusa per non sentirsi troppo in colpa. Perché è stata un&#8217;occasione, e non è che di occasioni ne capitino proprio in continuazione. Perché dei cari amici ci hanno organizzato praticamente tutto (e questo aiuta parecchio quando si vuole cambiare continente per meno di dieci giorni e si è stremati e un po&#8217; perduti). Perché l&#8217;idea di camminare scalzi il quattro di gennaio suonava come qualcosa di assolutamente inebriante.</p>
<p>Perché della barriera corallina avevi sempre e solo sentito parlare da Piero Angela e vederla per la prima volta dal vivo ti ha fatto aggiungere dei colori all&#8217;arcobaleno.</p>
<p>Perché la zanzariera rimboccata sotto il materasso è una delle tante cose di cui ci si dimentica troppo in fretta. Perché di donne che coltivano le alghe in mare come fossero filari di viti, raccogliendole e facendole seccare sulla spiaggia prima di venderle ai cinesi per farne creme di bellezza, non ne avevi ancora mai incontrate.</p>
<p>Perché erano almeno cinque anni che volevi tornarci, in Africa. E il semplice fatto di correre su una spiaggia bianca, ascoltare il vento che scuote le palme, contare le buche sulle strade di terra rossa, incrociare, con lo sguardo, biciclette sbucate dal nulla, capanne di fango e paglia, pozzi improvvisati e scuole senza porte, ti ha aiutato a ricordarti chi eri e chi sei ancora e chi vuoi essere. Perché il mare, che prima c&#8217;è e poi non c&#8217;è più fino alla fine dell&#8217;orizzonte, e poi torna solo per scomparire di nuovo, è come ascoltare il battito, lento e incalzante, di un cuore. E a volte, ricordarsi com&#8217;è il ritmo antico della vita aiuta a ritrovarsi.</p>
<p>Siamo stati a Zanzibar. Non l&#8217;abbiamo propriamente visitata, no. Ma ci è entrata sotto la pelle e tanto è bastato per ricominciare a sentirsi vivi.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=111&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 27/1/2012.</em></a></p>
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		<title>A quattro anni</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 14:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare la vita. Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare un sacco di cose, se proprio devo dirti, ma la vita più di tutte. Non lascio correre, quasi mai. Non dico basta. Lo grido piuttosto, quando ormai è tardi e, molto probabilmente, non serve più. Ascolto, ma solo chi credo abbia qualcosa da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare la vita. Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare un sacco di cose, se proprio devo dirti, ma la vita più di tutte. Non lascio correre, quasi mai. Non dico basta. Lo grido piuttosto, quando ormai è tardi e, molto probabilmente, non serve più. Ascolto, ma solo chi credo abbia qualcosa da insegnare. Parlo e scrivo tante lingue, tutte male. Subisco, in genere, quell&#8217;illusione di senso che danno l&#8217;ordine e il dovere. A volte l&#8217;incantesimo si scioglie e allora mi ritrovo a cercare un senso, anche dove, sotto sotto, un senso non credo che c&#8217;è. Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare la vita, no. E per te, che da me dipendi ancora in tutto, compresi i colori dei calzini, non è proprio un affare. Ma tant&#8217;è.</p>
<p>Finalmente hai compiuto quattro anni. Li aspettavi da giugno, più o meno. Volevi sentirti grande, importante, adulta. A quattro anni, se vuoi, puoi smettere di fare la siesta del pomeriggio, dicevi, o al limite, se sei stanca, puoi cercare di riposarti un po&#8217;, ma con gli occhi aperti. A quattro anni non si usa più il ciuccio. A quattro anni si può avere il coltello a tavola, senza punta però. A quattro anni, d&#8217;improvviso, le forme dei tuoi disegni hanno acquistato un senso. Capelli, occhi, naso, orecchie, narici, mani, collane, orecchini. Per le gambe e i piedi, invece, mi sa che aspetteremo i cinque.</p>
<p>A quattro anni preferisci le storie lunghe, a quelle corte, che finiscono subito. Purché ci siano le illustrazioni, le principesse e, soprattutto, purché alla fine tutti vivano felici e contenti. A quattro anni sai scrivere il tuo nome, ma solo in stampatello. A quattro anni sei una portatrice sana di un mondo magico, lirico, pieno di musica, desideri, certezze, paure, soli e ombre. Un mondo in cui c&#8217;è posto per tutti, basta aggiungere una sedia. Un mondo in cui non esistono frontiere, né crisi né guerre o povertà. Un mondo in cui l&#8217;unica sfida di chi ci abita è di inventare i sogni. Spero davvero che il nuovo anno gli somigli un po’.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=110&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 13/1/2012.</em></a></p>
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		<title>Colpi di cannone, schioppi di archibugi, e il senso dell&#8217;appartenenza</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 08:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rulli di tamburo. Colpi di cannone. Schioppi di archibugi. Tiri di moschetto. Pifferai e spadaccini, fiaccole, lanterne ed alabarde, pecore, capre, cavalli e cavalieri. Passaggi segreti e vecchi arsenali. Come ogni anno, Ginevra ha festeggiato l&#8217;Escalade e ricordato, con piglio storiografico, la sconfitta che la città intera inflisse, in una notte di quattrocentonove anni fa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rulli di tamburo. Colpi di cannone. Schioppi di archibugi. Tiri di moschetto. Pifferai e spadaccini, fiaccole, lanterne ed alabarde, pecore, capre, cavalli e cavalieri. Passaggi segreti e vecchi arsenali.</p>
<p>Come ogni anno, Ginevra ha festeggiato l&#8217;Escalade e ricordato, con piglio storiografico, la sconfitta che la città intera inflisse, in una notte di quattrocentonove anni fa, alle feroci armate del Duca di Savoia, Carlo Emanuele, che avevano cercato invano di prenderla. Alla luce delle torce, tra il fumo acre degli spari e il clangore metallico delle spade e delle lance, la città si raccoglie, dal 1926, per raccontare un pezzo di storia, documentata, custodita, esibita come un momento prezioso, non foss&#8217;altro perché foriera di una pace duratura. Le celebrazioni includono discorsi, proclami, spiegazioni, visite, mostre, cori, sfilate, distribuzione di fiumi di vino caldo, polenta e cinghiale, oltre alla tradizionale e saporita «zuppa», quella stesso con cui, narra la vicenda, una vecchina, sorpresa nel sonno dall&#8217;attacco, decise di «pettinare» copiosamente gli invasori, versandogliela addosso.</p>
<p>Tutti partecipano alla ricorrenza, che diventa, com&#8217;è inevitabile, un gioioso, ancorché sobrio carnevale (siamo pur sempre in Svizzera!). A colpirmi quest&#8217;anno, oltre all&#8217;insolito tepore del clima e all&#8217;assenza della neve, è la partecipazione. I ragazzi dei licei, travestiti da zombie e pirati, cantano a squarciagola &#8216;Savoyards, gare, gare!&#8217;. Dico, potrebbero cantare qualsiasi cosa, o non cantare affatto, come ci si aspetterebbe da qualsiasi adolescente. E invece sfilando tutti verso la cattedrale, i sedicenni, cantando, con orgoglio e convinzione, un canto popolare appreso all’epoca della scuola materna, e, a quanto pare, mai dimenticato. Mentre passeggio per la città vecchia, mi sento come la fortunata visitatrice di un museo vivente, capitata per caso ad una festa per cui non ho l&#8217;invito, e sotto sotto, mi ritrovo, mio malgrado, ad interrogarmi sul senso dell&#8217;appartenenza.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=109&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 16/12/2011.</em></a></p>
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		<title>Il traffico magmatico di Ginevra e il carretto</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 21:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni giorno attraverso Ginevra imbottigliandomi nel traffico magmatico di una città intimamente votata al trasporto pubblico, che considera gli automobilisti insolenti parassiti di cui disfarsi con calvinista determinazione e infallibili tecniche da guerriglia urbana. Obiettivo: sfinirli, annientarli psicologicamente, provocarne il collasso nervoso, indurre violenti stati depressivi, o repentine conversioni a religioni orientali che professino l&#8217;allontanamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni giorno attraverso Ginevra imbottigliandomi nel traffico magmatico di una città intimamente votata al trasporto pubblico, che considera gli automobilisti insolenti parassiti di cui disfarsi con calvinista determinazione e infallibili tecniche da guerriglia urbana. Obiettivo: sfinirli, annientarli psicologicamente, provocarne il collasso nervoso, indurre violenti stati depressivi, o repentine conversioni a religioni orientali che professino l&#8217;allontanamento eremitico dalla vita materiale. Il ginevrino-tipo, che vive in centro città da diciassette generazioni, digerisce la fondue e lavora in casa, studia infatti con precisione svizzera l&#8217;orario in cui ridipingere la segnaletica orizzontale, &#8211; tra le sette e le otto e mezzo del mattino o tra le cinque e mezzo e le sei e mezzo della sera &#8211; pianifica la chiusura di strade senza indietreggiare di fronte all&#8217;idea di interi quartieri in cui è impossibile girare a destra e considera la natazione invernale nel lago Lemano un&#8217;opzione come un&#8217;altra per raggiungere l&#8217;altra riva.</p>
<p>Non fraintendetemi. Io sono totalmente a favore di tram, bus, traghetti, biciclette, roller. Ho anche provato varie combinazioni dei suddetti per raggiungere la mia meta, salvo scoprire che l&#8217;Iron Man non fa per me. Così ho affinato le mie strategie di controguerriglia, concentrandomi su qualcosa di più celebrale.Con gioia ho constatato che il tempo di percorrenza casaufficio &#8211; gimcana inclusa &#8211; coincide con una puntata di Fresh Air, trasmissione della National Public Radio trasmessa ogni giorno da World Radio Switzerland.</p>
<p>La definitiva riconciliazione con i locali la devo però al «carretto». E&#8217; comparso ad Halloween sul marciapiede di rue de Matignin e da allora non è mai scomparso. Sul carretto si alternano zucche, mele, pere, cavoli. Sul carretto c&#8217;è sempre un cartello che indica il prezzo, e una scatolina in cui mettere l&#8217;offerta. Il carretto affida il suo contenuto all&#8217;onesta di chi passa di lì, poco importa il mezzo. Per il carretto e la logica che gli permette di esistere sarei disposta ad andare a lavorare anche in pedalò, se necessario.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=108&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 2/12/2011.</em></a></p>
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		<title>Bambini che parlano più lingue</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 12:52:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tracey è per metà nippo-americana e per metà indiana d&#8217;america-irlandese. Non paga di questo già ardito melting pot, a un certo punto della sua vita ha pure pensato di sposarsi con un ecuadoriano. Oggi ha quarantotto anni e tre figli, di diciotto, sedici e quattordici anni. I pargoli, per nascita, formazione e contesto, parlano inglese, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracey è per metà nippo-americana e per metà indiana d&#8217;america-irlandese. Non paga di questo già ardito <em>melting pot</em>, a un certo punto della sua vita ha pure pensato di sposarsi con un ecuadoriano. Oggi ha quarantotto anni e tre figli, di diciotto, sedici e quattordici anni. I pargoli, per nascita, formazione e contesto, parlano inglese, spagnolo, tedesco e francese. Con un master ad Harvard in Educazione Internazionale, non stupisce che Tracey abbia fatto dello studio del multi o pluri-linguismo non solo la sua vocazione, ma persino la sua professione, (e buon per lei che le due coincidono). Tra una lezione all&#8217;università, una formazione negli asili di mezzo pianeta e uno studio, ovviamente comparato e trans-nazionale, Tracey ha anche scritto un libro, «Raising Multilingual Children» (in pratica, <em>Come crescere bambini che parlano più lingue</em>), nel quale spazza via, come solo la scienza sa fare, tanti miti e leggende metropolitane sui presunti danni psico-cognitivi-socio-esistenziali che attenderebbero al varco chiunque abbia la sfortuna di crescere in un universo non esclusivamente monolingue.</p>
<p>Più creatività, flessibilità, maggiore capacità di concentrazione ed astrazione, una maggiore apertura verso le altre culture, perfino più fiducia in se stessi sarebbero infatti i vantaggi che regala il bi o multi-linguismo. In uno studio su Cerebral Cortex, coordinato dal dottor Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all&#8217;università-Vita San Raffaele di Milano, in collaborazione con le università di Londra, Barcellona e Hong Kong, i ricercatori hanno addirittura osservato che i bilingue messi di fronte a situazioni critiche riescono a decidere che strada prendere in modo più rapido rispetto a chi parla una lingua sola. E lo fanno in modo più efficiente e con meno sforzo.</p>
<p>«Mamou» fa Giulia sabato pomeriggio, «giochiamo che io ti “coiaffo” (leggi quaffo), mentre tu stai “assisa” sul “divain” che è là bas e io ti metto tutte queste “barrette” sulla testa&#8230; please?». La strada del multi-linguismo è lastricata di buone intenzioni&#8230;</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_articolo=107&amp;ID_blog=155&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 18/11/2011.</em></a></p>
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		<title>Accogliere nel tuo altrove qualcuno che arriva da lontano</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 16:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è la partenza. Con le valigie, le scatole, i documenti, le fotografie. I pensieri sulla vita che si lascia e su quella che non si indovina ancora, la curiosità per le tante strade possibili, le storie, le lingue, i profumi, i volti. Il timore, sottile e assordante, che si nutre di insicurezza, nostalgia, diffidenza, distanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è la partenza. Con le valigie, le scatole, i documenti, le fotografie. I pensieri sulla vita che si lascia e su quella che non si indovina ancora, la curiosità per le tante strade possibili, le storie, le lingue, i profumi, i volti. Il timore, sottile e assordante, che si nutre di insicurezza, nostalgia, diffidenza, distanza e, a volte, pare incolmabile.</p>
<p>C&#8217;è la scoperta, dell&#8217;altro, dell&#8217;altrove, dell&#8217;altrimenti. Può arrivare tutta, subito, o gradualmente, giorno dopo giorno. Prima disorienta, destabilizza, azzittisce, poi ti elettrizza, arricchisce, nutre di nuove prospettive, aiuta ad allargare il campo, a spostare il fuoco dell&#8217;obiettivo. La tela del quadro non è più bianca. E la nuova vita la colora con tinte mai viste prima. C&#8217;è la quiete che viene dalla consapevolezza di aver conquistato un territorio, di aver costruito un ponte. Uno spazio fisico, una rete sociale, un luogo di cui possiedi le coordinate. Ora conosci ciò che prima ti era estraneo, ora capisci chi prima ti era straniero. Ora sai a che ora precisa il sole filtra dalla finestra della tua camera, quali strade occorre evitare nelle ore di punta, dove si mangiano degli ottimi spaghetti alle vongole, dove conviene comprare il pane e dove no, quante curve ti separano dal lago.</p>
<p>C&#8217;è l&#8217;imprevisto (la vita ne è piena) e il rischio di una nuova partenza e di nuovo valigie, scatole, documenti, fotografie e i pensieri che si affollano e il timore della distanza,ma anche la certezza che, cambiando ancora, i colori sulla tela, chissà cosa potranno diventare. Sei pronta.</p>
<p>Resti. E un giorno c&#8217;è la sorpresa di accogliere, nel tuo altrove, qualcuno che arriva da lontano, per caso, proprio lì dove la vita ti ha portato a vivere. E di fronte alle valigie, alle scatole, ai documenti, alle fotografie, ai pensieri, ti ritrovi a dargli il benvenuto, ancora incredula. Gli regali una cartina e ti ascolti mentre suggerisci locali, percorsi, racconti, abitudini.</p>
<p>Tuo cugino è venuto a lavorare a Ginevra. E tu l&#8217;hai accolto come fossi la padrona di casa. Hai deciso che è una piccola vittoria.</p>
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		<title>Essere considerati come cervelli</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 08:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[J ha ventisei anni e un cognome da romanzo della Nemirosky. Capelli bruni, occhi scuri, un viso e un corpo da modella, un cervello fino, una pazienza da santone, dei modi da lady dell&#8217;Ottocento e rapper americano, insieme, a seconda dei momenti e di chi le sta intorno. J è attenta, diligente, furba, veloce, metodica, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>J ha ventisei anni e un cognome da romanzo della Nemirosky. Capelli bruni, occhi scuri, un viso e un corpo da modella, un cervello fino, una pazienza da santone, dei modi da lady dell&#8217;Ottocento e rapper americano, insieme, a seconda dei momenti e di chi le sta intorno. J è attenta, diligente, furba, veloce, metodica, curiosa. Figlia di genitori separati, e membro di una famiglia davvero troppo incasinata per poterla riassumere in poche righe, è nata in Haute Savoie, Francia, ha studiato a Lione in un&#8217;università che per me rimarrà sempre e solo una sigla impronunciabile (i francesi adorano parlare per acronimi e <em>tant pis</em> per chi non li capisce) e a Newcastle, in Inghilterra. Parla francese, inglese e italiano in modo assolutamente perfetto. Ora punta allo spagnolo. Ama il sushi e i bento, il tennis e il Taekwondo. E sicuramente molte altre cose. Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro. Lunedì ne inizierà un altro (il terzo da quando si è laureata, tre anni fa). Il suo nuovo capo sarà un astrofisico svizzero, con doppia laurea e tanto entusiasmo. Tre lavori, quattro persone da coordinare, un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio che in Italia neanche i professori universitari. A ventisei anni.</p>
<p>Il nuovo lavoro è a meno di un chilometro e mezzo da quello precedente, ma la distanza tra la cultura aziendale che lascia (italiana fino al midollo, malgrado la sede ginevrina) e quella che troverà (100% svizzera romanda) è la stessa che separa Caglianetto da Londra (con tutto il rispetto per Caglianetto, ovviamente). Per un&#8217;azienda italiana con un tipico capo, italiano e mediocre, cos&#8217;è in fondo una ventiseienne se non una bambina con le tette, una stagista benedetta da uno stipendio immeritato, un individuo senza storia né esperienza, cui delegare i lavori più noiosi, far filtrare le telefonate, tenere l&#8217;agenda, prenotare i voli? I cervelli fuggono dall&#8217;Italia &#8211; anche da quei pezzi d&#8217;Italia trapiantati all&#8217;estero -, perché sono cervelli, appunto. E amerebbero essere considerati tali.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=104&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato sul La Stampa il 30/9/2011.</em></a></p>
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		<title>Appunti d&#8217;estate</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 07:58:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appunti d&#8217;estate. C&#8217;è un&#8217;isola, dove all&#8217;ora del tramonto tutto il paese scende dalle biciclette e si ferma per giocare a pétanques, compreso il prete. Sull&#8217;isola, ogni sera, Marius, che avrà sì e no sette anni, fa giochi di magia per i passanti e Louis vende cartoline disegnate da lui, illuminandole con la pila. C&#8217;è un&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appunti d&#8217;estate. C&#8217;è un&#8217;isola, dove all&#8217;ora del tramonto tutto il paese scende dalle biciclette e si ferma per giocare a pétanques, compreso il prete. Sull&#8217;isola, ogni sera, Marius, che avrà sì e no sette anni, fa giochi di magia per i passanti e Louis vende cartoline disegnate da lui, illuminandole con la pila. C&#8217;è un&#8217; autostrada, dove ti consegnano la spesa al casello. C&#8217;è un sentiero di montagna, ripido ripido, che sembra la gradinata di una cattedrale, anche se alla fine arrivi ad un lago (ma chi è che scolpisce le montagne per noi?). C&#8217;è una spiaggia e sulla spiaggia un castello che riproduce esattamente il forte di Bard all&#8217;ingresso della Valle d&#8217;Aosta. Davanti alla spiaggia un mare azzurro come lo disegnano i bambini. C&#8217;è una pensione, arrampicata su un glicine, con le mura gialle e il pavimento di cotto, dove il menu per bambini prevede salmone, riso nero e ratatouille, perché, in fondo, il mondo sa ancora sorprenderci. C&#8217;è un amico, scomparso in Darfour, e un collega, rapito in Libia e restituito. Perché il mondo sa come farci paura. C&#8217;è una piazza con gli alberi tutti bucati e, se guardi bene, i folletti che ci abitano dentro.</p>
<p>C&#8217;è profumo di anice, un molo con barche che sembrano navi, marinai che sembrano modelli e un negozio pieno zeppo di olive di cioccolata, rosse, verdi e nere. C&#8217;è una città, oltre una cortina che c&#8217;era ma ora non c&#8217;è più, dove tutto è enorme e ogni cosa è separata da immensi spazi vuoti: un parco, un parcheggio, le rovine di un albergo da tremila camere che nessuno avrà mai la forza di ricostruire. C&#8217;è un caffè, nella città oltre cortina, con piccoli tavoli e tanti libri alle pareti, un pianista e due violinisti che suonano pop-folk, ragtime e musica tradizionale russa. Ai piedi di un monte altissimo e bianco c&#8217;è una cittadina dove, sulla stessa strada, passeggiano coppie in sandali, passeggini e alpinisti in scarponi con due zaini sulle spalle e tre piccozze. Perché c&#8217;è ancora chi ama prendere dei rischi per il puro piacere di guardare il mondo dall&#8217;alto.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=103&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 16/9/2011.</em></a></p>
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		<title>Giugno sa di ciliegie</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 07:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giugno è così. Sa di ciliegie. Sarà che sono due settimane che ne raccolgo, snocciolo, spolpo, congelo, impasto, cuocio e conservo. Chili di ciliegie. Casse di ciliegie. Sarà a causa di questo rapporto improvviso, e inaspettatamente ravvicinato, con un frutto effimero, dolce e appiccicosissimo come la ciliegia. Ma incomincio a pensare che il signor Michael [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giugno è così. Sa di ciliegie. Sarà che sono due settimane che ne  raccolgo, snocciolo, spolpo, congelo, impasto, cuocio e conservo. Chili  di ciliegie. Casse di ciliegie. Sarà a causa di questo rapporto  improvviso, e inaspettatamente ravvicinato, con un frutto effimero,  dolce e appiccicosissimo come la ciliegia. Ma incomincio a pensare che il  signor Michael Dallaway sia stato davvero un genio. Lo Steve Job degli  albero da frutta primaverili. Il signor Dallaway, che con un nome così  potrebbe tranquillamente essere uscito da una pagina di Jane Eyre, è in  verità un contadino di Northiam, al confine tra il Kent e il Sussex, che  si è inventato un ingegnoso «rent-a-tree service». Affittasi alberi da  frutta, in pratica.</p>
<p>L&#8217;idea è semplice, come tutte le idee geniali del resto: in cambio di  trenta sterline annue, il signor Dallaway si occupa degli alberi e gli  «affittuari » sono liberi di organizzare poetici pic-nic in tempo di  fioritura sotto la loro arborea proprietà e di recuperare il raccolto  quando i frutti sono maturi. Fa inoltre parte del pacchetto la ricezione  di regolari newsletter sui progressi del loro albero e previsioni della  sua produttività stagionale. I trecento affittuari pionieri del 2010  hanno avuto diritto a quindici chili di ciliegie l&#8217;uno. Dato che la  media può variare dai dieci ai venti chili, non si può certo dire sia  andata male. I frutti degli alberi che non sono affittati il signor  Dallaway li vende aimercati ortofrutticoli o attraverso delle  cooperative, ai supermercati. Bigarreau Frogmore, Early Rivers, Stella,  Sweetheart e Penny, Merton Glory, Napoleon e Bigarreau Gaucher. Sono  solo alcuni dei tipi di ciliegie che il signor Dallaway ha e affitta nel  suo frutteto. In Inghilterra esiste addirittura una campagna in favore  della ciliegia, «CherryAid», lanciata dalla nota scrittrice gastronomica  Henrietta Green, fondatrice di <a href="http://foodloversbritain.com/" target="_blank">FoodLoversBritain.com</a>, una specie di  Carlin Petrini anglosassone, per intenderci. La mania, a quanto ne so, è  già arrivata anche in Svizzera e sta varcando le Alpi. Buona raccolta a  tutti!</p>
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		<title>Un po&#8217; come origliare alla porta</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 08:34:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È stato un po&#8217; come origliare alla porta. Quando si accosta l&#8217;orecchio, al contempo famelici ed esitanti, e con la massima concentrazione possibile, si cerca di distinguere e incamerare sillabe e parole, suoni e silenzi. Quando si resta con il fiato sospeso nell&#8217;attesa di sapere come andrà a finire, appesi al filo di un racconto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È stato un po&#8217; come origliare alla porta. Quando si accosta l&#8217;orecchio,  al contempo famelici ed esitanti, e con la massima concentrazione  possibile, si cerca di distinguere e incamerare sillabe e parole, suoni e  silenzi. Quando si resta con il fiato sospeso nell&#8217;attesa di sapere  come andrà a finire, appesi al filo di un racconto frammentario che  spetterà poi all&#8217;immaginazione completare, più tardi.</p>
<p>Nei quattro giorni di un ponte di inizio estate che, per qualche strana e  clemente coincidenza astrale, ha fatto coincidere la festa della  Repubblica italiana con il giovedì dell’Ascensione calvinista e un  venerdì di «recupero» del Primo Maggio domenicale, una nutrita ed  affezionata delegazione di torinesi ha varcato le Alpi ed è venuta in  visita nella ridente campagna francese che è il mio altrove. Tra gite  bucoliche, pizze fatte in casa, grigliate, feste di paese e bagni  improvvisati (e molto probabilmente illegali) nelle fontane dei parchi  ginevrini, il ritrovo ha permesso nell&#8217;ordine di: confrontare ricordi  d&#8217;infanzia che si credevano sepolti e invece no; dibattere di politiche  energetiche, omeopatia, OGM e scuole materne in Italia e nel mondo;  commentare, da fuori e dentro i confini nazionali, parabole elettorali,  sfortunati editoriali, verande e terrazze, ricette a base di melanzane e  iniziative sperimentali nei quartieri periferici dei grandi centri  urbani.</p>
<p>Le lunghe chiacchiere serali hanno, più che tutto, scaldato il cuore. Ma  poi, a pensarci bene, hanno anche permesso di ridisegnare la mappa  esistenziale e mentale di una Torino lontana, con preziosissimi  aggiornamenti: i locali, le iniziative, i vecchi e nuovi equilibrismi, i  figli, i matrimoni, i traslochi, i venti, i trenta e i quarant&#8217;anni di  amici e amici di amici e amici di amici di amici (insomma lo sapete  meglio di me com’è Torino&#8230;). È stato un po&#8217; come origliare alla porta,  dicevo. Con la consapevolezza che non entrerai nella stanza. Però è  stato bello. E, per qualche ora, è stato come essere di nuovo lì.</p>
<p><em><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=101&amp;ID_sezione=324&amp;sezione=" target="_blank">Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 10/6/2011.</a></em></p>
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