Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Archivio della categoria ‘Vivere altrove’

Il traffico magmatico di Ginevra e il carretto

Ogni giorno attraverso Ginevra imbottigliandomi nel traffico magmatico di una città intimamente votata al trasporto pubblico, che considera gli automobilisti insolenti parassiti di cui disfarsi con calvinista determinazione e infallibili tecniche da guerriglia urbana. Obiettivo: sfinirli, annientarli psicologicamente, provocarne il collasso nervoso, indurre violenti stati depressivi, o repentine conversioni a religioni orientali che professino l’allontanamento eremitico dalla vita materiale. Il ginevrino-tipo, che vive in centro città da diciassette generazioni, digerisce la fondue e lavora in casa, studia infatti con precisione svizzera l’orario in cui ridipingere la segnaletica orizzontale, – tra le sette e le otto e mezzo del mattino o tra le cinque e mezzo e le sei e mezzo della sera – pianifica la chiusura di strade senza indietreggiare di fronte all’idea di interi quartieri in cui è impossibile girare a destra e considera la natazione invernale nel lago Lemano un’opzione come un’altra per raggiungere l’altra riva.

Non fraintendetemi. Io sono totalmente a favore di tram, bus, traghetti, biciclette, roller. Ho anche provato varie combinazioni dei suddetti per raggiungere la mia meta, salvo scoprire che l’Iron Man non fa per me. Così ho affinato le mie strategie di controguerriglia, concentrandomi su qualcosa di più celebrale.Con gioia ho constatato che il tempo di percorrenza casaufficio – gimcana inclusa – coincide con una puntata di Fresh Air, trasmissione della National Public Radio trasmessa ogni giorno da World Radio Switzerland.

La definitiva riconciliazione con i locali la devo però al «carretto». E’ comparso ad Halloween sul marciapiede di rue de Matignin e da allora non è mai scomparso. Sul carretto si alternano zucche, mele, pere, cavoli. Sul carretto c’è sempre un cartello che indica il prezzo, e una scatolina in cui mettere l’offerta. Il carretto affida il suo contenuto all’onesta di chi passa di lì, poco importa il mezzo. Per il carretto e la logica che gli permette di esistere sarei disposta ad andare a lavorare anche in pedalò, se necessario.

Pubblicato su “La Stampa” il 2/12/2011.

Scritto da Irene

il 2 dicembre 2011 alle 10:06 pm

Bambini che parlano più lingue

Tracey è per metà nippo-americana e per metà indiana d’america-irlandese. Non paga di questo già ardito melting pot, a un certo punto della sua vita ha pure pensato di sposarsi con un ecuadoriano. Oggi ha quarantotto anni e tre figli, di diciotto, sedici e quattordici anni. I pargoli, per nascita, formazione e contesto, parlano inglese, spagnolo, tedesco e francese. Con un master ad Harvard in Educazione Internazionale, non stupisce che Tracey abbia fatto dello studio del multi o pluri-linguismo non solo la sua vocazione, ma persino la sua professione, (e buon per lei che le due coincidono). Tra una lezione all’università, una formazione negli asili di mezzo pianeta e uno studio, ovviamente comparato e trans-nazionale, Tracey ha anche scritto un libro, «Raising Multilingual Children» (in pratica, Come crescere bambini che parlano più lingue), nel quale spazza via, come solo la scienza sa fare, tanti miti e leggende metropolitane sui presunti danni psico-cognitivi-socio-esistenziali che attenderebbero al varco chiunque abbia la sfortuna di crescere in un universo non esclusivamente monolingue.

Più creatività, flessibilità, maggiore capacità di concentrazione ed astrazione, una maggiore apertura verso le altre culture, perfino più fiducia in se stessi sarebbero infatti i vantaggi che regala il bi o multi-linguismo. In uno studio su Cerebral Cortex, coordinato dal dottor Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all’università-Vita San Raffaele di Milano, in collaborazione con le università di Londra, Barcellona e Hong Kong, i ricercatori hanno addirittura osservato che i bilingue messi di fronte a situazioni critiche riescono a decidere che strada prendere in modo più rapido rispetto a chi parla una lingua sola. E lo fanno in modo più efficiente e con meno sforzo.

«Mamou» fa Giulia sabato pomeriggio, «giochiamo che io ti “coiaffo” (leggi quaffo), mentre tu stai “assisa” sul “divain” che è là bas e io ti metto tutte queste “barrette” sulla testa… please?». La strada del multi-linguismo è lastricata di buone intenzioni…

Pubblicato su “La Stampa” il 18/11/2011.

Scritto da Irene

il 18 novembre 2011 alle 1:52 pm

Accogliere nel tuo altrove qualcuno che arriva da lontano

C’è la partenza. Con le valigie, le scatole, i documenti, le fotografie. I pensieri sulla vita che si lascia e su quella che non si indovina ancora, la curiosità per le tante strade possibili, le storie, le lingue, i profumi, i volti. Il timore, sottile e assordante, che si nutre di insicurezza, nostalgia, diffidenza, distanza e, a volte, pare incolmabile.

C’è la scoperta, dell’altro, dell’altrove, dell’altrimenti. Può arrivare tutta, subito, o gradualmente, giorno dopo giorno. Prima disorienta, destabilizza, azzittisce, poi ti elettrizza, arricchisce, nutre di nuove prospettive, aiuta ad allargare il campo, a spostare il fuoco dell’obiettivo. La tela del quadro non è più bianca. E la nuova vita la colora con tinte mai viste prima. C’è la quiete che viene dalla consapevolezza di aver conquistato un territorio, di aver costruito un ponte. Uno spazio fisico, una rete sociale, un luogo di cui possiedi le coordinate. Ora conosci ciò che prima ti era estraneo, ora capisci chi prima ti era straniero. Ora sai a che ora precisa il sole filtra dalla finestra della tua camera, quali strade occorre evitare nelle ore di punta, dove si mangiano degli ottimi spaghetti alle vongole, dove conviene comprare il pane e dove no, quante curve ti separano dal lago.

C’è l’imprevisto (la vita ne è piena) e il rischio di una nuova partenza e di nuovo valigie, scatole, documenti, fotografie e i pensieri che si affollano e il timore della distanza,ma anche la certezza che, cambiando ancora, i colori sulla tela, chissà cosa potranno diventare. Sei pronta.

Resti. E un giorno c’è la sorpresa di accogliere, nel tuo altrove, qualcuno che arriva da lontano, per caso, proprio lì dove la vita ti ha portato a vivere. E di fronte alle valigie, alle scatole, ai documenti, alle fotografie, ai pensieri, ti ritrovi a dargli il benvenuto, ancora incredula. Gli regali una cartina e ti ascolti mentre suggerisci locali, percorsi, racconti, abitudini.

Tuo cugino è venuto a lavorare a Ginevra. E tu l’hai accolto come fossi la padrona di casa. Hai deciso che è una piccola vittoria.

Scritto da Irene

il 4 novembre 2011 alle 5:55 pm

Essere considerati come cervelli

J ha ventisei anni e un cognome da romanzo della Nemirosky. Capelli bruni, occhi scuri, un viso e un corpo da modella, un cervello fino, una pazienza da santone, dei modi da lady dell’Ottocento e rapper americano, insieme, a seconda dei momenti e di chi le sta intorno. J è attenta, diligente, furba, veloce, metodica, curiosa. Figlia di genitori separati, e membro di una famiglia davvero troppo incasinata per poterla riassumere in poche righe, è nata in Haute Savoie, Francia, ha studiato a Lione in un’università che per me rimarrà sempre e solo una sigla impronunciabile (i francesi adorano parlare per acronimi e tant pis per chi non li capisce) e a Newcastle, in Inghilterra. Parla francese, inglese e italiano in modo assolutamente perfetto. Ora punta allo spagnolo. Ama il sushi e i bento, il tennis e il Taekwondo. E sicuramente molte altre cose. Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro. Lunedì ne inizierà un altro (il terzo da quando si è laureata, tre anni fa). Il suo nuovo capo sarà un astrofisico svizzero, con doppia laurea e tanto entusiasmo. Tre lavori, quattro persone da coordinare, un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio che in Italia neanche i professori universitari. A ventisei anni.

Il nuovo lavoro è a meno di un chilometro e mezzo da quello precedente, ma la distanza tra la cultura aziendale che lascia (italiana fino al midollo, malgrado la sede ginevrina) e quella che troverà (100% svizzera romanda) è la stessa che separa Caglianetto da Londra (con tutto il rispetto per Caglianetto, ovviamente). Per un’azienda italiana con un tipico capo, italiano e mediocre, cos’è in fondo una ventiseienne se non una bambina con le tette, una stagista benedetta da uno stipendio immeritato, un individuo senza storia né esperienza, cui delegare i lavori più noiosi, far filtrare le telefonate, tenere l’agenda, prenotare i voli? I cervelli fuggono dall’Italia – anche da quei pezzi d’Italia trapiantati all’estero -, perché sono cervelli, appunto. E amerebbero essere considerati tali.

Pubblicato sul La Stampa il 30/9/2011.

Scritto da Irene

il 30 settembre 2011 alle 9:38 am

Appunti d’estate

Appunti d’estate. C’è un’isola, dove all’ora del tramonto tutto il paese scende dalle biciclette e si ferma per giocare a pétanques, compreso il prete. Sull’isola, ogni sera, Marius, che avrà sì e no sette anni, fa giochi di magia per i passanti e Louis vende cartoline disegnate da lui, illuminandole con la pila. C’è un’ autostrada, dove ti consegnano la spesa al casello. C’è un sentiero di montagna, ripido ripido, che sembra la gradinata di una cattedrale, anche se alla fine arrivi ad un lago (ma chi è che scolpisce le montagne per noi?). C’è una spiaggia e sulla spiaggia un castello che riproduce esattamente il forte di Bard all’ingresso della Valle d’Aosta. Davanti alla spiaggia un mare azzurro come lo disegnano i bambini. C’è una pensione, arrampicata su un glicine, con le mura gialle e il pavimento di cotto, dove il menu per bambini prevede salmone, riso nero e ratatouille, perché, in fondo, il mondo sa ancora sorprenderci. C’è un amico, scomparso in Darfour, e un collega, rapito in Libia e restituito. Perché il mondo sa come farci paura. C’è una piazza con gli alberi tutti bucati e, se guardi bene, i folletti che ci abitano dentro.

C’è profumo di anice, un molo con barche che sembrano navi, marinai che sembrano modelli e un negozio pieno zeppo di olive di cioccolata, rosse, verdi e nere. C’è una città, oltre una cortina che c’era ma ora non c’è più, dove tutto è enorme e ogni cosa è separata da immensi spazi vuoti: un parco, un parcheggio, le rovine di un albergo da tremila camere che nessuno avrà mai la forza di ricostruire. C’è un caffè, nella città oltre cortina, con piccoli tavoli e tanti libri alle pareti, un pianista e due violinisti che suonano pop-folk, ragtime e musica tradizionale russa. Ai piedi di un monte altissimo e bianco c’è una cittadina dove, sulla stessa strada, passeggiano coppie in sandali, passeggini e alpinisti in scarponi con due zaini sulle spalle e tre piccozze. Perché c’è ancora chi ama prendere dei rischi per il puro piacere di guardare il mondo dall’alto.

Pubblicato su “La Stampa” il 16/9/2011.

Scritto da Irene

il 16 settembre 2011 alle 8:58 am