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	<title>Stornelli d&#039;esilio</title>
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	<description>Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)</description>
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  <title>Stornelli d&#039;esilio</title>
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		<title>Un libriccino blu con una donna alla finestra in copertina</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 12:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ero in volo su un aereo sgangherato che daPembarientrava a Maputo, Mozambico, dopo un mese passato tra le piantagioni di the della Zambesia, a raccogliere storie di contadini e raccoglitori e dei vari modi che si erano inventati per ingannare la povertà. In mano avevo un libriccino blu con una donna alla finestra in copertina. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ero in volo su un aereo sgangherato che daPembarientrava a Maputo, Mozambico, dopo un mese passato tra le piantagioni di the della Zambesia, a raccogliere storie di contadini e raccoglitori e dei vari modi che si erano inventati per ingannare la povertà. In mano avevo un libriccino blu con una donna alla finestra in copertina. Leggendolo allora, su quel volo, feci quello che, ancora oggi, considero il mio primo, vero pianto da esule. Un pianto liberatorio e profondo, sommesso (ma neanche poi tanto) e orribilmente consapevole. Un pianto di agnizione, se si dice così, nel senso che nasceva dalla scoperta, rivelatrice, di parole che esprimevano, esattamente, ciò provavo in quel momento. Parole che davano voce a quel senso di sospensione tra duepatrie, di costante duplice appartenenza, che da allora non mi avrebbe mai abbandonato. Il senso, mite, dell&#8217;andare, l&#8217;umiltà del disorientamento, il bruciore del distacco, il desiderio pungente del ritorno, la voglia di radicamento, la consapevolezza dell&#8217;irreversibilità del passo compiuto, il confronto continuo tra due realtà, il peso leggero e pesante del ricordo. Il libriccino che mi ha insegnato a dare voce a questo materiale umano era «Vivere altrove » e questa rubrica deve a lui la sua nascita e la sua costante ispirazione.</p>
<p>Domenica pomeriggio ho conosciuto di persona l&#8217;autrice. Marisa Fenoglio è una signora distinta ed elegante, una scrittrice che domanda il permesso di raccontare le sue storie, e quasi si stupisce, incredula, se il pubblico si ferma ad ascoltarla e nel farlo prende appunti. Nel suo nuovo libro, «Il ritorno impossibile», scrive Altrove con la «a» maiuscola, perché sa ciò di cui è fatto, mi dico. E aggiunge che «ha un cuore longevo». Mi siedo e la guardo come si guarda, sul sentiero, in salita, chi ne sta già scendendo, dopo aver guadagnato la cima ed essersi gustato il panorama e il panino al prosciutto. Mi siedo e l&#8217;ascolto come si ascolta chi ha già vissuto molto di ciò che ancora mi aspetta, chi si è già posta le domande, e in molti casi, si è già data le risposte. E per fortuna, ha deciso di metterle per iscritto.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=119&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 18/5/2012.</em></a></p>
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		<title>Pensare di sapere una città a memoria</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 10:02:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
				<category><![CDATA[Freschi di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Vivere altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando vivi da molti anni in una città che non ti ha cresciuto, ma ti ha adottato discretamente e sottovoce, pensi di saperla a memoria. Di averne esplorato ogni angolo, percorso ogni marciapiede, calpestato ogni prato. Immagini di aver posato lo sguardo su ogni portone, di esserti accomodato su ogni panchina, di esserti fermato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando vivi da molti anni in una città che non ti ha cresciuto, ma ti ha adottato discretamente e sottovoce, pensi di saperla a memoria. Di averne esplorato ogni angolo, percorso ogni marciapiede, calpestato ogni prato. Immagini di aver posato lo sguardo su ogni portone, di esserti accomodato su ogni panchina, di esserti fermato a ogni semaforo, di aver attraversato ogni vicolo, ogni ponte. Ci hai messo del tempo, ma l&#8217;hai studiata con rigore filatelico, smontandola pezzo per pezzo, quartiere per quartiere. Da timido turista, sei diventato un amante scaltro, un appassionato collezionista di scorci, di ombre, di muri e di voci. Hai scoperto che strati diversi la ricoprono, come la pelle di una cipolla, e ti sei divertito a spelare e spelare, per vedere cosa si nascondeva sotto, per conoscere l&#8217;anima nascosta, e verificare se c&#8217;erano o te l&#8217;eri solo immaginate, le città dentro la città. Lo straniero si è allora scoperto meno straniero di quel che pensava. La città delle differenze è diventata, poco a poco, familiare e amica. Ha iniziato a raccontare storie di te e del tuo passato, contenendolo «come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere».</p>
<p>Ti ha pertanto sorpreso, un pomeriggio di aprile qualunque, ritrovarti d&#8217;improvviso a fissare cortili sconosciuti, vicoli mai incrociati, balconi mai notati prima, oscure vetrine piene di tesori inesplorati. Sorpreso con un sorriso, e un po’ deluso, anche, e intristito, perché com’era possibile, dopo tanta fatica spesa ad addomesticarla, che avessi perso di vista la tua città? Perché mai l’avevi lasciata sbiadire davanti agli occhi?</p>
<p>«Presto o tardi &#8211; scrive Calvino &#8211; viene per tutti il giorno in cui abbassiamo lo sguardo lungo i tubi delle grondaie e non riusciamo più a staccarlo dal selciato. Il caso inverso non è escluso, ma è più raro».</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=118&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 4/5/2012.</em></a></p>
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		<title>La guerra che mi ero dimenticata di ricordare</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 08:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vivere altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarajevo, aprile 1992. 300 mila persone affluiscono nella capitale per manifestare a favore della pace. I tiratori scelti sparano sulla folla e l&#8217;assedio ha inizio. 1.427 giorni, 44 settimane. Quattro inverni. I più lunghi della moderna storia Europea. Due milioni e 200 mila persone, su una popolazione di poco più di 4 milioni, abbandonano le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarajevo, aprile 1992. 300 mila persone affluiscono nella capitale per manifestare a favore della pace. I tiratori scelti sparano sulla folla e l&#8217;assedio ha inizio. 1.427 giorni, 44 settimane. Quattro inverni. I più lunghi della moderna storia Europea. Due milioni e 200 mila persone, su una popolazione di poco più di 4 milioni, abbandonano le proprie case. Solo un milione e settantamila «rientreranno », stando ai dati, inverificabili, del ministero per i Diritti Umani e i Profughi. Sono le persone che hanno qualcosa o qualcuno da cui tornare, forse. Quelli che ci provano a resistere ai ricordi o quelli che, semplicemente, hanno deciso di vendere tutto per rinascere altrove. Numeri. 14.000 caschi blu. 74.000 sfollati.</p>
<p>E altri numeri ancora. 860 metri di lunghezza, un metro e 70 di altezza e larghezza: è il tunnel che gli assediati scavano sotto l&#8217;aeroporto della capitale per evacuare feriti, portare cibo e munizioni, sotto il tuono delle esplosioni e dei mortai, tra le rovine del quartiere di Hrasnica.</p>
<p>Sarajevo vent&#8217;anni dopo si è raccolta per ricordare quando la città esplose, le lancette degli orologi si fermarono e per quattro anni l&#8217;orrore batté il suo ritmo di morte. Lo ha fatto mettendo sulla Titova, la centralissima via Maresciallo Tito, dalla Fiamma Eterna alla moschea Ali Pašina, 11.541 sedie di plastica rossa, vuote, tante quanti sono stati i morti cittadini. 643 erano piccole, quelle dei bambini che da allora non ci sono più. Ancora numeri. In 1.400 hanno testimoniato, e le loro storie sono state raccolte in un nuovo museo: 5.000 metri quadrati in pieno centro città, diviso in 4 settori: Introduzione, Esperienza, Conoscenza, Sostenibilità.</p>
<p>Da dieci giorni i numeri di quella guerra «sotto casa», che mi ero dimenticata di ricordare, mi interrogano feroci sulla forza e sul senso dell&#8217; identità. «Morire per Sarajevo» hanno scritto «è morire per una città aperta, che argomenta la vita in comune tra diversi». L&#8217;altro mondo possibile. Quelle sedie rosse sono lì a chiedersi cosa resta.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=117&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 20/4/2012.</em></a></p>
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		<title>Non è vero che il mondo è piccolo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 11:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scrivevi: «Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivevi: «Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro gli occhi (…). Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo. Queste cose si imparano con il tempo, e soprattutto viaggiando».</p>
<p>Ho sottolineato questa frase a matita, piegando l&#8217;angolo della pagina. Sono dovuta partire, ripartire e ripartire ancora, con valigie a volte leggere a volte pesanti, per capire cosa intendevi. Per comprendere che è possibile abitare un luogo senza esserci mai stati, per imparare a posare il mio sguardo sul mondo reale, e fargli prendere vita.</p>
<p>Scrivevi: «Ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita».</p>
<p>Quest&#8217;invito ad uscire allo scoperto, a vedere e a restare, a muoversi e a ritornare, è stato, è la mia bussola. Non è vero che il mondo è piccolo, insistevi. Il mondo è grande e diverso, e misurarsi con la vita può far male, ma vale comunque la pena. Ho visto, e ho sofferto l&#8217;India notturna, l&#8217;India dei treni, l&#8217;India che è e che non è in un gioco di specchi, identità, corpi, anime. Ho amato, senza respiro, Lisbona, e sentito, struggente, la nostalgia del futuro in Rua da Saudade. Scrivevi: «In quella notte ricevetti molte storie. Portai con me il romanzo e lo affidai al vento. Non so se fu un tributo, un omaggio, un sacrificio o una penitenza». Ciao per sempre Tabucchi, maestro di viaggio, maestro di penna, maestro di altrove.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=116&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 6/4/2012.</em></a></p>
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		<title>Lavorare meno, lavorare tutti? Magari.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 09:40:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla Gran Bretagna arriva l&#8217;idea che, a detta di alcuni, spazzerà via la disoccupazione europea: la settimana cortissima. Venti ore di lavoro al massimo, non un minuto di più non uno di meno. A parlarne, nel corso di un seminario organizzato in collaborazione con il Centre for Analysis of Social Exclusion della London School of [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla Gran Bretagna arriva l&#8217;idea che, a detta di alcuni, spazzerà via la disoccupazione europea: la settimana cortissima. Venti ore di lavoro al massimo, non un minuto di più non uno di meno. A parlarne, nel corso di un seminario organizzato in collaborazione con il Centre for Analysis of Social Exclusion della London School of Economics, è stato di recente un autorevole thinktank di economisti, la New Economics Foundation (NEF). «Viviamo solo per lavorare, lavoriamo per guadagnare, guadagniamo per consumare? » si chiedeva Anna Coote, un&#8217; esperta del NEF, nel corso della discussione. «Non c&#8217;è nessuna prova che riducendo l&#8217;orario di lavoro si ridurrebbe anche il successo economico: anzi, io sono convinta che avverrebbe il contrario».Adetta del NEF, la riduzione dell&#8217;orario lavorativo potrebbe essere una soluzione efficace per le imprese, ma anche per gli stessi lavoratori a rischio licenziamento. Le prime otterrebbero una maggiore flessibilità sui costi fissi del lavoro, i secondi eviterebbero il rischio dei licenziamenti.</p>
<p>Lavorare meno, lavorare tutti? Magari. In un Paese in cui, secondo le previsioni, la disoccupazione raggiungerà i 2,77 milioni di unità entro la fine del 2012, qualcuno ha (almeno) avuto il coraggio e l&#8217;autorevolezza di sollevare il problema e ragionare su modelli di crescita alternativi. A qualche migliaio di chilometri di distanza, ilmondo sembra andare in un&#8217;altra direzione. Gli svizzeri sono infatti stati recentemente chiamati ad esprimersi, tramite solito referendum da democrazia ateniese, su una proposta dei sindacati di elevare da quattro a sei le settimane di vacanze obbligatorie. Oltre il 66,5%dei votanti, in tutti i cantoni, si è detto contrario. Ok, era previsto dai sondaggi. Ok, non è la prima che gli svizzeri bocciano iniziative di questo tipo: lo hanno già fatto in passato, nel 1985 e nel 2002. Ok, la crisi economica suscita nello svizzero medio una (per me incomprensibile) propensione alla disciplina e all&#8217;operosità. Però. Sarebbe stato davvero bello.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_articolo=115&amp;ID_blog=155&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 23/3/2012.</em></a></p>
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		<title>C’era e non c&#8217;era una volta</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 08:50:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vivere altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era e non c&#8217;era una volta. Così iniziano le fiabe d&#8217;Armenia. Una frase augurale che nelle notti d&#8217;inverno, intorno al focolare, dispone all&#8217;ascolto. C&#8217;era e non c&#8217;era una volta, il genocidio armeno, tenacemente negato. Un milione e 200 mila anime sterminate nel 1915. C&#8217;era e non c&#8217;era una volta, la Francia, che qualche giorno fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’era e non c&#8217;era una volta. Così iniziano le fiabe d&#8217;Armenia. Una frase augurale che nelle notti d&#8217;inverno, intorno al focolare, dispone all&#8217;ascolto.</p>
<p>C&#8217;era e non c&#8217;era una volta, il genocidio armeno, tenacemente negato. Un milione e 200 mila anime sterminate nel 1915. C&#8217;era e non c&#8217;era una volta, la Francia, che qualche giorno fa ha cercato di darsi una legge contro il negazionismo, «negando il diritto a negare», titolava il «New York Times ». C&#8217;era e non c&#8217;era una volta la Corte costituzionale francese, che nella patria della Liberté égalité fraternité ha giudicato quella legge contro il negazionismo incostituzionale, perché negando il diritto a negare, si nega anche la libertà d&#8217;espressione.</p>
<p>C&#8217;era e non c&#8217;era una volta, una cittadina vicino a Los Angeles, Glendale, chiamata «Little Armenia» perché lì si sono installati da anni i discendenti degli armeni occidentali scappati al massacro. Glendale, cittadina della diaspora, «mite e fantasticante », dove sopravvivi anche se non parli inglese. Ci sono la scuola armena, la libreria armena, la pasticceria armena, i ristoranti armeni, almeno sei giornali armeni e una tv via cavo con i talk-show in armeno.</p>
<p>C&#8217;erano e non c&#8217;erano una volta Anoush e Kohar, protagonisti dell&#8217;ultimo libro di Antonia Arslan, che sopravvivono per caso allo sterminio del loro villaggio e con l&#8217;unico bambino risparmiato dalla furia assassina e una coppia di amici greci, Makarios ed Eleni, salgono all&#8217;antico monastero in fiamme della valle di Mush, nell&#8217;Anatolia interna, e ritrovano il famoso Omiliario di Mush, un codice del 1202 con preziose miniature, che li accompagnerà proteggendo la loro fuga, ma senza lenire il dolore del non ritorno.</p>
<p>C&#8217;era e non c&#8217;era una volta una storia che rende giustizia alla Storia. Così incominciano le fiabe d&#8217;Armenia nelle notti d&#8217;inverno. Le stesse fiabe finiscono così: «Cadono tre mele dal cielo: la prima per chi ha raccontato questa storia, la seconda per chi l&#8217;ha ascoltata, la terza per il mondo intero».</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=114&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 9/3/2012.</em></a></p>
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		<title>Travolgente e contagioso, come solo le buone idee</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 12:02:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
				<category><![CDATA[Freschi di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Vita magazine]]></category>

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		<description><![CDATA[Masdar city sorgerà alla periferia di Abu Dhabi, negli Emirati e sarà una città di sei chilometri quadrati in grado di accogliere circa cinquantamila abitanti. Zero emissioni di anidride carbonica, niente rifiuti e nessuna automobile inquinante. E inoltre futuristiche soluzioni per moderare l&#8217;arsura e le temperature del deserto,come quella degli «ombrelli solari», strani dispositivi presumibilmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Masdar city sorgerà alla periferia di Abu Dhabi, negli Emirati e sarà una città di sei chilometri quadrati in grado di accogliere circa cinquantamila abitanti. Zero emissioni di anidride carbonica, niente rifiuti e nessuna automobile inquinante. E inoltre futuristiche soluzioni per moderare l&#8217;arsura e le temperature del deserto,come quella degli «ombrelli solari», strani dispositivi presumibilmente modellati sui girasoli, che rimarranno aperti durante il giorno per immagazzinare energia solare e fornire ombra,e si chiuderanno di notte.</p>
<p>Incheon sarà invece costruita su due isole a nord-ovest di Seoul, Corea del Sud, e accoglierà trecentoventimila persone. Generatori di energia a biomassa, celle a idrogeno, tetti destinati all&#8217;agricoltura e coperture verdi a coltura idroponica (qualunque cosa voglia dire) saranno le sue caratteristiche fondamentali.</p>
<p>Le prime quattro eco-town inglesi dovrebbero, budget permettendo, essere ultimate nel 2016 e conteranno ognuna 2500 case, tutte a consumo zero. Adogni angolo di strada sarà possibile ricaricare le auto elettriche, ovunque si potrà prendere in prestito una bicicletta e i servizi pubblici copriranno capillarmente ogni centimetro quadrato dei nuovi centri urbani.</p>
<p>E ancora. Amsterdam intende ridurre le emissioni del 40 per cento entro il 2025 mentre la seconda città più grande della Danimarca, Aarhus, mira a diventare una città ad emissioni zero entro il 2030.</p>
<p>Tutto molto sensato e moderno e armonioso. Travolgente, pure, e contagioso, come solo le buone idee. Tanto che anche nella profonda campagna francese sembra infine muoversi qualcosa. A quanto pare questo sarà, infatti, l&#8217;anno della lotta ad oltranza ai rifiuti non selezionati. Il nostro bidone, che ogni mercoledì mattina risale pesantemente la stradina della co-proprietà nell&#8217;attesa del camion della nettezza urbana, è stato prontamente dotato di un microchip che calcolerà le volte in cui verrà svuotato e ci tasserà di conseguenza. Non sarà idroponico, ma è comunque un inizio.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=113&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 24/2/2012.</em></a></p>
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		<title>Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 11:09:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è questa vecchina, che vive sola con una mucca, una capra e un gatto in una casa di campagna. Indossa uno scialle, ha il fazzoletto in tasca e le ciabatte sfondate. Ha novantanove anni. Una sera, durante un tremendo temporale, la Morte bussa alla sua porta. Lei, che è arzilla ma dura d&#8217;orecchi, non capisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è questa vecchina, che vive sola con una mucca, una capra e un gatto in una casa di campagna. Indossa uno scialle, ha il fazzoletto in tasca e le ciabatte sfondate. Ha novantanove anni. Una sera, durante un tremendo temporale, la Morte bussa alla sua porta. Lei, che è arzilla ma dura d&#8217;orecchi, non capisce chi sia né tanto meno cosa voglia, e dopo una serie di equivoci e malintesi l&#8217;invita ad entrare. Quando le dà la mano si accorge che la Morte è fredda. Detto fatto la obbliga a cambiarsi gli abiti zuppi di pioggia, le presta la sua camicia da notte a fiori, la mette a letto con una tisana bollente, un piumino e la borsa dell&#8217;acqua calda. Nei giorni e nelle settimane seguenti le due imparano a conoscersi. La vecchina insegna alla Morte a giocare a scacchi, e insieme mungono la mucca, falciano l&#8217;erba del giardino e chiacchierano davanti al caminetto, sgranocchiando castagne. Un giorno la vecchina compie cento anni. La Morte le regala un abito da sposa, le cucina la torta, le scatta una serie di fotografie in posa, e suona per lei la fisarmonica facendola ballare sino all&#8217; alba. La vecchina semina candeline per tutta la casa e dopo averne diligentemente spente novantanove va a letto soddisfatta. È la morte a soffiare sull&#8217;ultima ed è così che la vecchina, che vive sola con una mucca, una capra e un gatto, muore, una bella mattina di primavera.</p>
<p>«Bonjour Madame la Mort» è un libriccino delizioso scritto quindici anni fa da Pascal Teulade e Jean- Charles Sarrazin. In Italia la letteratura per bambini dedicata al tema della morte esiste, ma non abbonda. A Meyrin, alle porte di Ginevra, la biblioteca comunale riserva all&#8217;argomento un&#8217;intera sezione dell&#8217;area ragazzi. Sono libri densi e colorati, scritti per non smarrire una realtà che non è né bella né brutta, solo accade. Proprio accanto, altri testi, che parlano di malattia, povertà estrema, violenza. Perché, come scriveva Montaigne, chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=112&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 10/2/2012.</em></a></p>
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		<title>Tornare in Africa</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:33:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché eravamo stremati e un po’ perduti. Perché spezzare l&#8217;inverno con una parentesi marina ti salva da mille malanni, dicono. Ma poi, chi lo sa se è solo una magnifica scusa per non sentirsi troppo in colpa. Perché è stata un&#8217;occasione, e non è che di occasioni ne capitino proprio in continuazione. Perché dei cari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché eravamo stremati e un po’ perduti. Perché spezzare l&#8217;inverno con una parentesi marina ti salva da mille malanni, dicono. Ma poi, chi lo sa se è solo una magnifica scusa per non sentirsi troppo in colpa. Perché è stata un&#8217;occasione, e non è che di occasioni ne capitino proprio in continuazione. Perché dei cari amici ci hanno organizzato praticamente tutto (e questo aiuta parecchio quando si vuole cambiare continente per meno di dieci giorni e si è stremati e un po&#8217; perduti). Perché l&#8217;idea di camminare scalzi il quattro di gennaio suonava come qualcosa di assolutamente inebriante.</p>
<p>Perché della barriera corallina avevi sempre e solo sentito parlare da Piero Angela e vederla per la prima volta dal vivo ti ha fatto aggiungere dei colori all&#8217;arcobaleno.</p>
<p>Perché la zanzariera rimboccata sotto il materasso è una delle tante cose di cui ci si dimentica troppo in fretta. Perché di donne che coltivano le alghe in mare come fossero filari di viti, raccogliendole e facendole seccare sulla spiaggia prima di venderle ai cinesi per farne creme di bellezza, non ne avevi ancora mai incontrate.</p>
<p>Perché erano almeno cinque anni che volevi tornarci, in Africa. E il semplice fatto di correre su una spiaggia bianca, ascoltare il vento che scuote le palme, contare le buche sulle strade di terra rossa, incrociare, con lo sguardo, biciclette sbucate dal nulla, capanne di fango e paglia, pozzi improvvisati e scuole senza porte, ti ha aiutato a ricordarti chi eri e chi sei ancora e chi vuoi essere. Perché il mare, che prima c&#8217;è e poi non c&#8217;è più fino alla fine dell&#8217;orizzonte, e poi torna solo per scomparire di nuovo, è come ascoltare il battito, lento e incalzante, di un cuore. E a volte, ricordarsi com&#8217;è il ritmo antico della vita aiuta a ritrovarsi.</p>
<p>Siamo stati a Zanzibar. Non l&#8217;abbiamo propriamente visitata, no. Ma ci è entrata sotto la pelle e tanto è bastato per ricominciare a sentirsi vivi.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=111&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 27/1/2012.</em></a></p>
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		<title>A quattro anni</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 14:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare la vita. Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare un sacco di cose, se proprio devo dirti, ma la vita più di tutte. Non lascio correre, quasi mai. Non dico basta. Lo grido piuttosto, quando ormai è tardi e, molto probabilmente, non serve più. Ascolto, ma solo chi credo abbia qualcosa da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare la vita. Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare un sacco di cose, se proprio devo dirti, ma la vita più di tutte. Non lascio correre, quasi mai. Non dico basta. Lo grido piuttosto, quando ormai è tardi e, molto probabilmente, non serve più. Ascolto, ma solo chi credo abbia qualcosa da insegnare. Parlo e scrivo tante lingue, tutte male. Subisco, in genere, quell&#8217;illusione di senso che danno l&#8217;ordine e il dovere. A volte l&#8217;incantesimo si scioglie e allora mi ritrovo a cercare un senso, anche dove, sotto sotto, un senso non credo che c&#8217;è. Non sono un&#8217;esperta nel maneggiare la vita, no. E per te, che da me dipendi ancora in tutto, compresi i colori dei calzini, non è proprio un affare. Ma tant&#8217;è.</p>
<p>Finalmente hai compiuto quattro anni. Li aspettavi da giugno, più o meno. Volevi sentirti grande, importante, adulta. A quattro anni, se vuoi, puoi smettere di fare la siesta del pomeriggio, dicevi, o al limite, se sei stanca, puoi cercare di riposarti un po&#8217;, ma con gli occhi aperti. A quattro anni non si usa più il ciuccio. A quattro anni si può avere il coltello a tavola, senza punta però. A quattro anni, d&#8217;improvviso, le forme dei tuoi disegni hanno acquistato un senso. Capelli, occhi, naso, orecchie, narici, mani, collane, orecchini. Per le gambe e i piedi, invece, mi sa che aspetteremo i cinque.</p>
<p>A quattro anni preferisci le storie lunghe, a quelle corte, che finiscono subito. Purché ci siano le illustrazioni, le principesse e, soprattutto, purché alla fine tutti vivano felici e contenti. A quattro anni sai scrivere il tuo nome, ma solo in stampatello. A quattro anni sei una portatrice sana di un mondo magico, lirico, pieno di musica, desideri, certezze, paure, soli e ombre. Un mondo in cui c&#8217;è posto per tutti, basta aggiungere una sedia. Un mondo in cui non esistono frontiere, né crisi né guerre o povertà. Un mondo in cui l&#8217;unica sfida di chi ci abita è di inventare i sogni. Spero davvero che il nuovo anno gli somigli un po’.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=155&amp;ID_articolo=110&amp;ID_sezione=324" target="_blank"><em>Pubblicato su &#8220;La Stampa&#8221; il 13/1/2012.</em></a></p>
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