Accogliere nel tuo altrove qualcuno che arriva da lontano
C’è la partenza. Con le valigie, le scatole, i documenti, le fotografie. I pensieri sulla vita che si lascia e su quella che non si indovina ancora, la curiosità per le tante strade possibili, le storie, le lingue, i profumi, i volti. Il timore, sottile e assordante, che si nutre di insicurezza, nostalgia, diffidenza, distanza e, a volte, pare incolmabile.
C’è la scoperta, dell’altro, dell’altrove, dell’altrimenti. Può arrivare tutta, subito, o gradualmente, giorno dopo giorno. Prima disorienta, destabilizza, azzittisce, poi ti elettrizza, arricchisce, nutre di nuove prospettive, aiuta ad allargare il campo, a spostare il fuoco dell’obiettivo. La tela del quadro non è più bianca. E la nuova vita la colora con tinte mai viste prima. C’è la quiete che viene dalla consapevolezza di aver conquistato un territorio, di aver costruito un ponte. Uno spazio fisico, una rete sociale, un luogo di cui possiedi le coordinate. Ora conosci ciò che prima ti era estraneo, ora capisci chi prima ti era straniero. Ora sai a che ora precisa il sole filtra dalla finestra della tua camera, quali strade occorre evitare nelle ore di punta, dove si mangiano degli ottimi spaghetti alle vongole, dove conviene comprare il pane e dove no, quante curve ti separano dal lago.
C’è l’imprevisto (la vita ne è piena) e il rischio di una nuova partenza e di nuovo valigie, scatole, documenti, fotografie e i pensieri che si affollano e il timore della distanza,ma anche la certezza che, cambiando ancora, i colori sulla tela, chissà cosa potranno diventare. Sei pronta.
Resti. E un giorno c’è la sorpresa di accogliere, nel tuo altrove, qualcuno che arriva da lontano, per caso, proprio lì dove la vita ti ha portato a vivere. E di fronte alle valigie, alle scatole, ai documenti, alle fotografie, ai pensieri, ti ritrovi a dargli il benvenuto, ancora incredula. Gli regali una cartina e ti ascolti mentre suggerisci locali, percorsi, racconti, abitudini.
Tuo cugino è venuto a lavorare a Ginevra. E tu l’hai accolto come fossi la padrona di casa. Hai deciso che è una piccola vittoria.
Immersi nel materiale grezzo della vita
Ritrovo, tra vecchi scritti e racconti, appunti di un viaggio incantato, sull’orlo del mondo. Destinazione: l’isola dei fiori, estremo avamposto occidentale d’Europa, Atlantico del Nord. Un minuscolo, lussureggiante giardino botanico che gli abitanti curano con premura a dir poco maniacale, ripulendo i bordi delle strade, strappando le erbacce dalle aiuole, raccogliendo i rami secchi spezzati dal vento. Visitato a cadenze regolari da naufraghi, corsari e mercanti, racconta Tabucchi nel suo «Donna di Porto Pim» che nell’aprile del 1839 due cittadini britannici sbarcarono sull’isolotto e, tra paurosi abissi e scoscese falesie, scoprirono un villaggio interamente costruito con i resti di navi e vascelli finiti alla deriva: oblò al posto di finestre, piante triangolari, muri a forma di prua di battello. Joseph e Henry Bullar «trovarono ospitalità in una casa sulla cui facciata spiccavano in bianco le lettere The Plymouth Baltimore, e forse ciò li aiutò a sentirsi a casa».
Da tempo però gli uomini hanno abbandonato il mare per la terra, sostituendo le mucche alle balene. Vivaddio. Molti, moltissimi sono partiti. Non ha città, l’isola, ma villaggi e mucchi di casette bianche appoggiate alla costa. È percorsa da strade che sarebbe troppo chiamare asfaltate e ritagliata di pascoli che ricorderebbero l’Irlanda, non fosse che qui la terra è rossa, nera e argillosa, ricoperta da un muschio spesso e umido che sa di Tropici assai più che di mari del Nord. Per uno scherzo di latitudini, cedri, aranci, viti e platani vivono accanto ad ananas, banani e maracujà, ibiscus gialli e rossi intrecciano le proprie radici a grasse siepi di ortensie blu.
Magari gli uomini fossero capaci di copiare e replicare una simile mescolanza, in cui sembra ci sia posto per tutti, basta stare stretti. Immersi nel «materiale grezzo della vita» ci si sente lontani da tutto. La Natura urla e all’uomo non resta che scomparire in silenzio.
Essere considerati come cervelli
J ha ventisei anni e un cognome da romanzo della Nemirosky. Capelli bruni, occhi scuri, un viso e un corpo da modella, un cervello fino, una pazienza da santone, dei modi da lady dell’Ottocento e rapper americano, insieme, a seconda dei momenti e di chi le sta intorno. J è attenta, diligente, furba, veloce, metodica, curiosa. Figlia di genitori separati, e membro di una famiglia davvero troppo incasinata per poterla riassumere in poche righe, è nata in Haute Savoie, Francia, ha studiato a Lione in un’università che per me rimarrà sempre e solo una sigla impronunciabile (i francesi adorano parlare per acronimi e tant pis per chi non li capisce) e a Newcastle, in Inghilterra. Parla francese, inglese e italiano in modo assolutamente perfetto. Ora punta allo spagnolo. Ama il sushi e i bento, il tennis e il Taekwondo. E sicuramente molte altre cose. Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro. Lunedì ne inizierà un altro (il terzo da quando si è laureata, tre anni fa). Il suo nuovo capo sarà un astrofisico svizzero, con doppia laurea e tanto entusiasmo. Tre lavori, quattro persone da coordinare, un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio che in Italia neanche i professori universitari. A ventisei anni.
Il nuovo lavoro è a meno di un chilometro e mezzo da quello precedente, ma la distanza tra la cultura aziendale che lascia (italiana fino al midollo, malgrado la sede ginevrina) e quella che troverà (100% svizzera romanda) è la stessa che separa Caglianetto da Londra (con tutto il rispetto per Caglianetto, ovviamente). Per un’azienda italiana con un tipico capo, italiano e mediocre, cos’è in fondo una ventiseienne se non una bambina con le tette, una stagista benedetta da uno stipendio immeritato, un individuo senza storia né esperienza, cui delegare i lavori più noiosi, far filtrare le telefonate, tenere l’agenda, prenotare i voli? I cervelli fuggono dall’Italia – anche da quei pezzi d’Italia trapiantati all’estero -, perché sono cervelli, appunto. E amerebbero essere considerati tali.
Appunti d’estate
Appunti d’estate. C’è un’isola, dove all’ora del tramonto tutto il paese scende dalle biciclette e si ferma per giocare a pétanques, compreso il prete. Sull’isola, ogni sera, Marius, che avrà sì e no sette anni, fa giochi di magia per i passanti e Louis vende cartoline disegnate da lui, illuminandole con la pila. C’è un’ autostrada, dove ti consegnano la spesa al casello. C’è un sentiero di montagna, ripido ripido, che sembra la gradinata di una cattedrale, anche se alla fine arrivi ad un lago (ma chi è che scolpisce le montagne per noi?). C’è una spiaggia e sulla spiaggia un castello che riproduce esattamente il forte di Bard all’ingresso della Valle d’Aosta. Davanti alla spiaggia un mare azzurro come lo disegnano i bambini. C’è una pensione, arrampicata su un glicine, con le mura gialle e il pavimento di cotto, dove il menu per bambini prevede salmone, riso nero e ratatouille, perché, in fondo, il mondo sa ancora sorprenderci. C’è un amico, scomparso in Darfour, e un collega, rapito in Libia e restituito. Perché il mondo sa come farci paura. C’è una piazza con gli alberi tutti bucati e, se guardi bene, i folletti che ci abitano dentro.
C’è profumo di anice, un molo con barche che sembrano navi, marinai che sembrano modelli e un negozio pieno zeppo di olive di cioccolata, rosse, verdi e nere. C’è una città, oltre una cortina che c’era ma ora non c’è più, dove tutto è enorme e ogni cosa è separata da immensi spazi vuoti: un parco, un parcheggio, le rovine di un albergo da tremila camere che nessuno avrà mai la forza di ricostruire. C’è un caffè, nella città oltre cortina, con piccoli tavoli e tanti libri alle pareti, un pianista e due violinisti che suonano pop-folk, ragtime e musica tradizionale russa. Ai piedi di un monte altissimo e bianco c’è una cittadina dove, sulla stessa strada, passeggiano coppie in sandali, passeggini e alpinisti in scarponi con due zaini sulle spalle e tre piccozze. Perché c’è ancora chi ama prendere dei rischi per il puro piacere di guardare il mondo dall’alto.
Giugno sa di ciliegie
Giugno è così. Sa di ciliegie. Sarà che sono due settimane che ne raccolgo, snocciolo, spolpo, congelo, impasto, cuocio e conservo. Chili di ciliegie. Casse di ciliegie. Sarà a causa di questo rapporto improvviso, e inaspettatamente ravvicinato, con un frutto effimero, dolce e appiccicosissimo come la ciliegia. Ma incomincio a pensare che il signor Michael Dallaway sia stato davvero un genio. Lo Steve Job degli albero da frutta primaverili. Il signor Dallaway, che con un nome così potrebbe tranquillamente essere uscito da una pagina di Jane Eyre, è in verità un contadino di Northiam, al confine tra il Kent e il Sussex, che si è inventato un ingegnoso «rent-a-tree service». Affittasi alberi da frutta, in pratica.
L’idea è semplice, come tutte le idee geniali del resto: in cambio di trenta sterline annue, il signor Dallaway si occupa degli alberi e gli «affittuari » sono liberi di organizzare poetici pic-nic in tempo di fioritura sotto la loro arborea proprietà e di recuperare il raccolto quando i frutti sono maturi. Fa inoltre parte del pacchetto la ricezione di regolari newsletter sui progressi del loro albero e previsioni della sua produttività stagionale. I trecento affittuari pionieri del 2010 hanno avuto diritto a quindici chili di ciliegie l’uno. Dato che la media può variare dai dieci ai venti chili, non si può certo dire sia andata male. I frutti degli alberi che non sono affittati il signor Dallaway li vende aimercati ortofrutticoli o attraverso delle cooperative, ai supermercati. Bigarreau Frogmore, Early Rivers, Stella, Sweetheart e Penny, Merton Glory, Napoleon e Bigarreau Gaucher. Sono solo alcuni dei tipi di ciliegie che il signor Dallaway ha e affitta nel suo frutteto. In Inghilterra esiste addirittura una campagna in favore della ciliegia, «CherryAid», lanciata dalla nota scrittrice gastronomica Henrietta Green, fondatrice di FoodLoversBritain.com, una specie di Carlin Petrini anglosassone, per intenderci. La mania, a quanto ne so, è già arrivata anche in Svizzera e sta varcando le Alpi. Buona raccolta a tutti!
