Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Colpi di cannone, schioppi di archibugi, e il senso dell’appartenenza

Rulli di tamburo. Colpi di cannone. Schioppi di archibugi. Tiri di moschetto. Pifferai e spadaccini, fiaccole, lanterne ed alabarde, pecore, capre, cavalli e cavalieri. Passaggi segreti e vecchi arsenali.

Come ogni anno, Ginevra ha festeggiato l’Escalade e ricordato, con piglio storiografico, la sconfitta che la città intera inflisse, in una notte di quattrocentonove anni fa, alle feroci armate del Duca di Savoia, Carlo Emanuele, che avevano cercato invano di prenderla. Alla luce delle torce, tra il fumo acre degli spari e il clangore metallico delle spade e delle lance, la città si raccoglie, dal 1926, per raccontare un pezzo di storia, documentata, custodita, esibita come un momento prezioso, non foss’altro perché foriera di una pace duratura. Le celebrazioni includono discorsi, proclami, spiegazioni, visite, mostre, cori, sfilate, distribuzione di fiumi di vino caldo, polenta e cinghiale, oltre alla tradizionale e saporita «zuppa», quella stesso con cui, narra la vicenda, una vecchina, sorpresa nel sonno dall’attacco, decise di «pettinare» copiosamente gli invasori, versandogliela addosso.

Tutti partecipano alla ricorrenza, che diventa, com’è inevitabile, un gioioso, ancorché sobrio carnevale (siamo pur sempre in Svizzera!). A colpirmi quest’anno, oltre all’insolito tepore del clima e all’assenza della neve, è la partecipazione. I ragazzi dei licei, travestiti da zombie e pirati, cantano a squarciagola ‘Savoyards, gare, gare!’. Dico, potrebbero cantare qualsiasi cosa, o non cantare affatto, come ci si aspetterebbe da qualsiasi adolescente. E invece sfilando tutti verso la cattedrale, i sedicenni, cantando, con orgoglio e convinzione, un canto popolare appreso all’epoca della scuola materna, e, a quanto pare, mai dimenticato. Mentre passeggio per la città vecchia, mi sento come la fortunata visitatrice di un museo vivente, capitata per caso ad una festa per cui non ho l’invito, e sotto sotto, mi ritrovo, mio malgrado, ad interrogarmi sul senso dell’appartenenza.

Pubblicato su “La Stampa” il 16/12/2011.

Scritto da Irene

il 16 dicembre 2011 alle 9:46 am

Il traffico magmatico di Ginevra e il carretto

Ogni giorno attraverso Ginevra imbottigliandomi nel traffico magmatico di una città intimamente votata al trasporto pubblico, che considera gli automobilisti insolenti parassiti di cui disfarsi con calvinista determinazione e infallibili tecniche da guerriglia urbana. Obiettivo: sfinirli, annientarli psicologicamente, provocarne il collasso nervoso, indurre violenti stati depressivi, o repentine conversioni a religioni orientali che professino l’allontanamento eremitico dalla vita materiale. Il ginevrino-tipo, che vive in centro città da diciassette generazioni, digerisce la fondue e lavora in casa, studia infatti con precisione svizzera l’orario in cui ridipingere la segnaletica orizzontale, – tra le sette e le otto e mezzo del mattino o tra le cinque e mezzo e le sei e mezzo della sera – pianifica la chiusura di strade senza indietreggiare di fronte all’idea di interi quartieri in cui è impossibile girare a destra e considera la natazione invernale nel lago Lemano un’opzione come un’altra per raggiungere l’altra riva.

Non fraintendetemi. Io sono totalmente a favore di tram, bus, traghetti, biciclette, roller. Ho anche provato varie combinazioni dei suddetti per raggiungere la mia meta, salvo scoprire che l’Iron Man non fa per me. Così ho affinato le mie strategie di controguerriglia, concentrandomi su qualcosa di più celebrale.Con gioia ho constatato che il tempo di percorrenza casaufficio – gimcana inclusa – coincide con una puntata di Fresh Air, trasmissione della National Public Radio trasmessa ogni giorno da World Radio Switzerland.

La definitiva riconciliazione con i locali la devo però al «carretto». E’ comparso ad Halloween sul marciapiede di rue de Matignin e da allora non è mai scomparso. Sul carretto si alternano zucche, mele, pere, cavoli. Sul carretto c’è sempre un cartello che indica il prezzo, e una scatolina in cui mettere l’offerta. Il carretto affida il suo contenuto all’onesta di chi passa di lì, poco importa il mezzo. Per il carretto e la logica che gli permette di esistere sarei disposta ad andare a lavorare anche in pedalò, se necessario.

Pubblicato su “La Stampa” il 2/12/2011.

Scritto da Irene

il 2 dicembre 2011 alle 10:06 pm

Bambini che parlano più lingue

Tracey è per metà nippo-americana e per metà indiana d’america-irlandese. Non paga di questo già ardito melting pot, a un certo punto della sua vita ha pure pensato di sposarsi con un ecuadoriano. Oggi ha quarantotto anni e tre figli, di diciotto, sedici e quattordici anni. I pargoli, per nascita, formazione e contesto, parlano inglese, spagnolo, tedesco e francese. Con un master ad Harvard in Educazione Internazionale, non stupisce che Tracey abbia fatto dello studio del multi o pluri-linguismo non solo la sua vocazione, ma persino la sua professione, (e buon per lei che le due coincidono). Tra una lezione all’università, una formazione negli asili di mezzo pianeta e uno studio, ovviamente comparato e trans-nazionale, Tracey ha anche scritto un libro, «Raising Multilingual Children» (in pratica, Come crescere bambini che parlano più lingue), nel quale spazza via, come solo la scienza sa fare, tanti miti e leggende metropolitane sui presunti danni psico-cognitivi-socio-esistenziali che attenderebbero al varco chiunque abbia la sfortuna di crescere in un universo non esclusivamente monolingue.

Più creatività, flessibilità, maggiore capacità di concentrazione ed astrazione, una maggiore apertura verso le altre culture, perfino più fiducia in se stessi sarebbero infatti i vantaggi che regala il bi o multi-linguismo. In uno studio su Cerebral Cortex, coordinato dal dottor Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all’università-Vita San Raffaele di Milano, in collaborazione con le università di Londra, Barcellona e Hong Kong, i ricercatori hanno addirittura osservato che i bilingue messi di fronte a situazioni critiche riescono a decidere che strada prendere in modo più rapido rispetto a chi parla una lingua sola. E lo fanno in modo più efficiente e con meno sforzo.

«Mamou» fa Giulia sabato pomeriggio, «giochiamo che io ti “coiaffo” (leggi quaffo), mentre tu stai “assisa” sul “divain” che è là bas e io ti metto tutte queste “barrette” sulla testa… please?». La strada del multi-linguismo è lastricata di buone intenzioni…

Pubblicato su “La Stampa” il 18/11/2011.

Scritto da Irene

il 18 novembre 2011 alle 1:52 pm

Accogliere nel tuo altrove qualcuno che arriva da lontano

C’è la partenza. Con le valigie, le scatole, i documenti, le fotografie. I pensieri sulla vita che si lascia e su quella che non si indovina ancora, la curiosità per le tante strade possibili, le storie, le lingue, i profumi, i volti. Il timore, sottile e assordante, che si nutre di insicurezza, nostalgia, diffidenza, distanza e, a volte, pare incolmabile.

C’è la scoperta, dell’altro, dell’altrove, dell’altrimenti. Può arrivare tutta, subito, o gradualmente, giorno dopo giorno. Prima disorienta, destabilizza, azzittisce, poi ti elettrizza, arricchisce, nutre di nuove prospettive, aiuta ad allargare il campo, a spostare il fuoco dell’obiettivo. La tela del quadro non è più bianca. E la nuova vita la colora con tinte mai viste prima. C’è la quiete che viene dalla consapevolezza di aver conquistato un territorio, di aver costruito un ponte. Uno spazio fisico, una rete sociale, un luogo di cui possiedi le coordinate. Ora conosci ciò che prima ti era estraneo, ora capisci chi prima ti era straniero. Ora sai a che ora precisa il sole filtra dalla finestra della tua camera, quali strade occorre evitare nelle ore di punta, dove si mangiano degli ottimi spaghetti alle vongole, dove conviene comprare il pane e dove no, quante curve ti separano dal lago.

C’è l’imprevisto (la vita ne è piena) e il rischio di una nuova partenza e di nuovo valigie, scatole, documenti, fotografie e i pensieri che si affollano e il timore della distanza,ma anche la certezza che, cambiando ancora, i colori sulla tela, chissà cosa potranno diventare. Sei pronta.

Resti. E un giorno c’è la sorpresa di accogliere, nel tuo altrove, qualcuno che arriva da lontano, per caso, proprio lì dove la vita ti ha portato a vivere. E di fronte alle valigie, alle scatole, ai documenti, alle fotografie, ai pensieri, ti ritrovi a dargli il benvenuto, ancora incredula. Gli regali una cartina e ti ascolti mentre suggerisci locali, percorsi, racconti, abitudini.

Tuo cugino è venuto a lavorare a Ginevra. E tu l’hai accolto come fossi la padrona di casa. Hai deciso che è una piccola vittoria.

Scritto da Irene

il 4 novembre 2011 alle 5:55 pm

Immersi nel materiale grezzo della vita

Ritrovo, tra vecchi scritti e racconti, appunti di un viaggio incantato, sull’orlo del mondo. Destinazione: l’isola dei fiori, estremo avamposto occidentale d’Europa, Atlantico del Nord. Un minuscolo, lussureggiante giardino botanico che gli abitanti curano con premura a dir poco maniacale, ripulendo i bordi delle strade, strappando le erbacce dalle aiuole, raccogliendo i rami secchi spezzati dal vento. Visitato a cadenze regolari da naufraghi, corsari e mercanti, racconta Tabucchi nel suo «Donna di Porto Pim» che nell’aprile del 1839 due cittadini britannici sbarcarono sull’isolotto e, tra paurosi abissi e scoscese falesie, scoprirono un villaggio interamente costruito con i resti di navi e vascelli finiti alla deriva: oblò al posto di finestre, piante triangolari, muri a forma di prua di battello. Joseph e Henry Bullar «trovarono ospitalità in una casa sulla cui facciata spiccavano in bianco le lettere The Plymouth Baltimore, e forse ciò li aiutò a sentirsi a casa».

Da tempo però gli uomini hanno abbandonato il mare per la terra, sostituendo le mucche alle balene. Vivaddio. Molti, moltissimi sono partiti. Non ha città, l’isola, ma villaggi e mucchi di casette bianche appoggiate alla costa. È percorsa da strade che sarebbe troppo chiamare asfaltate e ritagliata di pascoli che ricorderebbero l’Irlanda, non fosse che qui la terra è rossa, nera e argillosa, ricoperta da un muschio spesso e umido che sa di Tropici assai più che di mari del Nord. Per uno scherzo di latitudini, cedri, aranci, viti e platani vivono accanto ad ananas, banani e maracujà, ibiscus gialli e rossi intrecciano le proprie radici a grasse siepi di ortensie blu.

Magari gli uomini fossero capaci di copiare e replicare una simile mescolanza, in cui sembra ci sia posto per tutti, basta stare stretti. Immersi nel «materiale grezzo della vita» ci si sente lontani da tutto. La Natura urla e all’uomo non resta che scomparire in silenzio.

Pubblicato su “La Stampa” il 21/10/2011.

Scritto da Irene

il 21 ottobre 2011 alle 8:43 am