Prefazione (o postfazione?)

Prefazione, che pensandoci bene, potrebbe anche essere una post-fazione, perché poi finisce che nessuno la legge anche se è essenziale.

La prima cocente delusione l’hai avuta all’esame di letteratura italiana. Fino a quell’odioso quarto d’ora tutto ti era sembrato chiaro e cristallino: uno che passa la sua vita a studiare Dante non può che essere un gentile e cortese nobiluomo d’altri tempi. Falso.

Hai scoperto che si può trascorrere oltre la metà di un secolo tra le pieghe della Commedia ed essere più volgari e prepotenti di Materazzi. Insieme con questa amara rivelazione se n’è andato, per sempre, un pezzo della tua adolescenza.

Quando, intrisa di appassionanti studi umanistici, hai miracolosamente trovato lavoro nella storica casa editrice della tua città, hai pensato che c’era giustizia a questo mondo e che quanti, per anni, ti avevano consigliato di lasciare tutto e iscriverti ad economia che «così almeno trovi un lavoro sicuro», si sbagliavano di brutto. Alla scrivania del primo piano, mentre correggevi le bozze di un piccolo saggio di architettura partico-sassanide, ti sei sentita nell’olimpo della cultura. Respiravi la stessa aria dei libri della tua biblioteca. Gonfiavi i polmoni dello stesso ossigeno che aveva permesso a Calvino di respirare. L’anidride carbonica che ti usciva dal naso si mescolava a quella della Ginzburg e della Morante. Guardavi dalle stesse finestre sulle quali si erano appoggiati gli sguardi di Pasolini, Venturi, Bobbio e Gadda. Hai creduto di essere felice. Falso.

La storica casa editrice della tua città non era l’olimpo etereo che ti eri immaginata, ma un’officina per lo più codarda e vigliacca, ostaggio di una ferrea contabilità il cui unico pensiero è trasformare i libri in merce e la merce in soldi. Sei rimasta ottimista, ti sei ostinata a servirla (mai parola è stata così calzante), vano omaggio ad un’aristocrazia del pensiero che speravi con tutto il cuore sarebbe riuscita, un bel giorno, a prendersi la rivincita. Hai lottato per un’idea. Credevi ancora di essere felice, ma meno di prima. I colloqui con i capi-area sono diventati dei monologhi a senso unico, utili soltanto a tenere il ritmo della produzione. Il primo Natale trascorso impiegata nella storica casa editrice, il direttore editoriale, dopo un brindisi collettivo, ti aveva regalato una gigantografia di Vauro. Affinità elettive, avevi pensato. Poi hai cominciato a incrociare nel corridoio l’uomo dagli occhi di ghiaccio che l’ha sostituito, e un brivido ti ha percosso la schiena. Niente più Cipputi, niente più brindisi, niente più Natale. Tutti al lavoro, se volete essere ancora qui a gennaio. Cosa avrebbe detto Pavese? Lavorare stanca. Soprattutto così. L’ultima cosa che ti ricordi è un colloquio con il direttore del personale. Incassati i suoi cordiali saluti hai sceso per l’ultima volta le scale, le stesse calpestate da Fortini, Bollati e Lalla Romano. Avevi 29 anni, una laurea magna cum laude in storia contemporanea, un cane, uno stramaledetto stage e 4 anni di contratti rinnovabili presso la storica casa editrice della tua città. Hai pensato. Ho perso un lavoro che in condizioni migliori avrei fatto, con orgoglio e dedizione, per tutta la vita.

Hai deciso che non tutto era perduto. Che questo mondo potevi ancora tentare di cambiarlo. Hai continuato a lottare per la tua idea. Hai trovato un nuovo impiego, addestrato assiduamente il tuo cane e ripreso gli studi. Master, li chiamano. Per prenderti più soldi e darti più illusioni. Adesso ti interessi di Africa, guerre e cooperazione, di sviluppo ed emergenze umanitarie. Hai di nuovo una direzione. In realtà al master tutti si sono fatti in quattro per convincerti che il sistema non funziona, che è tutto un grande circo, che sono solo chiacchiere e soldi. Gli amici hanno preso a chiamarti terzomondista con lo stesso sguardo compassionevole con cui prima ti chiamavano co.co.co. Ma tu, che sei Tommaso nel cuore, ti sei detta che, prima di rinunciare, occorreva vedere. E hai continuato a studiare di giorno, lavorare di notte e addestrare il tuo cane nei week-end. Dopo una settimana trascorsa con la Brigata Taurinense a simulare rapimenti e assalti notturni, ti sei sposata con l’amore della tua vita e dopo poco, anzi pochissimo sei partita. Poteva essere il Gabon o l’Angola. Quando ti hanno annunciato che la destinazione era il Mozambico hai controllato sull’Atlante dove stava, questo Mozambico, con quali stati confinava e qual era la sua capitale. Hai scoperto che era più a sud di quanto non immaginassi, che si parlava il portoghese e hai barattato con un amico una pizza per l’Assimil. Sei arrivata alla lezione numero sessantasette. Quando ti sei stufata, eri già sull’aereo.

In Mozambico hai ritrovato, per un po’, quello che avevi perduto: uno sguardo incantato sul mondo. Ammirazione. Fiducia. Senso. Le istantanee che hai scritto al tuo amore, pigiando la tastiera di un computer tenuto insieme da un elastico, raccontavano di una terra difficile e pura, brutale e sensibile, avvilita e felice. E mentre eri lì a cercare le parole per descrivere la tua Africa hai realizzato che, in fondo, non ti eri mai bevuta la storiella dello sviluppo (quale?), della povertà, della lotta alle malattie. Poche balle, eri semplicemente fuggita. Dal professore che, pur citando Dante, esibiva un animo meschino. Dalla storica casa editrice della tua città, che ti aveva sedotta e abbandonata. Dalle aspettative, tue e degli altri. E nella fuga hai cercato e trovato, per caso, un’umanità non ancora vissuta.

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Commento

  1. Leggo tutto questo quattro dopo che è stato scritto e mi chiedo cosa sia cambiato in tutto questo tempo. In realtà mi illudo di sapere già la risposta, perchè vedo me stesso nello scritto di una persona che non conosco affatto. Ma mi illudo che chi sa guardare alla realtà con tanto spietato cinismo e nello stesso tempo restare fedele ai suoi sogni può diventare solo più cinico e piùfedele ai propri sogni. Per me è così ed è questo che da quasi 20 anni mi fa lavorare nel sociale nonstante lo stipendio, nonostante i fallimenti, nonostante tutto.

    N.B. Per cinismo non intendo la capacità di commettere neffandezze a sangue fredda, ma di guardare alla realtà in modo disincantato chiamando le cose con il loro nome. Capire che una fuga è una fuga e non un viaggio, una casa editrice una fabbrica e non tempio della Conoscienza. Ironia forse era il termine giusto?