in Vivere altrove

Mollare la presa

Se all’origine della storia di ogni migrante c’è un viaggio, quale che ne sia la forma e la motivazione, a fare da contrappunto obbligato a ogni viaggio c’è, per tutti o quasi, il ritorno. Un orizzonte sognato, mitizzato, o semplicemente atteso, sospeso, preparato, talvolta a lungo rimandato.

I miei ritorni hanno perso ormai da anni l’aurea epica dell’eroe greco che vagheggia e poi ritrova la sua Itaca, e, con il trascorrere del tempo, sono diventati, ben più prosasticamente, dei semplici “rientri a Torino”. Mi pare inoltre di notare che, nel corso di questi ritorni, – prima frequenti, poi sempre meno, – Torino si stia trasformando. Il luogo fisico, familiare e conosciuto, la terra del cuore e degli affetti, sta per così dire lentamente evaporando, e acquista di volta in volta una parvenza smerigliata, una dimensione sempre più mentale quando non metafisica.

La “mia città” sta diventando una specie di coperta di Linus. Sinonimo di conforto, ristoro, quiete, riposo. I Francesi hanno un’espressione: “lâcher-prise”, che letteralmente significa “mollare la presa”.

L’ultimo rientro, la settimana scorsa, è stato una dimostrazione lampante di questa sensazione.

Nessuna telefonata per annunciare la discesa, nessun appuntamento per prendere un caffè, un tè, una limonata calda, un aperitivo, una birra, andare al cinema, a una mostra, ai giardini, alla presentazione di un libro. Nessun progetto di acquisto, nessun piano. Niente.

Sono scesa, per così dire in incognito, e tale sono restata per quarantott’ore, trascorrendo, in maniera colpevolmente consapevole la quasi totalità del mio tempo a Torino a “bamblinare” (o come dice mia suocera a “bimblanare”). Con una coperta di lana sulle gambe, i calzettoni ai piedi, e una tisana calda sul comodino. Sembrerà una banalità, eppure. Mai in passato mi sarei concessa una simile mancanza di iniziativa, una tale imperdonabile apatia. Troppo forte il desiderio di ritrovare, l’irrequietezza di confrontare i volti, di raccontare i vuoti, di approfittare dell’istante. Che l’altrove sia finalmente diventato il dove e viceversa?

Pubblicato su La Stampa il 8/11/2019

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