in Diario dal Mozambico

Una terra di re

Girare il Lesotho in autostop è stato un azzardo, lo ammetto.

In un Paese senza strade, abitato da muli e cavalli, incontrare un automobile o un furgoncino è, in genere, cosa piuttosto peregrina. Ma tant’è. Qualche pick-up alla fine è passato. Carico più di un bastimento in partenza per le Americhe, arrugginito e impolverato che nemmeno un carroarmato di Rommel. Sopra, cani, polli chiusi in sacchetti con fuori solo la testolina, bambini, signore, pastori, poliziotti, studenti, terra, tubi, bastoni, taniche, valigie. Sembrava la pubblicità dell’Amaro Montenegro. Come atmosfera, intendo. Soprattutto quando è venuto giù il diluvio universale e ci siamo coperti con due teloni di plastica nera che si faceva fatica a tenerli su e comunque ci siamo bagnati lo stesso, anche le mutande. E il conducente, un signore con un impermeabile da Ispettore Clusot, ogni tanto si fermava all’improvviso per raccogliere qualcosa. Prima un grosso bullone, poi una vecchia marmitta arrugginita. Tutto dietro, con noi, sotto il telone. Simpatico il signore con l’impermeabile. Non aveva il finestrino e allora per ripararsi dalla pioggia ha pinzato il K-way giallo nella porta. E proprio non voleva saperne di lasciarci all’incrocio di Thaba Tzeka. A tutti i costi voleva portarci all’albergo.

Anche l’altro signore, quello che lavorava alla grande diga che vende acqua al Sudafrica, è stato gentile. Spiccicato a Morgan Freeman. Nel lodge non c’era posto, noi non avevamo soldi e allora lui ci ha fatto dormire nell’Information Point. Che così c’è il riscaldamento, ha detto. E poi ci ha presentato alla mami. Anche lei ci ha presi in simpatia, così abbiamo pagato una sola cena, anche se ne avevamo mangiate due. La gentilezza da queste parti ti toglie il fiato. Sarà un fatto culturale.

Il primo re del Lesotho, Moshoe Moshoe I, si era arroccato su una montagna per difendersi dagli attacchi nemici e da lì dava asilo ai tanti profughi che fuggivano dalle guerre africane. Restate pure, ma vi toccherà combattere al nostro fianco. Così ha fatto. Contro gli Zulu, contro i Boeri, contro gli Inglesi, contro gli Ndebele. Lui e la sua coperta e il suo popolo che cresceva di giorno in giorno. Circondato dai ranuncoli bianchi, rosa e bordeaux, che sono dappertutto e si muovono nel vento. E capita, a volte, di incontrare, tra i ranuncoli, un gruppo di ragazzi con cappelli rossi, una scatoletta di latta dietro al collo, una coperta, un bastone e le galoche. Stanno affrontando il Lebollo, che è una cerimonia di iniziazione. Girano due mesi tra i villaggi e quattro mesi nelle montagne. Poi diventano uomini. Dei veri Bosotho, pronti a sfidare il mondo da sotto il cappello.

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