in Diario dal Mozambico

Frontiere

L’orologio a muro appeso negli uffici della frontiera Ressano Garcia sembra uscito dal cartone di Alice nel Paese delle meraviglie e, a guardarlo bene, il funzionario dell’emigrazione somiglia un po’ troppo allo Stregatto. Il permesso di soggiorno per restare in Mozambico, bhè, il Signor Permesso è davvero un Bianconiglio. Una chimera, insomma, che se l’ottieni non sai come hai fatto e se non l’ottieni non ti riesce di capire perché. Per esempio: se possiedi un visto di sei mesi, ogni trenta giorni ti tocca comunque passare la frontiera. Una passeggiatina gradevolmente priva di senso. Gabriela, che per questo genere di cose farebbe invidia a Fantozzi, fino a poco fa doveva espatriare in Suazilandia ogni dieci giorni. Una follia che neanche la Bossi-Fini. Dieci casse di polli recapitate all’immigrazione hanno corretto il tiro. Nessuno scandalo nel Paese del deixa-andar, del lascia-correre-ma-chi-se-ne-importa-ma-de-che. Basta pagare.

Il discorso di Tremaglia che ci hanno consegnato all’uscita della casa dell’ambasciatore, dopo la festa del 2 giugno, parla di “musicalità della nostra lingua” e “orgoglio di sentirsi italiani”, di “genio italico” e “figli lontani” e “politica dell’italianità”. Non poteva che chiudere elogiando il “Sistema Italia”, con la maiuscola. La retorica diplomatica non la conosco e immagino abbia le sue regole. Ma se la forma è sostanza, com’è mia convinzione il più delle volte, siamo nelle mani di un folle. Un folle che ha una k nel nome.

Ho scoperto che anche in un Paese che si confessa poligamo, il più delle volte ammicando un sorriso, si può soffrire di gelosia. Soprattutto in un Paese poligamo!, mi fanno eco gli amici che dell’Africa sanno più di me. Non fa una piega. Ebbene, in questa gelosia mi sono imbattuta, e dopo aver lottato strenuamente ho perso. Un knok-out clamoroso. Da rianimazione, barella e tutto il resto. Il mio primo, vero, cocente fallimento inter-culturale (col trattino). E dire che c’ho fatto pure un corso sull’integrazione, il dialogo, la mediazione, l’ascolto. Poi, quando ti attaccano che neanche lo sai bene perché, e tu ti ritrovi lì con il battito accelerato e il fiato corto, proprio non ti viene di pensare ai mille giochetti idioti che ti hanno propinato sulla trasformazione del conflitto e sul confronto con l’altro.

L’altro, nella fattispiecie, era una ragazza africana furiosa con me. Edna 1 (perchè ce ne sono altre 2). Penso che l’oggetto del contendere fosse che durante una lezione di danza ho sfiorato l’unghia dell’indice della mano del suo innamorato. Un minuto di silenzio, fratelli, per la quantità decisamente sovrabbondante di finti problemi che l’umanità ogni giorno si crea, manco non ne avesse abbastanza. E non ci sono latitudini che fanno eccezione. Per tornare a noi ho passato rapidamente in rassegna gli strumenti linguistici e concettuali che avevo a disposizione per reagire: le parole di un bambino di 8-9 anni un po’ tardo, il buon senso, la razionalità, la comprensione, l’ironia, il sarcasmo. Subito dopo venivano il mimo, le smorfie, le pernacchie e i gestacci. Ho cercato di dare una qualche espressione ai primi 3, ma due mondi sono due mondi e non è detto che si tocchino. Io non capivo lei e lei non capiva me e questo è quanto. In altre parole il famoso “altro” del dialogo inter-culturale non aveva affatto voglia di dialogare, voleva solo che io scomparissi dalla faccia della terra. Possibilmente con il teletrasporto. Ho risposto che mi sarei limitata a cambiare continente al più presto, sperando che questo tagliasse la testa al toro, ma Edna 1 mi ha guardato con i suoi occhioni grandi grandi ripetendomi che no, questa volta avevo proprio esagerato. L’unghia è pur sempre un’unghia, cribbio. Del tutto indifesa di fronte alla logica mozambicana, me la sono filata. Io che in quegli stupidissimi test “dimmi cosa pensi e ti dirò chi sei” sono sempre risultata come si dice “target oriented” tipo missile russo, io ho abbandonato il campo. Então adeus, ho fatto a Edna 1, e buonanotte. Fortuna che alla fine sono finita a Maputo e a nessuno è saltato in mente di mandarmi a fare la mediatrice culturale nella striscia di Gaza.

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