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Dosi di relativismo per aprire la mente

Ha i modi accalorati e il ritmo incalzante di un pamphlet d’altri tempi l’ultimo saggio di Marco Aime, professione antropologo, appena uscito da Bollati Boringhieri con il titolo “Gli specchi di Gulliver. In difesa del relativismo”. Una perorazione lucida ed erudita in favore del dubbio, dell’interrogazione costante e implacabile, della molteplicità di prospettive e scelte che esprimano preferenze e non dettino priorità o presunte ortodossie, di un dialogo mai semplicistico e semplificatorio, ma consapevole, attento, dinamico, umile, curioso, critico. Pungolato e provocato dall’attualità e dalle derive del dibattito politico italiano – in particolare dalle recenti dichiarazioni di Benedetto XVI e dell’ex presidente del Senato Marcello Pera, paladini di un pensiero rigorosamente anti-relativista – Aime ribatte, precisa, integra, affina, smonta, spiega. Che la critica alla democrazia per i suoi caratteri relativistici equivale al rigetto stesso della democrazia; che la libertà non è assenza di regole e leggi; che i diritti non sono dati ascritti e le culture, tutte le culture, sono di per sé multiculturali; che lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia e il relativista non è un fanatico della diversità. Facendo ricorso a puntuali casistiche etnografiche (dai tanga del Benin settentrionale agli azane del Sudan, dagli tsembaga della Nuova Guinea ai lugbara dell’Uganda ai !kung-san del Botswana) e ad abbondanti citazioni letterarie, giuridiche, storiche e filosofiche, (molte delle quali, a quasi cinque secoli di distanza suonano ancora necessarie) Aime invita alla riflessione e alla cautela. Contro l’arroganza e la presunzione di un pensiero unico che si spaccia come innato, superiore e giusto, l’autore suggerisce «una sana dose di autocritica»,se non di ironia, ingrediente indispensabile per poter « analizzare le diversità del panorama umano, senza collocarle forzatamente su una scala gerarchica assoluta». Paradigma di un relativismo non facile perché non dogmatico né fideistico è Lemuel Gulliver. Il protagonista del romanzo di Jonathan Swift infatti «nel venire a contatto con gli altri, nello specchiarsi dentro la loro diversità, ridefinisce la sua stessa immagine e si accorge dell’assoluta parzialità dei suoi giudizi». Navigante, naufrago per costrizione, ma pur sempre viaggiatore, Gulliver, gigante tra i lillipuziani e lillipuziano tra i giganti, è conscio di non avere il monopolio della verità e, forte di questa prospettiva, osserva il mondo, libero, lui sì, dalla pretesa di colonizzarlo o convincerlo.

Pubblicato su «Vita non profit» il 4 agosto 2006

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