in Vivere altrove

Vivere altrove… Un bidet in casa

viverealtrove_20060119.jpg C’è qualcosa di falso nella pretesa che al giorno d’oggi tutto sia a portata, contiguo e perciò istantaneamente accessibile, comprensibile e congeniale.

Nostra patria è il mondo intero, cantavano gli anarchici di inizio secolo. Che attualizzato suonerebbe: siamo cittadini del mondo. Bello davvero, ma difficile. Forse addirittura impossibile. Di certo assai faticoso. Se ti sposti dall’Italia perché la tua impresa cambia sede, perché nell’Università italiana non c’è spazio, perché hai sempre sognato di vivere in un posto esotico, non è che nell’attimo che impieghi a trasferirti diventi anche, di diritto e di fatto, un cittadino della terra che ti ha accolto. Se sei fortunato, il fatto che tu riesca ad affittare un appartamento fa di te, non un tedesco, un olandese o un argentino, ma almeno un abitante del quartiere, un inquilino, un dirimpettaio. Magari con abitudini eccentriche. Degli amici napoletani che vivono in Svizzera, per esempio, e si sono costruiti una micro-villetta nei dintorni di Ginevra, sono simpaticamente additati dai vicini come «quelli che hanno il bidet in casa».

Ora, la casa dell’emigrato è, in tutto e per tutto, una casa col bidet. Ogni cosa è doppia, sospesa in bilico tra due mondi che si ascoltano e si vedono, complici le moderne tecnologie, ma raramente si toccano e si annusano in una vicinanza spacciata per reale, ma a conti fatti piuttosto virtuale, e, diciamo così, sensorialmente mutilata. I libri ordinatamente sistemati in biblioteca parlano due lingue, non diversamente dalle riviste, dai Cd, dalla posta, dalla radio che echeggia in salotto. Il lessico familiare di una famiglia torinese all’estero è un gramelot fantasioso e confuso che mescola costrutti, dialetti e accenti in un flusso vorticoso che fa sì che, a uscirti dalla bocca, è la parola che è arrivata per prima fino ai denti, non necessariamente la più appropriata, raramente quella giusta.

La mia vecchia insegnante dell’Alfieri, che si commuoveva leggendo Virgilio e i frammenti dello pseudo-Senofonte, chiamerebbe la mia vita una «crasi», che è quando due parole si fondono in una sola, prendendo in prestito, chi lo sa perché, un accento circonflesso.

Pubblicato su «La Stampa», venerdì 13 aprile 2007

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Commento

  1. A proposito delle due lingue. Chi si sposta se le tiene entrambe, quella di casa anche più stretta; si ricorda i numeri di telefono nella sua (oddio, ormai non si imparano più, tanto per dire), parla coi nuovi amici in quella del posto, coi parenti in quella “vecchia”, e così via. Poi, anni dopo, scopre che non se la ricorda più molto, che magari è cambiata e lui no, pace.
    Ma la generazione successiva imparerà l’italiano per parlare coi nonni come qualcuno della nostra (o poco più) “parla” dialetto? Che italiano sarà?

  2. Ho una zia che non vedo da anni, sorella di mio nonno. Vive in Svezia, dove anche mio nonno si era trasferito per lavorare, nei primi anni cinquanta. Questa zia parla perfettamente svedese e piemontese. Non spiaccica nemmeno una parola in italiano, nemmeno mezza… non so perchè. Italiano no, ma il piemontese, quasi perfetto. Che i dialetti siano più legati alla terra, e che si perdano meno facilmente, come la sabbia che ti rimane nelle cuciture dei vestiti, alla fine delle vacanze?

    f.