in Vivere altrove

Il viaggio dei fiori senza odore

gigli.jpgCantati dai poeti, dipinti dagli artisti, regalati ad amati, malati e defunti, i fiori di oggi non profumano più. Selezionati per colore, dimensione e, più che tutto, deperibilità e resistenza, hanno perduto per strada ogni odore, per quanto la gente si ostini ad avvicinare le narici ai boccioli fingendo di riempire i polmoni con un’essenza ormai quasi del tutto immaginaria.

Per ritrovare antiche fragranze e visitare i 60 mila ettari di terra dedicati, nel mondo, alla coltivazione di fiori, Amy Stewart, californiana con la passione del giardinaggio, ha viaggiato in lungo e in largo per il pianeta. Da Bangkok a Bogotà, da Miami a Tokyo.

Ad Eureka, dove abita, non ha riportato il fiore perfetto, ma una puntigliosa testimonianza dei meccanismi di funzionamento e disfunzionamento dell’industria globale, frenetica e anonima dei fiori recisi. Ne è nato un libro, «Flower Confidential» (Algonquin Books 2007), nel quale la Stewart ripercorre una filiera un tempo prettamente locale, e oggi al contrario animata da grandi operatori, centri di ricerca, venditori specializzati, aste internazionali e nodi di smistamento. Un traffico influenzato da quotazioni in borsa, fluttuazioni monetarie, costo del petrolio, variazioni climatiche, accordi macro-economici, gusti e festività. Un affare da 40 miliardi di dollari (10 miliardi in più dell’industria musicale) che prospera grazie ad un ambiguo e assolutamente unico «miscuglio di natura e tecnologia, passione e commercio».

Le rose ecuadoregne

Un centinaio di anni fa la quasi totalità dei fiori recisi venduti negli Stati Uniti era made in Usa. Oggi i tre quarti sono importati, per lo più dall’America Latina. È il caso della rosa «Impulse», una varietà dal brillante color arancio e dallo stelo lunghissimo, che viene dall’Equador, paese che rifornisce 22.750 negozi di fiori e 23.000 supermercati nel mondo, soprattutto americani e russi (dove rappresenta un quarto delle importazioni floreali).

Una «Impulse» raccolta in un serra vicino a Quito il lunedì mattina, viene ripulita, controllata, misurata, classificata e imballata nel pomeriggio, stoccata in una cella frigorifera nella notte (dove beve una soluzione appositamente designata per ritardarne l’appassimento); caricata su un tir, sempre frigorifero, infilata in una scatola di cartone (senz’acqua), e condotta in aeroporto attraverso una tortuosa strada di montagna. Da lì passa nella stiva del primo aereo in partenza e poche ore dopo atterra. O ad Amsterdam, in Olanda, diretta a Bloemenveiling Aalsmeer o a FloraHolland, i due più grandi centri di scambio al mondo, che hanno in progetto di fondersi nel 2008 e dove, ogni giorno, si vendono, ordinano e smerciano 20 milioni di fiori, per un totale di 37.360 transazioni quotidiane. O a Miami, dove viene nuovamente ispezionata alla ricerca di parassiti o malattie, prima di finire su un ennesimo camion per la distribuzione all’ingrosso.

Un traffico mondiale per un prodotto di massa

A un destino non dissimile vanno incontro i 60 millioni di orichidee thailandesi venduti ogni anno ai quattro angoli del pianeta, gli oltre 5 milioni di gigli-calla neozelandesi esportati annualmente (soprattutto in Giappone), le rose colombiane (per l’84% dirette in Nordamerica), e i tulipani olandesi (300 milioni di steli venduti ogni mese).
La Polonia è attualmente il maggior produttore europeo di fiori tagliati, esportando 8 milioni di dollari di fiori ogni anno, mentre un terzo dei fiori europei arriva dal Kenya. La Germania è invece il principale importatore Ue.

I nuovi concorrenti

Ma il settore è evidentemente troppo appetibile per non solleticare le ambizioni di mercati emergenti. Come la Cina, che, a seguito dei poderosi investimenti infrastrutturali nella provincia dello Yunnan, conta di aumentare le esportazioni floreali passando da 27 a 200 milioni di dollari all’anno entro la fine del decennio.

Dubai e Mumbai, per canto loro, stanno guadagnando terreno come nuove piazze di scambio. «Per paesi in cui il costo del lavoro è molto basso», spiega la Stewart, «il grosso limite rimane il trasporto». Per non parlare dell’insondabile peso della tradizione. I grossisti, vien da scommettere, riusciranno a fidarsi e ad abbandonare le rose colombiane o i tulipani olandesi in favore di un prodotto meno costoso proveniente dall’India o dalla Cina?

Pubblicato su «la Stampa» il 17 agosto 2007.

Scrivi un commento

Commento