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Business & sangue: le due facce del ritorno dell’oro

oro.jpgSadiola, 74 chilometri a sud di Kayes, regione di Bambouk, Mali, non lontano dalla frontiera con il Senegal. È in quest’angolo sperduto del pianeta che si trova uno dei giacimenti d’oro più promettenti al mondo. In mano al gigante sudafricano AngloGold e a quello canadese IamGold, vi si estraggono 5 milioni di tonnellate di minerale all’anno. Ogni giovedì l’oro viene caricato nella stiva di un aereo della Société des Transports Malienne, fa tappa a Bamako, e prende il volo per Accra, in Ghana, dove la AngloGlold possiede altre miniere. Qual è la destinazione finale? Difficile a dirsi.

Quello dell’oro è infatti un commercio internazionale opaco e sotterraneo, un sistema predatorio complesso che collega ad uno stesso filo potentissime società minerarie, capi di Stato corrotti o deboli, mercenari dei paesi dell’Est, grandi banche, commercianti di materie prime, società svizzere di raffineria e oreficerie, molte delle quali italiane.
Ripercorrere la rotta del metallo giallo è lavoro da professionisti degni dell’ultimo Le Carré, quando non da iniziati. Le società d’estrazione sono roccaforti mute e impenetrabili. Fornitori, commercianti e intermediari si coprono le spalle a vicenda, e sui volumi d’esportazione e importazione nazionale la «discrezione» e il «segreto d’affari» sono moneta corrente.

Dopo oltre un anno di ricerche, viaggi e indagini, la caccia al tesoro di Gilles Labarthe, giornalista e corrispondente presso l’Onu di Ginevra, (che ha preso le mosse dal lavoro iniziato da François-Xavier Vershave, morto nel 2006), ha scalfito di qualche millimetro soltanto la superficie del muro di gomma. Ma tanto basta. Il suo «L’or africain. Pillages, trafics & commerce international», edito in Francia da Agone, è un’inchiesta che ha ben pochi precedenti.

In pepite o lingotti, dichiarato o no, l’oro è al centro dell’economia mondiale (con un «peso» stimato intorno ai 65 miliardi di dollari l’anno), simbolo di ricchezza, sistema universale di scambio, valore rifugio per eccellenza. «Con gli attentati dell’11 settembre, la guerra in Iraq e l’instabilità in Medio-Oriente», spiega Labarthe «la domanda d’oro continua a crescere, come sempre avviene in tempo di crisi. Oggi l’oro è arrivato a valere quasi 16.000 euro al chilo, ossia 800 dollari l’oncia. È un record storico». Ma «chi lo produce non lo possiede», continua Labarthe, lapidario. Da oltre un decennio, più di un quarto della produzione mondiale d’oro arriva dal continente africano, che nasconderebbe nelle sue viscere la metà delle riserve del pianeta. Il Ghana ne produce da solo oltre 70 tonnellate l’anno, e nonostante questo è, secondo l’UNDP, uno dei tre paesi più poveri del mondo. In Mali nel ’91, alla caduta del dittatore Moussa Traoré, l’oro rappresentava il 12,3% delle esportazioni totali del Paese, ma contribuiva solo all’1,5% del PIL. Oggi il Mali, come la Tanzania e la Guinea, ne producono in media 50 tonnellate l’anno. «Più di 34 paesi africani producono oro, per un totale di oltre 600 tonnellate annue, ma l’80% dei giacimenti è sotto il controllo di compagnie private che fanno il buono e il cattivo tempo, versando ai vari governi cifre irrisorie, ritardando i pagamenti e soprattutto negando il diritto alla ri-negoziazione delle royalties a seconda del corso della materia prima».

L’oro estratto industrialmente da poche multinazionali, onnipresenti e ingorde, sostenute dall’alta finanza internazionale (ivi compresa la Banca Mondiale) e a loro volta sponsor di compagnie juniors incaricate delle prospezioni e delle acquisizioni più aggressive, vola alla volta delle società di raffineria sudafricane o svizzere. «Su dodici grandi società mondiali europee riconosciute dalla London Bullion Market Association per la vendita dei lingotti sul mercato, cinque sono basate in Svizzera, e di queste tre sono nel Ticinese », racconta Labarthe. Gli esperti stimano che ogni anno nel Paese di Guglielmo Tell entrino più di 1000 tonnellate d’oro. Una parte dei lingotti sonnecchia nei sottosuoli blindati delle banche svizzere o dei porti franchi, in attesa di un rialzo del prezzo. Un’altra è rivenduta sulle piazze di Londra, Parigi, Zurigo o Dubai, per soddisfare i bisogni del mercato arabo o asiatico. Un’altra ancora fa tappa dagli orafi italiani prima di ripartire per l’India, il Maghreb e l’America latina.

La Svizzera – in virtù dell’assoluta libertà di circolazione del metallo, dei bassi tassi d’interesse e di un fisco praticamente inesistente – è anche tappa obbligata dell’oro proveniente da un altro circuito. Quello, spesso insanguinato, del contrabbando. «Un terzo dell’oro estratto in maniera artigianale sul continente nero, per un valore di 8 miliardi di euro, alimenta il mercato illegale» afferma Labarthe, passando clandestinamente le frontiere porose di Stati alla deriva come la Repubblica Democratica del Congo o il Centroafrica, per essere venduto in Rwanda, Burundi o in Uganda ad intermediari senegalesi, pachistani, nigeriani, libanesi o greci, in attesa di prendere il volo per l’Occidente. «In mancanza di un sistema di certificazione come quello di Kimberley valido per i diamanti, l’oro ‘sporco’ non lascia traccia. Senza passaporto, raffinato e ripulito, diviene un utilissimo strumento di riciclaggio di denaro prima di trasformarsi in gioielli da regalare a Natale».

Pubblicato su “La Stampa”, giovedì 6 dicembre 2007.

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