in Vivere altrove

Vivere altrove… Fronti e frontiere

viverealtrove_20060119.jpgFrontiere. Febbraio 1990. L’anno di una gita scolastica da annali di storia. Una rappresentanza studentesca dell’austero liceo classico «Alfieri» attraversava tre nazioni per raggiungere Mosca in treno. Quella parte di mondo andava osservata da vicino, senza indugi. Ricordo il valzer nelle carrozze austriache, i controlli notturni dei doganieri cecoslovacchi, – nebbia, cani, torce elettriche, mitra in spalla, «Passport!» -, l’odore di fumo dei sedili polacchi, il samovar di the caldo del bigliettaio russo. L’impero sovietico implodeva, ma le frontiere se ne stavano lì, testarde come muli, a reclamare visti, vidimare documenti, controllare foto. E io, che sono un caso patologico e sul tram ho l’aria colpevole anche con l’abbonamento annuale in tasca, trattenevo il fiato ad ogni posto di blocco.

Molte di quelle frontiere non ci son più, o appaiono meno impenetrabili di allora. Altre sono spuntate, tracciate col righello, a ridisegnare confini e appartenenze. A pesarci bene è raro che due lembi di terra contigui decidano di considerare le estremità in cui si toccano un punto d’unione e non di separazione.

Valicarle, le frontiere vecchie e nuove, impone spesso rituali arcani e misteriosi. Se nel ’77 per entrare nell’Albania di Hoxha eri obbligato a subire il rigido controllo di barba& capelli, abbandonando, insieme ai libri indesiderati, chiome troppo fluenti e barbe troppo militanti, ancora oggi per passare in Sudafrica dal Mozambico ti ritrovi a pucciare i piedi e le scarpe in una bacinella di disinfettante. Non sia mai che sotto le suole ti sia rimasto attaccato un pezzetto di Terzo mondo!

Che poi da queste mie parti, a cavalcioni tra la Francia e la Svizzera, sia non una guardia rossa, ma la Vodafone a bombardarti di decine di sms di benvenuto al giorno a seconda del lato della staccionata in cui hai la sventura di passeggiare, non è che un eloquente specchio dei tempi.

Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 1 febbraio 2008.

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