in Vivere altrove

Vivere altrove… e le castagne

viverealtrove_20060119.jpgÈ da quando sei arrivata che ti guardi intorno nella speranza di individuarlo. Lo cerchi nel cibo, ogni volta che assaggi un nuovo piatto. Nella lingua parlata, ogni volta che t’imbatti in una nuova espressione. Nei libri, in televisione, al supermercato. A volte arrivi persino a dubitare della sua esistenza. Sai che è estremamente difficile da identificare. C’è sempre, in agguato, il rischio di cadere nello stereotipo, nella caricatura. Ma adesso sei sicura. Assolutamente certa. Più ancora di quella volta in cui ti hanno raccontato che da qualche parte nelle Alpi, al termine delle seggiovie, qualcuno aveva pensato di installare dei distributori di fazzoletti di carta per dare la possibilità agli sciatori di tamponarsi le narici prima di affrontare la discesa. Questa storia dei distributori ti aveva tentato, ma, assecondando chissà quale intuizione, hai preferito prendere tempo ed aspettare. Adesso finalmente puoi cantare vittoria.

Se davvero esiste, come credi, qualcosa capace di incarnare lo spirito, il quid di ogni popolo, di ogni cultura, nel bene e nel male, ebbene l’oggetto-sintesi, la chiave di volta della Confederazione elvetica, è un sacchetto di caldarroste. All’apparenza in nulla diverso dai milioni di colleghi distribuiti ai quattro angoli del pianeta (carta non pregiata, colore marrone) il sacchetto di caldarroste diventa per magia la quintessenza della svizzerità qualora presenti, pinzato a lato dell’involucro principale contenente i marroni, un secondo comparto, più piccolo, per le bucce. Noi a Torino le greuje ce le teniamo in mano, costringendoci a non facili equilibrismi, oppure le imboschiamo nelle tasche del paltò, o le rimettiamo distrattamente tra le castagne ancora da sbucciare (delitto!) o, non curanti, le gettiamo per terra, che tanto sono biodegradabili. Gli svizzeri no. Facendolo, commetterebbero almeno quattro diverse infrazioni e riceverebbero altrettante contravvenzioni senza avere il tempo di dire beh. Per questo si sono inventati il doppio-sacchetto o, come lo chiamo io, il sacchetto con la tasca. Perché se l’obbedienza alle regole diventa la norma, allora tanto vale facilitarsi la vita.

Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 19 dicembre 2008.

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Commento

  1. Sinceramente non ho capito il doppio sacchetto ma sto incominciando ad adorare la pignoleria degli svizzeri che traspare dai tuoi articoli ;D

    P.S. Ringrazia tuo marito per il link nel suo blog

  2. Ciao Irene, sono davvero ammirata da tanta bellezza…e mi hai fatto venire pure una voglia matta di caldarroste!!!
    Saluta Marco e la piccola Giulia.
    Ciau