in Vivere altrove

La guerra tra il cittadino consumatore e il cittadino salariato

Domenica, sì o no? Pausa pranzo dalle 12 alle 15 o orario continuato? Chiusura alle 18, alle 19 o alle 20? E il sabato? Più a lungo degli altri giorni della settimana o meno? I ginevrini si pronunceranno tra qualche giorno sull’estensione (o meno) degli orari degli esercizi commerciali che al momento sono a dir poco restrittivi. Si tratta di una battaglia agguerrita che, a vederla dal di fuori, lo confesso, disorienta un po’. Possibile che non si possa aspirare ad avere degli orari da capitale (non) europea senza compromettere la qualità del lavoro? Al momento sembra che il muro contro muro tra liberalizzazione da un lato e orari ridotti dall’altro, tra sfruttamento da un lato e conservazione delle attuali condizioni di lavoro dall’altro, tra elogio e spauracchio dell’ultra-consumismo non sia in alcun modo superabile, ancor meno conciliabile.

Ora, la destra spalleggia l’apertura ad oltranza dei negozi e fin qui direi, non c’è nessuno scandalo. La sinistra invece replica alla proposta non, come mi sarei aspettata, con una battaglia sui diritti e le garanzie che sarebbe necessario ed opportuno rivendicare di pari passo con i nuovi orari, ma con un’ idea neo-bucolica di vita familiare in cui la spesa settimanale è presentata come un optional, alla pari del tergicristallo automatico o del bluetooth. Del tipo: non importa se per comprare il pane devi prenderti un’ ora di permesso. Se gli orari fossero estesi di due ore al giorno, la tua vita rischierebbe di collassare in una spirale demoniaca di baguettes e pans au chocolat.

Perdonate il sarcasmo, davvero, è che sento che mi sfugge un quid. In Svezia, dal 1972 i negozi possono restare aperti tutti i giorni, domenica compresa, dalle 5 alle 24 e le indennità supplementari per questo tipo d’impiego raggiungono addirittura il 100%. Qui invece è la guerra tra il cittadino consumatore e il cittadino salariato, come se l’uno non avesse un salario e un orario di lavoro e l’altro non avesse bisogno di consumare (almeno un minimo) per sopravvivere.

Pubblicato su “La Stampa” il 26/11/2010.

Scrivi un commento

Commento